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Limitare il tempo di esposizione a un dispositivo tecnologico

Limitare il tempo di esposizione a un dispositivo tecnologico

09 Settembre 2021 Redazione SoloTablet
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L'uso di dispositivi tecnologici permette molte esperienze, e certamente anche l'assunzione di utili “vitamine”, ma non è un pasto completo. Sollecita alcuni processi del Sé, ma ne bypassa altri, in particolare quelli di tipo senso-motorio, a scapito del nutrimento delle capacità relazionali.

La routine quotidiana, che si divideva tra ore di lavoro e tempo libero, è ormai superata; in compenso siamo sempre accesi[…]Se davvero vogliamo prenderci del tempo libero, dobbiamo disconnetterci da tutti e vivere fuori dalla Rete, come se fossimo membri di un’altra era, pre-digitale.”  –  Presente Continuo, quando tutto accade ora di Douglas Rushkoff 

Secondo estratto dal libro Tecnologie e sviluppo del benessere psico-biologico - Prontuario per genitori e ragazzi, per un uso equilibrato della tecnologia scritto da Alessandro Bianchi Carlo Mazzucchelli.

Un libro che gli autori propongono e suggeriscono per le tematiche trattate e per la rilevanza da esse assunte a causa della pandemia che ha visto crescere in modo esponenziale l'utilizzo di dispositivi tecnologici da parte di adolescenti (60% hanno un cellulare) e anche bambini (al di sotto dei 5 anni sono il 15%). Il libro è disponibile in formato E-BOOK e CARTACEO. 

Un libro scritto come un prontuario di sopravvivenza attiva, pensato per genitori, psicologi e psicoterapeuti. Alcune semplici regole per ridurre la fatica della genitorialità e contribuire al benessere psicobiologico dei bambini.


 

Il limitare non è un limite

 

Il termine Limite (dal latino limes, limen) è un concetto complesso dai significati ambivalenti che comprendono vincoli (barriere), possibilità (soglie) e protezioni (contenimento). Nella percezione comune limitare sembra una parola brutta, negativa, capace di evocare orizzonti ristretti e circoscritti,  tali da ridurre libertà, creatività e azione. Eppure tutti i genitori danno limiti ai propri figli. Fin dalla loro nascita si esercitano nel porre dei paletti, delimitare spazi di azione, suggerire comportamenti e adottare precauzioni varie: la culla è lo spazio che con le sue sponde serve per prevenire cadute e fughe, sponde di un lettino che poi, quando il bambino cresce, tenderanno a innalzarsi nel tentativo di aumentare protezione e prevenzione; si mettono i tappini alle prese elettriche per evitare cortocircuiti e incidenti; si cede facilmente alla richiesta di un gelato, di tre no (sul secondo giornaliero si può contrattare); si permette di giocare con balocchi e mestoli, ma non con i bicchieri di cristallo o le collezioni di swarovsky di papà; si può giocare nel cortile ma non andare in strada; si chiede all'adolescente di tornare a casa prima delle 20 (che diventeranno successivamente le 22, poi mezzanotte); e nell'ambiente tecnologico? quanto si chiede al bambino o alla bambina di non esagerare nell'uso di gadget tecnologici o di cuffie stereofoniche e console per i videogiochi? 

Non confondiamo il limitare (diritto-dovere dei genitori di stabilire dei limiti, delle regole, dalla prima infanzia all'età adolescenziale) con i limiti stessi (che discendendo da posizioni etiche e culturali personali e sociali sono variabili opinabili e trasgredibili). È vero che il limitare è un orizzonte, non è vero che sia ristretto. Crea uno spazio di azione variabile, flessibile, soggetto con l'età ad ampliarsi. 

Prigionia e senso di ristrettezza non vengono né dall'atto del limitare né dai limiti di per sé. L'angustia ha altre origini. 

Il legame tra prigionia e limitare è una visione impropria e viziata; frutto recente della cultura occidentale contemporanea, tutta fondata sulla gratuità, l'accesso, il consumismo, la soddisfazione di bisogni e preferenze. Una visione che orienta prepotentemente i nostri comportamenti, modi di pensare e stili di vita. Reale e pervasivo invece è il legame col senso di incertezza diffuso (economico, sociale, ecologico, emozionale) che è proliferato a partire dall'ultimo decennio del secolo passato, riversandosi sulla vita delle persone e rendendola fondamentalmente angusta, e per questo limitata nelle sue potenzialità espressive, relazionali e sociali umane. 

Cadute le ideologie, svanita la politica come luogo di cambiamento (i primi due decenni del terzo millennio saranno ricordati come l'epoca della sparizione del potere politico), le aspirazioni a migliorare la condizione umana, non si traducono più (poco) in speranze, relazioni e attività, ci limitano e incanalano in miti e mitologie consumistiche standard. Gli uni e le altre certamente molto ristrette e superficiali, che spingono a qualificare la propria identità consumando beni (molto voluttuari ma percepiti come status symbol e necessari da adottare), cercando di aderire a prestazioni standard (devo avere un corpo così... devo fare queste cose per essere “in” altrimenti sono “out” …non posso non avere account social e cinguettare allegramente) e trovando forme di distrazione di massa costante nei vari divertimentifici standard, consumistici e oggi anche molto tecnologici. 

L'aspirazione esistenziale ad andare oltre (conoscere, fare esperienze salienti, allacciare relazioni importanti, lasciare tracce personali nel mondo cambiandolo) è limitata dall'imposizione di un unico orizzonte standardizzato e dalla sparizione di destinazioni e mete ambiziose, capaci di superare e ampliare panorami e confini, sia individuali sia sociali. Libertà e aspirazione a superare limiti e confini diventano così semplici recite (spesso rappresentate attraverso profili digitali), scimmiottature varie utili alla ricerca continua di azioni estreme che diano la parvenza di andare oltre anche quando in realtà si è fermi, inchiodati in comportamenti distratti, alienati e fonte di pensieri tristi, di malessere e sofferenza psichica ed esistenziale. A vivere questa realtà e a pagarne le conseguenze sono principalmente le nuove generazioni di ragazzi e ragazze identificati come Millennial o Generazione Z[1]

È una necessità 

 

Ci sono limiti assoluti, che non possono essere superati ma solo rispettati, e limiti relativi che possono, e non di rado devono, essere cambiati. La valutazione tra assoluto e relativo è però anch'essa relativa: nei secoli scorsi era un limite assoluto negli spostamenti la velocità massima del cavallo, oggi tutti sono chiamati a misurarsi con la velocità dei treni superveloci gravitazionali e domani immaginiamo dei numerosi veicoli volanti (flying cars) che trasformeranno le visioni dello scienziato geniale e un po'  pasticcione Archimede Pitagorico (Gear Gearloose) in realtà. 

Il pianeta ha dei limiti assoluti: offre risorse limitate dalle quali l'uomo può attingere per i propri consumi, risorse per milioni di anni ridondanti e nell'ultimo secolo superate dall'incremento esponenziale dei consumi. Un sorpasso associato dall'Earth Overshoot Day (un indice del Global Footprint Network), ovvero il “giorno del Sovrasfruttamento delle risorse della Terra”, al primo di agosto del 2018, data nella quale i consumi umani hanno superato la quota di risorse annue che l'ecosistema terrestre è in grado di generare e rinnovare. Una data mai così anticipata da quando la Terra è andata per la prima volta in sovrasfruttamento nei primi anni settanta e che suggerisce l'importanza e l'urgenza di una riflessione diversa sui limiti e sul loro rispetto. 

Pure il nostro amico scimpanzé ha dei limiti assoluti: può imparare a fare qualche giochino al computer ma niente di più; inoltre forse non gliene frega niente, il mezzo tecnologico è un balocco umano, non animale. 

Anche l'Homo Sapiens ha dei limiti, assoluti e relativi, con cui confrontarsi. I primi sono inerenti le caratteristiche non bypassabili della specie, ed è una delle prerogative dell'adulto nella relazione di accudimento assumere il ruolo di anello nella catena di trasmissione generazionale. Funzione svolta da migliaia di anni, ma oggi la capacità-azione del limitare è diventata critica, minata dal momento storico ritenuto da molti schizofrenico, epilettico (il termine di epilessia sociale è stato coniato nel 2015 da Lionel Naccache), caratterizzato da grandi cambiamenti, globalizzazione, fine della storia e delle ideologie, salti paradigmatici, pervasività della tecnologia con i suoi fenomeni di automazione, robotizzazione e macchine intelligenti e che stanno generando dubbi e insicurezze che colpiscono anche la funzione genitoriale. 

Il Contenimento

 

Nei termini della Psicologia Funzionale imporre limiti si chiama Contenimento. 

Il termine ha 2 accezioni:

  1. Contenimento è la capacità di sentirsi dentro uno spazio-legame protettivo e rassicurante (una delle caratteristiche della culla). È un elemento di continuità necessario nel divenire dell'evoluzione personale e sociale. Un poter tornare in una dimensione relazionale sicura e nota. Un porto fluviale.
  2. Contenimento è la capacità di sapere fin dove è possibile arrivare, quali siano i limiti assoluti e relativi individuali e personali. È un argine nel divenire, una continuità dinamica senza la quale ci perderemo. 

Tutte le volte che ci troviamo a vivere l'esperienza di sentirci dentro una situazione o evento di forza maggiore riusciamo a trarne piacere e attingervi forza e rassicurazione solo se il nostro cervello di Homo sapiens (con tutto il resto del Sistema integrato appresso) è capace di entrare in Modalità Contenimento

Accade in molte esperienze relazionali: quando ci sentiamo con piacere parte di una famiglia, una coppia, una amicizia, un gruppo di lavoro, o qualunque organizzazione che sentiamo nostra. Si tratta di appartenenze costitutive della nostra identità individuale. Ognuna con le sue regole, confini e limiti.  La Modalità Contenimento richiede una conformazione, specifica del Sistema Integrato, i cui processi devono potersi accordare in una forma convergente: non potrò godere alcun contenimento se non in grado, nella circostanza adeguata, di rilassare la muscolatura, focalizzare i pensieri sulla situazione del momento, mettere in circolo gli ormoni necessari ad abbassare il livello di stress. 

Condire la vita di occasioni di Contenimento è uno dei Bisogni umani di Fondo. Non potremmo vivere bene se cronicamente ci accedesse ciò che occasionalmente può accadere a tutti: se immaginiamo di trovarci anche per pochi giorni soli in un paese straniero e un po' esotico, magari inizialmente senza bagagli (incidente di routine nelle compagnie aeree), soffriremmo della mancanza di un senso familiarità. Niente di grave, è per poco, siamo in grado di adeguarci, ma vivremmo un senso di estraneità, una incertezza resa vagamente minacciosa dall'assenza di cucce (il Contenimento stimolato dall'avere a disposizione le nostre cose, il nostro linguaggio, i nostri ambienti e i nostri supporti relazionali) e dal non conoscere le regole, le consuetudini di comportamento; temeremmo di sbagliare, il Contenimento come argine mancherebbe. Il vissuto di trovarci in un paese straniero nella vita capita sovente anche sotto casa: tutte le volte in cui ci misuriamo con situazioni nuove, relazionali in particolare, attraversiamo un tempo intermedio in cui cerchiamo di ritrovare una continuità per poter godere del nuovo ed effettuare un upload della nostra Modalità Contenimento. Se non ci riuscissimo sarebbe un guaio: incertezza, minaccia, diffidenza, allarme, chiusura e solitudine la farebbero da padrona. 

Il bambino ha fatto esperienze di Contenimento reiterate durante la cuccia e se il suo bisogno è stato adeguatamente soddisfatto nelle tante reiterazioni ha imparato lui stesso a sintonizzare il proprio Sé sulla Modalità Contenimento e a ritornarci quando necessario per il resto della propria vita. In tutti i paesi stranieri che vi possa incontrare. Potrà così riconoscere e gestire le regole nelle varie esperienze e tollerare i momentanei smarrimenti. 

La vita dovrebbe garantire una dispensa esperienziale variegata; se squilibrata potrebbe determinarsi un'indigestione e una carenza di altri nutrimenti fondamentali. In età evolutiva il rischio è più grave perché lo squilibrio tenderebbe a permanere. Come l'obesità. 

L'essere umano è onnivoro da tutti i punti di vista: alimenti, esperienze necessarie, varietà di relazioni. La dieta della vita deve essere equilibrata e varia. Il cibo spazzatura fa male, lo sappiamo tutti, ma anche alimenti salutari come le carote (contengono molta vitamina A, B e D) non possono trasformarsi in cibo esclusivo e sostitutivo di qualsiasi cosa (neppure i conigli adotterebbero una dieta a base di sole carote). 

L'uso di dispositivi tecnologici permette molte esperienze, e certamente anche l'assunzione di utili “vitamine”, ma non è un pasto completo. Sollecita alcuni processi del Sé, ma ne bypassa altri, in particolare quelli di tipo senso-motorio, a scapito del nutrimento delle capacità relazionali. 

Costituiscono un nuovo tipo di carota, diffuso massicciamente sul mercato del nuovo millennio, che modifica la dieta mediterranea alla quale eravamo abituati, costringendo il metabolismo a sforzi la cui portata e i cui effetti sono ancora dibattuti e da definire. 

Sicuramente mette a dura prova la capacità di resilienza[2] del Sé in sviluppo. Anche nei suoi apparati e processi neurologici. 

Neuroplasticità croce e delizia

 

Lo sviluppo del cervello nei primi anni di vita non è lineare, procede per fasi. Passa dai 400 grammi  alla nascita (circa un quarto delle dimensioni del cervello adulto) fino agli oltre 1000 a dodici mesi. In nessun altro periodo della vita cresce in modo così rapido. A tre anni raggiunge l’80 % della dimensione adulta e il 90 % nei primi cinque anni. L'aumento è dovuto alla rapida produzione delle cellule che lo compongono, prevalentemente i neuroni. Un incremento eccezionale ma incostante, da cui trapela la funzione: dal sesto mese, la produzione di neuroni rallenta notevolmente, mentre accelera la creazione di connessioni tra essi, che è la modalità operativa del cervello. Il collegamento tra neuroni è il modo in cui le esperienze vengono immagazzinate. Semplificando molto funziona così: dagli organi di senso arriva uno stimolo (una delle tante “carote”); ha qualità olfattive, tattili e gustative, ma anche emozionali;  i neuroni si collegano per comunicarsi queste informazioni, si crea un percorso dell'informazione che costituisce una sorta di registrazione nella banca dati che diventa più profonda e stabile con la reiterazione dell'esperienza. Miliardi di connessioni potenziali producono uno spazio per immagazzinare quasi infinito. 

Le capacità cognitive dei mammiferi, e ancor più dell'uomo, si basano su questa elevatissima quantità di connessioni fra le più svariate aree del cervello, che si è scoperta avere potenzialità ancora più complesse e “globalizzate”. 

Fino a tempi recenti il cervello era considerato una specie di cabina di regia che dall'altro controllava, in aristocratica solitudine, il funzionamento complessivo dell'organismo e sede della coscienza e luogo della mente. 

Due evidenze scientifiche che hanno cambiato la visione del cervello, in fondo ridimensionandolo: 

  1. Nessuna splendida solitudine Il cervello è in stretta comunicazione (in andata e ritorno) con tutti gli altri apparati e processi. È cioè un sistema aperto, un processore non un monarca.
  2. La sua plasticità. Il cervello è duttile e continua a svilupparsi nella vita: come quantità di neuroni e come quantità e modalità di connessioni.

La neuroplasticità è una croce e una delizia. Indica che c'è sempre un orizzonte di possibilità di modifica, anche quando le cose non sono andate per il verso giusto. A differenza di Macondo (il leggendario luogo del capolavoro di Marquez Cent'anni di solitudine, c'è sempre una seconda opportunità nella vita, ma diventa sempre più dura. Per non rischiare una vita a basso profilo di benessere conviene attrezzarsi nei primi tempi, quando la plasticità, ovvero la sensibilità è maggiore, che ricorrere poi a medici, psicoterapeuti o consulenti vari.

Apertura e plasticità indicano anche che la crescita non è determinata da un semplice programma genetico: sono i fattori ambientali a dare un notevole contributo, specie nel corso della relazione di accudimento ( per approfondimenti interessanti leggere Bernard Sablonnière, Una nuova geografia del cervello – Funzioni e risorse di un organo sorprendente) In questo contesto si sviluppano competenze come l'attenzione, la manualità, il linguaggio, le capacità motorie e l'intelligenza spaziale, la memoria, la capacità di comprendere sé stessi e gli altri e le successive capacità di apprendimento. 

Tutte abilità psicobiologiche che hanno bisogno di essere sviluppate al meglio nel tempo della cuccia, quando il cervello del bambini è più malleabile agli stimoli ricevuti dall'ambiente in cui sono inseriti e alle interazioni con esso, e si predispone ad adattare le sue reti neuronali e programmi a ciò che apprende. Per quanto riguarda l'apprendimento attraverso strumenti e stimoli ambientali tecnologici, è facile prevedere che i programmi che il cervello attiverà saranno quelli più adatti all'organizzazione che serve all'interazione tecnologica. Altra croce e delizia. Croce se un apprendimento (eccessivo e squilibrato) di questo tipo porta a tarare il tutto a discapito di altre abilità che avrebbero bisogno di trovare spazio e tempo per l'attivazione di programmi diversi. Per questo il tema del tempo (time screen lo chiamano gli americani) dedicato all'interazione con i dispositivi tecnologici assume, in particolare nell'età dell'infanzia e dell'adolescenza, un peso rilevante e merita di essere analizzato in modo da poterne evidenziare vantaggi e svantaggi, benefici e rischi. 

Premesso e ribadito che la dieta per i figli è compito dei genitori, vediamo gli elementi di questo dibattito. 

Rischi o opportunità?

 

I grandi progressi scientifici interdisciplinari (genetica, neurologia, biologia, psicologia, ecc.) che hanno permesso una migliore conoscenza del cervello, del suo funzionamento sistemico e delle sue relazioni con gli altri apparati e processi dell'organismo, non offrono al momento certezze definitive. Ciò rischia di polarizzare su schieramenti tecnofobici o tecnofili (un tempo si diceva apocalittici e integrati[3]). Polarizzarsi è uno sport frequentato, in Italia particolarmente e frutto dell'incertezza: più sono dubbioso più sono incline a cercare rassicurazione in posizione estreme, a sposare partiti senza una riflessione profonda. 

La conoscenze scientifiche possono invece essere punto di partenza ottimale per una riflessione critica su come e quanto un ambiente, diventato sempre più tecnologico, mediale e digitale, possa condizionare gli apprendimenti, le capacità interattive, e più in dettaglio lo sviluppo del cervello del bambino e le sue componenti funzionali. Un punto di partenza nel quale è possibile far confluire prese di posizione di associazioni di psicologi e pediatri, di personaggi pubblici, di educatori e scuole, di singole persone e parte dell'opinione pubblica. 

Alcuni dati. A un numero crescente di persone e realtà sociali e istituzionali non sfugge l'aumento preoccupante di tempo dedicato dai minori alla interazione con il display di uno schermo, quasi sempre Mobile e come tale sempre attivo. L'aumento ha assunto una forma sismica e interessa anche bambini fino agli otto anni, il 42% dei quali possiede un dispositivo mobile proprio (il 98% se si conta i dispositivi casalinghi di cui i bambini possono fare uso), passati dall'essere esposti allo schermo di un dispositivo per 15 minuti al giorno nel 2013 alle quasi due ore e mezza (quasi quattro ore per bambini che vivono in famiglie con rediti più bassi) del 2017 (Report di Common Sense Media, organizzazione no-profit che ha coinvolto nella sua ricerca del 2017 quasi 1500 famiglie americane). L'aumento è ancora maggiore se si prendono in considerazione gli adolescenti che in media passano più di sei ore al giorno di fronte a qualche forma di display. I genitori sembrano stare a guardare, subendo la magia o il maleficio del gadget tecnologico, ma anche facendovi affidamento per far divertire, tenere tranquilli, distratti e impegnati i loro figli.

Una modifica drastica della dieta di esperienze non è cosa da poco ed esente da conseguenze solo perché è diventata uso comune. Il DDT, quando negli anni '60 fu parso ovunque a decimare le zanzare che ci affliggevano, pareva cosa buona, universalmente diffusa, normale. Dopo 50 anni è ancora presente nel grasso delle foche dell'Artico (dove non è mai stato spruzzato) e le zanzare non sono affatto scemate, anzi!. 

Dall'osservazione passiva, quasi divertita e complice è tempo che i genitori passino a una maggiore conoscenza degli ambienti tecnologici, con le loro APP, media sociali e piattaforme digitali per poter intraprendere una riflessione critica capace di suggerire scelte e decisioni parentali diverse da automatismi indotti e più attente allo sviluppo psicobiologico del bambino. Può essere un po' faticoso ma è un investimento reale sulla salute del bambino e la propria. 

Può apparire paradossale ma la conoscenza e le informazioni a cui hanno accesso sono probabilmente alla base delle scelte di personaggi pubblici come Bill Gates che ha deciso di vietare lo smartphone ai propri figli fino ai 16 anni di età, o come Steve Jobs che non voleva tablet a tavola e ne limitava l'utilizzo in casa ai figli. La narrazione che mette in guardia dagli effetti della tecnologia è in circolazione da un decennio ma mai aveva potuto contare su testimoni di eccezione come due fondatori di aziende tecnologiche che probabilmente conoscono meglio di altri quali siano i rischi da dipendenza tecnologica ai quali siamo tutti esposti. Nel frattempo, grazie a nuove evidenze scientifiche e maggiore conoscenza, sta continuamente aumentando  il numero di psicologi che si stanno rendendo conto dei rischi associati a un uso persistente della tecnologia (in media 30% di possibilità in più di cadere vittime di depressione, soprattutto per persone giovani – 13/18 anni - come rilevato da una vasta ricerca condotta dalla psicologa Jean Twenge[4]  della San Diego State University degli Stati Uniti che ha evidenziato un aumento dei rischi depressione del 58% negli ultimi cinque anni e l’aumento del 12% di suicidi) e dei suoi effetti collaterali sui comportamenti, così come sui funzionamenti psicobiologici dei bambini e degli adolescenti. Recentemente la Francia ha deciso di vietare l'uso dei dispositivi a scuola con una scelta che ha fatto molto discutere e che verrà attuata a partire dall'inizio anno 2019. Tanti fatti che, concatenati tra loro, suggeriscono a genitori, formatori e adulti di porsi delle domande con l'obiettivo di informarsi meglio, sviluppando un pensiero critico sull'uso delle nuove tecnologie e sul ruolo parentale nel limitare. Le domande dovrebbero vertere quantomeno su alcuni aspetti: sulla necessità e urgenza di limitare il tempo di esposizione ai display tecnologici definendo anche ciò che può essere usato o meno; sulla consapevolezza dei rischi che i bambini corrono in termini di esposizione alla pornografia, a esperienze di cyberbullismo (bullismo digitale), sexting e altre forme di soprusi che si stanno diffondendo grazie alla pervasività della tecnologia; sul rischio dipendenza tecnologica che si traduce in eccessivo tempo passato online; sull'erosione di capacità interattive. 

L'uso del dispositivo tecnologico, anche da parte di bambini in tenera età, non è più un'eccezione e aumenta costantemente il tempo di esposizione a varie tipologie di display. Al ristorante così come in un parco giochi, a casa come a scuola, non è raro vedere bambini impegnati nell'interagire con un gadget tecnologico, per giocare, visualizzare video o navigare, per quanto lo si possa fare a due anni. Tutte attività che permettono al bambino di giocare, divertirsi, distrarsi e che potenzialmente potrebbero anche migliorare abilità di linguaggio e apprendimenti (come la matematica). Con alcuni programmi possono migliorare le loro capacità di coordinamento del movimento degli occhi e persino impegnarsi in attività fisiche come la danza. Vantaggi e benefici dovrebbero essere confrontati e commisurati con svantaggi e potenziali rischi. 

Non tutti gli studiosi sono concordi nel valutare negativamente l'esposizione del bambino alla tecnologia (anche nelle università e nei laboratori di ricerca l'inclinazione a dividersi in partiti è forte); per molti poi più che la quantità di tempo dedicata all'interazione tecnologica andrebbe analizzato l'uso che della tecnologia viene fatto. La relazione tra il tempo passato davanti a un display e gli effetti comportamentali che ne derivano non è sempre chiara e, per molti versi, complessa da analizzare perché non lineare. Per molti la soluzione ottimale sta in un bilanciamento delle attività del bambino e nel favorire le attività qualitative rispetto a quelle quantitative. 

 

Prove indiziarie

 

In attesa di maggiori riscontri e certezze scientifiche, tra le ragioni valide per limitare l'esposizione del bambino a un display illuminato e in movimento possiamo menzionare: 

  • l'interferenza del dispositivo tecnologico e degli schermi che abitano la casa con il sonno. L'uso eccessivo di un computer o di uno schermo televisivo può incidere sulla possibilità di prendere sonno e causare insonnia. Il sonno è importante perché permette di riposarsi recuperando forze e energie ma anche per altre importanti funzioni cerebrali come la regolazione delle emozioni, la memorizzazione degli eventi, la pratica dell'immaginazione e l'eliminazione di tossine
  • l'interferenza sulle attività scolastiche e sulla disponibilità o propensione alla lettura
  • la riduzione di attività fisiche che si traduce in aumento dell'obesità (per alcuni studiosi però solo per l'assenza di attività fisiche), disordini nell'alimentazione e altri problemi legati alla salute fisica e al benessere del bambino. Il tempo rubato all'attività fisica non ha effetti solo fisiologici sul corpo del bambino ma anche sullo sviluppo sano del cervello, delle sue funzioni cognitive e sviluppo futuro con effetti negativi di tipo comportamentale
  • problemi alla vista che si possono tradurre in forme di astenotopia (affaticamento degli occhi), diplopia (visione doppia), vista annebbiata, offuscata o sfocata (va notato che per alcuni l'interazione con un display favorisce al contrario lo sviluppo di abilità visuali e di coordinamento). Nell'infanzia e nell'adolescenza gli occhi e la vista sono in fase di sviluppo. Limitare i potenziali danni da troppa esposizione agli schermi può facilitare uno sviluppo sano della vista con effetti positivi sulla salute e benessere futuri
  • problemi posturali che si possono manifestare nel tempo in termini di sublussazioni (perdita parziale dei normali rapporti anatomici tra i capi articolari), disallineamenti della spina dorsale e dolori alla schiena 

Se le precedenti sono correlazioni con specifiche Funzioni del Sé, , che sono a loro volta implicate in Funzionamenti di fondo (come vedremo per movimento, vista e postura in 2.3): 

  • l'erosione di una sana interazione personale in famiglia. L'uso di un dispositivo tecnologico e la sua continua stimolazione elettronica e visiva ruba tempo e risorse alle relazioni di qualità in famiglia limitando l'interazione faccia a faccia. Il tempo rubato è più pericoloso per bambini con disturbi dell'attenzione o tendenti ad agire in modo impulsivo.
  • l'insorgenza di problematiche legate all'ansia, individuale e sociale, alla diminuzione delle funzioni sociali, relazionali e cognitive, alla depressione e alla fluttuazione umorale, alla difficoltà di concentrazione e di interesse verso realtà diverse da quelle digitali o virtuali
  • la specializzazione (quindi alterazione se prima del tempo) dello sviluppo cognitivo, specie in bambini dai due ai tre anni che fanno uso eccessivo di mezzi e gadget tecnologici. A questa età il bambino ha bisogno di apprendere come sviluppare le abilità motorie, spaziali e motorie, abilità che non possono essere apprese attraverso un programma software o un'APP ma occupando il tempo in attività libere da oggetti tecnologici. 

Da considerare inoltre l'effetto della facile esposizione dei bambini a messaggi promozionali e pubblicitari e a contenuti inappropriati come quelli legati alla sfera della sessualità e alla violenza, ma anche all'uso/abuso di droghe e alcolici e stereotipi vari. In paesi come gli Stati Uniti ad esempio il rischio è associato anche alla eccessiva promozione di cibo spazzatura. 

Da valutare infine il rischio conseguente a una eccessiva esposizione alle radiazioni elettroniche. Benché non esistano studi scientifici che ne abbiano provato il diretto collegamento con malattie come il cancro, tutte le società che operano in ambito oncologico suggeriscono, in termini preventivi, di limitare l'uso degli smartphone, specialmente da parte dei bambini. 

Tutte queste correlazioni ed effetti, alcuni acclarati altri sospetti, impattano con lo sviluppo del Sé in età evolutiva e rischiano di segnarne lo sviluppo sistemico. In ogni sistema, come sottolineato nei paragrafi precedenti, la modifica di un processo (anche di uno solo) si riverbera sul funzionamento complessivo.

Il sistema uomo mai procede a compartimenti stagni. 

Buone pratiche di prudenza

 

Per limitare i danni e i rischi associati a un uso eccessivo di dispositivi tecnologici, le azioni che un genitore tecnovigile può intraprendere sono numerose, tutte efficaci soprattutto se proposte e non imposte, calate in contesti ricchi di alternative e soprattutto affiancando il bambino o la bambina nel superare la resistenza al distacco da strumenti percepiti ormai come irrinunciabili. Le scelte da compiere e la loro radicalità dipenderà dalla quantità di tempo passato online e dal grado di dipendenza manifestato dal bambino, fatto salvo quanto abbiamo descritto nel capitolo precedente per sconsigliare qualsiasi genitore o adulto a mettere a disposizione un dispositivo tecnologico a bambini da uno a due anni. 

In assenza di linee guida ufficiali, fondate su conoscenze ed evidenze scientifiche specifiche condivise, le azioni possibili da cui iniziare possono essere le seguenti: 

  • mai esporre un bambino fino ai due anni al display di un qualche dispositivo tecnologico (lo screen time dovrebbe essere pari a zero) e in seguito farlo sempre applicando la supervisione e l'affiancamento parentale, facendo scelte che premiano la qualità della programmazione televisiva o applicativa
  • dare l'esempio nel ridurre il tempo dedicato ai propri gadget tecnologici. Il bambino tende a modellare i suoi comportamenti sugli adulti o le persone che abitano il suo ambiente (cuccia).
  • evitare di introdurre uno schermo televisivo nella stanza da letto del bambino (se ne ha una). Il televisore in camera da letto è stato oggetto di numerosi studi scientifici che hanno dimostrato il suo ruolo nel causare obesità, problemi del sonno e minori prestazioni scolastiche
  • spegnere il televisore e altre tipologie di display, in particolare se il bambino li sta usando in modalità zapping o per navigare online. Gli schermi devono essere banditi a tavola (lo ha suggerito anche l'Associazione Americana dei Pediatri), ma spenti anche quando il bambino o l'adolescente è impegnato nello studio su cartaceo
  • affiancare il bambino e aiutarlo nella scelta di un gioco, di una APP o di un programma da guardare. L'affiancamento è il modo per conoscere meglio in che modo viene usato un dispositivo tecnologico, il livello di maturità nell'usarlo e quali sono i criteri, impliciti o espliciti, di scelta
  • dare comunque limiti al tempo di esposizione a uno schermo. La limitazione dovrebbe sempre essere operata, qualunque sia la quantità di tempo che il bambino passa incollato a un display. Stabiliti dei limiti bisogna poi essere capaci di farli accettare e rispettare nel tempo
  • optare per alternative altrettanto attrattive o fatte diventare tali, capaci di distrarre, allontanare e abituare a stare lontani da dispositivi, schermi e display. Il gioco creativo, la lettura, l'attività fisica, sono tutte valide alternative ma devono essere proposte in modo credibile e coerente con i comportamenti genitoriali
  • attivare le opzioni che su alcuni dispositivi permettono il controllo parentale su ciò che può essere usato, visto o fatto
  • proporre alternative valide nelle quali il bambino possa scoprire il mondo e la realtà attraverso i suoi sensi, senza alcuna intermediazione di tipo tecnologico
  • facilitare un uso consapevole, proattivo e intelligente della tecnologia con l'obiettivo di favorire lo sviluppo mentale del bambino rinforzandone le abilità cognitive, le capacità creative, di apprendimento e auto-apprendimento
  • contribuire a creare e a dare forma ad ambienti cognitivi e sociali ricchi di stimolazioni, interessi, attività intellettuali e sociali diversificate, capaci di attirare l'attenzione, attivare emozioni, generare coinvolgimenti
  • parlare con il bambino su quanto tempo dedicano a un display e la sua destinazione d'uso
  • coinvolgere l'intero gruppo familiare a rinunciare all'uso di smartphone, tablet o TV creando delle vere e proprie zone temporaneamente libere da tecnologia (ZTL) nelle quali potrebbero aumentare le opportunità relazionali, sociali e comunicazionali
  • cercare di capire quanto l'aumento del tempo passato davanti a un display sia determinato da una dipendenza crescente dal mezzo tecnologico. La percezione o comprensione di quanto sta accadendo può nascere dalla capacità di interrompere l'uso del dispositivo da parte del bambino cogliendo i cambiamenti umorali, le manifestazioni di ansia, irritabilità, rabbia e finanche violenza che ne potrebbero derivare dall'impossibilità di accedere nuovamente al dispositivo.

 

NOTE


[1] Millennial, Generazione Y, post-millenial, e Generazione Z, categorie e concetti ad alta concentrazione di confusione. Usate per categorizzare persone nate tra i primi anni ’80 e l’anno duemila, indicano le generazioni che nel mondo occidentale hanno seguito la Generazione X. Nelle narrazioni dei media il termine Millennial è associato ai nati dal 2000 in poi. È una generazione caratterizzata dalla sua relazione con la tecnologia, dal maggiore utilizzo e familiarità con i mzzi di comunicazione, i media e le tecnologie digitali. Alla categoria dei Millennial andrebbe oggi aggiunta quella dei post-millennial o Generazione Z. Una categoria che, tanto per accrescere la confusione, aggrega i nati tra il 1995 e il 2010, i veri nativi digitali in termini anagrafici. La Rete è piena zeppa di narrazioni sui Millennial e il loro rapporto con il lavoro, la tecnologia e la vita sociale. La vera rivoluzione nel rapporto tra uomo e tecnologiaa è però quello dei post-millennial o della Generazione Z. È  la prima generazione nata nel Web 2.0, cresciuta insieme a smartphone e social networking e a vivere in un mondo totalmente mediato dalla tecnologia e plasmato da esse. Sono i post-millennial che hanno cambiato la comunicazione, interagiscono con la realtà attraverso protesi hardware e applicazioni e sono alla costante ricerca di socialità prevalentemente nei mondi virtuali del mondo online. Rispetto alle generazioni precedenti, la generazione Z è la prima a essere cresciuta dentro la tecnologia e le molteplici realtà da essa plasmata. Realtà virtuali, digitali e parallele con quelle sempre meno attuali e reali. 

[2] La resilienza (resilire, da “re-salire”, saltare indietro, rimbalzare) è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento, in fisica di tornare allo stato originario. Il significato del termine non cambia anche se la resilienza si manifesta in modi diversi e in ambiti differenti. In psicologia la resilienza è la capacità di fronteggiare in maniera positiva situazioni e eventi traumatici, stressanti, acuti o cronici, autoriparandosi e ripristinando l’equilibrio psico-fisico perduto e in alcuni casi migliorarlo, riorganizzando la propria vita di fronte alle difficoltà e a situazioni di cambiamento. La resilienza è una caratteristica di persone che, a fronte di a difficoltà e le avversità, non se ne fanno abbattere dando nuovo slancio alla propria esistenza. Queste caratteristiche esprimono la capacità di adattamento, presente anche nell’età evolutiva, che fa emergere risorse personali correlate alla solidità e plasticità del Sé. In famiglia la resilienza sottende la possibilità di conservare buoni rapporti interni e interfamiliari, e fare squadra per fronteggiare situazioni problematiche e cambiamenti. 

[3] Apocalittici e Integrati è il titolo di un saggio di Umberto Eco pubblicato nel lontano 1964 che ha anticipato l’era digitale e nel quale il semiologo italiano analizzava il tema della cultura di massa e dei mezzi di comunicazione di massa. I testi raccolti nel saggio mettevano a confronto due culture di segno opposto, una segnata dalla fascinazione per i miti tecnologici (della tecnica, siamo negli anni 60’) e l’altra dalla percezione delle sue potenziali pericolosità. A distanza di anni il saggio continua a generare riflessioni e approfondimenti perché ha fornito un metodo elaborando categorie utili per guardare alla realtà, un metodo che continua a essere attuale nell’interpretazione della cultura di massa e dell’era digitale. Rileggere il testo di Eco, ha scritto il filosofo Maurizio Ferraris, permetterebbe oggi di “comprendere meglio il populismo mediatico e l’intelligenza collettiva” corrente che sembra essere dominata da una stupidità di massa (per Umberto Eco il Web era diventato il luogo in cui si sfogano legioni di imbecilli) espressione di una cultura di massa alla quale non si è obbligati a sottostare. Per tutti però rimane l’obbligo di comprenderla, evidenziandone le novità e la ricchezza ma anche le aberrazioni, le banalità e le pericolosità. Per farlo bisogna adottare la visione dell’integrato capace di cogliere il nuovo che emerge così come le sue specificità, ma anche quella dell’apocalittico impegnata a decostruire la realtà manipolata e a ridare senso alla verità, smontando l’imbecillità e la stupidità, sia delle élite al potere sia delle masse.

[4] Jean M. Twenge, Professor of Psychology at San Diego State University, è autrice di più di 130 pubblicazioni scientifiche e di sei libri compreso iGen: Why Today’s Super-Connected Kids Are Growing Up Less Rebellious, More Tolerant, Less Happy–and Completely Unprepared for Adulthood.

 

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