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Fare filosofia, in rete o fuori, non è affatto un gesto da persone educate e civili!

Fare filosofia, in rete o fuori, non è affatto un gesto da persone educate e civili!

29 Marzo 2017 Interviste filosofiche
Interviste filosofiche
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L’influenza esercitata dal mezzo tecnologico sugli stili di vita dei suoi frequentatori – tutti noi – è grande, prepotente: è difficile sottrarsi al richiamo “sociale” senza sentirsi esclusi da qualcosa. Gli strumenti tecnologici, Facebook tra gli altri, intercettano con precisione quella necessità di interazione sociale tra individui che contraddistingue il mondo animale in generale e che nell’uomo si espleta in maniera direi ossessiva per ragioni culturali. La prepotenza con la quale cerchiamo il contatto con un altro per le ragioni più varie si manifesta, amplificata, nella prepotenza con la quale aggiungiamo i contatti, o condividiamo opinioni, per le stesse ragioni.

"Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali).

Carlo Mazzucchelli  intervista Davide Dell'Ombra editor, correttore di bozze, traduttore e...filosofo

Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero?                                           .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori.

Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.


Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Salve, La ringrazio molto per avermi sottoposto questa intervista.

Di me credo non ci sia molto da dire, se non che opero nell’ambito dell’editoria in qualità di faccendiere, traducendo, scrivendo o curando saggi filosofici, – alcuni pubblicati, altri in fiduciosa attesa della dignità di stampa, – ed occupandomi spesso e volentieri, devo dire, di revisione e correzione di bozze altrui in veste di editor. I libri, è cosa nota, si annoverano tra i più antichi e rivoluzionari ritrovati tecnologici, per cui non ci si meraviglia dei modi né delle proporzioni in cui l’editoria è stata investita dalle cosiddette nuove tecnologie.

Per quanto si possa amare la carta, – tecnologia antica e oggi giustamente considerata antieconomica ma non certo perché antiecologica (basterebbe introdurre per legge di stato e di mercato il principio che faccia del riciclo della carta l’imperativo categorico di ogni aspirante scrittore e di ogni editore ufficiale), – c’è da rassegnarsi all’idea che le modalità di lettura, un tempo affezionate alla fisicità, sono cambiate nella misura in cui a cambiare sono i lettori: oggi, in ambito gnoseologico, specie per quanto attiene alla diffusione del sapere, la matericità della conoscenza, – vale a dire il materiale che non solo la veicola ma che di fatto la costituisce, – è chiaramente caduta in discredito, in favore dell’impalpabilità dell’informazione.

Potremmo disquisire a lungo sulla differenza tra conoscenza e informazione, sull’intrinseca materialità della prima e immaterialità della seconda, ma ci ritroveremmo presto a dibattere intorno a problemi di natura etica e morale, smarrendo il filo del discorso, lungi da noi.

Il mio personale interesse per le nuove tecnologie, ad essere sinceri, è circoscritto alle necessità lavorative, eppure sono convinto che similmente avvenga per gran parte dei casi: lavorare meglio sembra essere l’unico malcelato scopo di ogni tecnologia, il che paradossalmente equivale a dire lavorare di più. Mai sentito di ritrovati tecnologici in grado di far lavorare di meno e pensare di più, purché non si intendano così quei casi in cui le leggi di mercato impongono licenziamenti a motivo di migliorie robotiche o informatiche ed un disperato si ritrova disoccupato, senza essersi mai in alcun modo guadagnato un tale onore.

 

Dal suo CV emergono due interessi che la collegano alla nostra iniziativa denominata Filosofia e tecnologia. Il primo è l'intelligenza artificiale con i suoi neuroni, circuiti, sensori che la rendono così interessante, sia come pratica tecnologica, sia come oggetto di riflessione filosofica a cavallo tra scienza e filosofia, il secondo è l'abitudine. L'Intelligenza artificiale è oggi oggetto di attenzione soprattutto per essere diventata il motore dell'automazione e della robotizzazione. L'abitudine è un concetto da ripensare considerando quanto stiano incidendo le nuove tecnologie nel ridefinire i confini esperienziali, cognitivi ed emozionali in cui si muovono gli individui? Lei cosa ne pensa e in che modo è cambiata la sua visione dai suoi primi studi accademici sul tema?

Il mio personale interesse per le nuove tecnologie, devo precisare, è oggi dettato dal lavoro, ma ancora ieri l’altro – se contiamo i giorni a mo’ di stagioni della vita – era in effetti dettato da perturbazioni teoretiche sfogate liberamente sotto l’egida dorata dell’accademia.

La ringrazio per aver ricordato i miei due lavori di tesi, – entrambi riconducibili in un modo o nell’altro alla supervisione del prof. Alberto Biuso, che ancora oggi ringrazio e di cui è apparsa un’intervista anche su questo sito (Il Grande Fratello non ci guarda, siamo noi che lo guardiamo e tuttavia ne veniamo dominati.), – mi fanno tornare alla mente quella stagione in cui per la società è ancora lecito oziare. Ad ogni modo, il primo dei due elaborati, riguardante il portato filosofico e scientifico del concetto stesso di intelligenza artificiale, risente gravemente del fattore tempo, sia per la materia trattata che per la mia inesperienza, ma s’era lì per imparare, dopo tutto.

Al di là di qualche moderata nota critica nella sua parte finale, lo ritengo comunque un lavoro assai compilativo, probabilmente utile a un lettore pressoché digiuno di elementi teorici, storici e scientifici sull’argomento. La tesi di laurea magistrale mi ha richiesto molto più impegno, e non l’ho mai fatta circolare in rete perché tratta uno di quegli argomenti che ti segnano profondamente e che vorresti approfondire sempre, senza mai porvi un punto finale decisivo. Chissà, – dico ora fingendo che a qualcuno interessi o che mi sia stato chiesto espressamente, – magari un giorno lo farò.

Che l’intelligenza artificiale costituisca oggetto d’interesse specialmente per via delle innovazioni nell’ambito dell’automazione è fuor di dubbio. Era certamente così un decennio fa, quando redigevo la tesi, e credo lo sia fondamentalmente anche oggi. A rigor di termini, quella della «IA» è una sorta di idea regolativa della ricerca, ovvero un punto verso il quale volgere lo sguardo senza tuttavia pensare mai per davvero di poterlo raggiungere.

È chiaro che i segnali lanciati da grandi gruppi solleticano idee fantastiche di mondi in cui l’uomo, presto o tardi, dovrà fare i conti con presunte entità intelligenti e di pari dignità, tuttavia a ben guardare si è sideralmente lontani da simili dilemmi, poiché è l’assai più basilare concetto di intelligenza a sfuggire ancora oggi alla ricerca scientifica e tecnologica, il cui scopo non è porre nuovi problemi ma risolvere quelli esistenti. Ritengo cioè fuorviante confondere le domande filosofiche sull’essere umano, oziose eppure pertinenti in un mondo in cui sono ammesse solo scoperte ed escluse categoricamente invenzioni, con i legittimi interrogativi di natura tecnologica che la comunità scientifica, al di là dei vari proclami di imparzialità, va ponendosi per risolvere problemi fondamentalmente economici.

L’abitudine è un concetto da ripensare, sì. Da pensare e ripensare, com’è stato sempre fatto, in una letteratura amplissima, sin dai tempi più antichi. E ritengo valido ancora oggi ciò che argomentavo ai tempi della laurea, che cioè l’abitudine giochi un ruolo a dir poco fondamentale in quel complesso meccanismo solo in virtù del quale l’uomo può definirsi animale tecnico. L’abitudine, per amore di brevità, è il dispositivo grazie al quale concretamente un elemento del tutto naturale, ad esempio la ripetizione di un gesto, diviene parte integrante dell’intima struttura antropologica di colui che effettua quel gesto, ne modifica i tratti psicologici, quindi anche personali, e lo inserisce in un certo mondo percettivo e cognitivo a seconda dell’abitudine contratta. Ammetto che in poche righe non mi riesce d’essere più chiaro sulla questione, ma vale in generale l’idea che l’abitudine meriterebbe di stare alla base di ogni riflessione sui rapporti tra natura e cultura, tra corpo e protesi, tra esperienza e tecnologia.

 

Ho letto da qualche parte che lei si definisce un "fastidiatore", un ruolo che ha deciso di rivestire per reagire alla realtà fattuale, ai suoi quotidiani fastidi e dolori. Se capisco bene un ruolo utile anche per reagire, con leggerezza e autoironia alle molte realtà asfittiche (fastidiose) che caratterizzano l'Italia dell'oggi e che sembrano immarcescibili e impermeabili, in particolare alle nuove generazioni. Anche la narrazione tecnologica attuale avrebbe bisogno di grandi "fastidiatori". Un bisogno che aumenta con l'aumentare del conformismo dei media, della servitù digitale ed esperienziale delle moltitudini e della complicità di molti intellettuali che snobbano o non comprendono la tecnologia e i suoi effetti. Lei non sembra snobbare la tecnologia, anzi sembra usarla per "trattare bene" la filosofia sfruttando i canali della Rete per condividere liberamente il suo pensiero. Come potrebbero essere usate la tecnologia e la Rete per fare filosofia? Sarebbe possibile una pratica socratica online?

In tutta sincerità, il modo in cui, insieme a Cateno Tempio, – caro amico e compagno d’avventure filosofiche ed editoriali, anch’egli di recente intervistato in questa sede (Siamo ancora quelli della pietra e della fionda. E il vero problema sono i vicini, il prossimo, gli altri. ), – avrei «sfruttato» la rete per trattare di filosofia non ha certo tardato a mostrare i propri punti deboli, sebbene fossero analoghi a quelli riscontrati trattandola a mezzo stampa.

Anzitutto, è l’esperienza stessa ad insegnare che «fare filosofia», in rete o fuori, non è affatto un gesto da persone educate e civili. La gente perbene, bisogna dirlo a chiare lettere, di certo non si comporta così: non disturba, non scuote, non disagia, in una parola – non «fastìdia». La colta maleducazione del filosofo si può sfogare in rete anche più facilmente che sulla carta, ma il fatto resta lo stesso: se faccio uso della tecnologia per fastidiare otterrò lo stesso risultato di quando ne faccio a meno.

Lei mi chiede se possa risultare praticabile anche online quell’arte che era in voga ad Atene per non più di qualche decennio e che, non appena smise di essere circoscritta ad alcuni ristrettissimi circoli di adepti per finire sulla bocca di tutti gli ateniesi, portò il gran maestro venerabile a processo per direttissima e a morte per cicuta. In spregio di cotante premesse, pare che l’arte socratica della «maieutica» e dell’«ironia» venga ancora oggi praticata da certuni con i più diversi risultati.

C’è da considerare, dico io, che un presupposto fondamentale di quest’arte vorrebbe i partecipanti l’uno di fronte all’altro fisicamente e disposti a sfidarsi a singolar tenzone in un dialogo stringente al quale è rigorosamente vietato sottrarsi prima che uno dei due, arrendendosi, abbia riconosciuto la forza speculativa dell’altro. Tra l’altro, s’aggiunga tale aspetto non da poco, ad un certo punto la sottomissione dell’uno all’altro dovrebbe accadere non in virtù di idee «chiare e distinte» bensì per ragioni che oggi diremmo «magiche», in cui l’ispirazione d’un elemento «divino» infonderebbe nelle parole pronunciate un che di inoppugnabile cui inevitabilmente arrendersi a bocca aperta: in mezzo ai due avrebbe luogo una profezia.

Non trovo il modo in cui ciò possa verificarsi in un blog, in un  forum, in un qualsiasi portale di cultura sparso per la rete, così come a mezzo stampa. In tal caso, almeno questo è ciò che credo io, il mezzo di comunicazione conta poco o punto, dacché se la filosofia scritta e letta nei libri può avere un certo valore ma non può aspirare a sostituire o emulare tale antica pratica magica, figuriamoci la filosofia che naviga in rete. Per parte mia, di filosofia bisognerebbe parlare solo con gli amici fidati, riservando alla rete solo ciò per cui essa è nata e per la maggior parte dei casi è usata: spionaggio industriale, recupero di dati sensibili, impudicizie di singoli o di gruppi, ed infine accesso al conto in banca, che sia al proprio o a quello di più agiati.

 

Uno dei filosofi che si è occupato di abitudine è stato Montaigne (saggio Della consuetudine). Lo ha fatto per riflettere su se stesso e per denunciare, con approccio scettico, le molte contraddittorietà della società francese a lui contemporanea. Oggi novelli Montaigne non potrebbero fare una riflessione simile senza tenere conto dei comportamenti mutati delle persone come effetto della loro pratica tecnologica e della loro frequentazione degli spazi virtuali online. In che modo potrebbe essere declinato oggi il concetto di abitudine applicato ai social network e ai suoi stili di vita, tecnologicamente mediati/manipolati? L'abitudine (consuetudine) è pratica prepotente ma anche traditrice, è così anche su Facebook?

Nei due termini adottati da Montaigne per definire la consuetudine, resi in traduzione con «prepotente» e «traditrice», credo sia già racchiusa l’intera questione.

Sì, certamente l’influenza esercitata dal mezzo sugli stili di vita dei suoi frequentatori – tutti noi – è grande, per l’appunto prepotente: è difficile sottrarsi al richiamo “sociale” senza sentirsi esclusi da qualcosa. Gli strumenti tecnologici, Facebook tra gli altri, intercettano con precisione quella necessità di interazione sociale tra individui che contraddistingue il mondo animale in generale e che nell’uomo si espleta in maniera direi ossessiva per ragioni culturali. La prepotenza con la quale cerchiamo il contatto con un altro per le ragioni più varie si manifesta, amplificata, nella prepotenza con la quale aggiungiamo i contatti, o condividiamo opinioni, per le stesse ragioni.

L’abitudine di condividere in rete condiziona la struttura psichica del soggetto davanti allo schermo, modifica la sua percezione del mondo e soprattutto altera sensibilmente il modo in cui intenderà affrontare la prossima lettura. In sé il fatto non è grave, anzi è affatto naturale, se si considera che il tale davanti allo schermo è pur sempre, grosso modo, un’entità che respira, si nutre e sfrutta i propri sensi per apprendere qualcosa di nuovo sul mondo che lo circonda.

Il fatto grave diventa se considerato da un punto di vista esclusivamente sociale e mediale, cioè nel momento in cui riconosciamo che su internet si ha accesso a letture di un certo tipo mentre restano destinate ad altri mezzi, magari desueti per altri versi, letture d’altro tipo. Ecco perché contrarre un’abitudine piuttosto che un’altra fa la differenza in ambito cognitivo: se ho l’abitudine di leggere seicento righe al giorno digitate non più di un’ora fa dall’intero mio parentado, presto non sarò in grado di leggere cinque righe – cinque – uscite dalla macchina da scrivere di Deleuze cinquant’anni fa né un solo verso di Dante solo dio sa come sette secoli or sono. È così che l’abitudine si rivela traditrice.

 

Scrive Montaigne che una contadina era così abituata a portarsi appresso sulle braccia il suo vitellino dal non rendersi conto che nel frattempo fosse cresciuto a tal punto da essere diventato un bue. Non crede che molti frequentatori dei social network siano assimilabili a questa contadina e che solo a distanza di anni riescano a scoprire quanto i loro sensi (ma anche mani, braccia e mente) siano stati intorbiditi dalle pratiche abitudinarie a cui li richiama il ClickBait e il LikeBait? Pratiche così invasive dall'impedire di cogliere i numerosi segnali che arrivano dall'esterno e di aprirsi a nuove possibilità. Ma se la realtà è diventata tecnologica è normale che anche le abitudini lo siano. Senza di esse l'homus technologicus scoprirebbe il vuoto e "di essere cavo" e potrebbe impazzire. Allora meglio convivere con le abitudini indotte dalle protesi tecnologiche dello smartphone e dalle sue applicazioni! Lei cosa ne pensa?

Montaigne, subito dopo aver menzionato la storiella della contadina, in apertura del saggio da Lei citato, aggiunge che la consuetudine «ci mette addosso a poco a poco, senza parere, il piede della sua autorità; ma da questo dolce ed umile inizio, rafforzato e ben piantato che l’ha con l’aiuto del tempo, essa ci rivela in breve un volto furioso e tirannico, di fronte al quale non abbiamo più neppure la libertà di alzare gli occhi».

Si fa tutto abbastanza chiaro: abituo gli occhi a fissare lo schermo per attirare attenzione mediatica, mentre disabituo il cervello a capire il reale motivo per cui lo faccio. Ma procediamo con ordine. Il meccanismo dell’abitudine è caratterizzato quantomeno da tre aspetti imprescindibili, per tacere di altri: anzitutto la reiterazione dell’azione, quindi la gradualità delle operazioni ed infine lo scorrere del tempo. In generale, per contrarre un’abitudine è necessario compiere la stessa azione più volte e compierla poi con sempre maggiore frequenza, il che risulterà involontariamente sempre più facile nella misura in cui l’operazione è protratta nel tempo.

Ad un certo punto, senza che la coscienza sia stata di ciò allertata, si terrà in braccio un grosso bue. La magia dell’abitudine, però, consiste proprio nel farci percepire il peso del bue come quello di un vitellino: non ci rendiamo conto di cosa sopportiamo. Bisogna invece avere contezza di questo «potere meraviglioso» dell’abitudine, come suggerisce il filosofico Amleto alla madre impudica.

Quindi, per tornare al nostro povero tizio davanti allo schermo, – e si badi bene che io invece di mio pugno, con inchiostro del calamaio e penna d’oca, verso queste righe su papiro d’antica fattura degna solo degli egizi, – non ci si può esimere dal pensare quanto concretamente, presto o tardi, l’abitudine che così contrae peserà sul suo stile di vita, che nessuno giudicherà in sé ma che, considerato socialmente, potrebbe irregimentare un’intera schiera di internettologi «folta e piena», come direbbe Dante. Questa è la realtà.

Ma la realtà non è diventata tecnologica, – lo è sempre stata, – anche se di certo è normale che anche le abitudini lo siano. Ancor più precisamente, in virtù di quanto s’è detto, le abitudini non sono tecnologiche perché tecnologica è la realtà, piuttosto è vero il contrario: le abitudini costruiscono la realtà di un uomo, la forgiano «a poco a poco», direbbe Montaigne, ed è proprio in virtù delle abitudini che definiamo tecnologica la realtà. Chi si applica anche poco in certi studi viene in breve tempo a conoscenza della distinzione tra tecnica e tecnologia: l’una è l’essenza stessa dell’uomo, la sua natura, l’altra è il portato di questa sua essenza, o il «ritrovato». Per intenderci, l’«uomo tecnologico» non è un’invenzione, ma una scoperta. Montaigne conclude quel brano sull’abitudine dicendo che la «vediamo forzare ad ogni istante le regole di natura», ma solo nella misura in cui può farlo un accelerante, un catalizzatore o un enzima in una reazione chimica.

 

Il termine di "fastidiatore" da poco scovato ben si associa al modo con cui SoloTablet parla di tecnologia. Non ci si accontenta di raccontare le meraviglie e le opportunità fornite dalle numerose rivoluzioni tecnologiche che sperimentiamo, ma cerchiamo di introdurre "fastidi", "sospetti", "riflessioni critiche", richiamando ad una maggiore consapevolezza nell'uso delle tecnologie. In particolare lo facciamo sulle pratiche online diffuse dai media sociali che hanno cambiato le vite di molti distogliendoli dall'incontro faccia  a faccia, dalla conversazione diretta, dal contatto cinestetico, dall'incontro con il futuro partner o con il vicino di casa. Ritiene anche lei che ce ne sia bisogno e cosa suggerirebbe per una riflessione diversa del fenomeno social?

Lei giustamente menziona l’«incontro faccia a faccia» e il «contatto cinestetico» tra gli elementi di coesione sociale, anche allo scopo di trovare compagnia. A tal proposito, però, penso che isolarsi fisicamente dagli altri non sempre sia un male. Sono anzi convinto che tra i tanti modi in cui i dispositivi tecnologici, specialmente quelli connessi alla rete, facilitano l’isolamento psicologico di un individuo, tenendolo anche fisicamente a distanza dai suoi simili, non ce ne sia uno davvero efficace.

Intendo dire che oggi, per mezzo della tecnologia, sarà pur vero che si muore più raramente per cause naturali ma al tempo stesso non ci si muove di un passo in direzione di una vita più degna. La bomba atomica, ad esempio, è un ritrovato che adempie perfettamente alla funzione che l’uomo assegna alla tecnologia: il dominio sugli altri. Chiaramente un corpo si domina assai più facilmente dello spirito che lo anima, perciò dispositivi bellici come la Bomba puntano dritti al corpo, ma altri più sottili ed ergonomici si infilano nel corpo per arrivare alla mente, pur perseguendo lo stesso obiettivo.

I mezzi di comunicazione di massa, si sa, adempiono a specifiche funzioni di controllo, e non credo che i social media siano di fatto diversi. Il punto è che, per una sorta di eterogenesi dei fini, la tecnologia potrebbe in fin dei conti tornare utile all’uomo in maniera concreta migliorandone la vita, ma ciò nella realtà non accade. Quantomeno non fino ad ora. Al dispositivo bellico, dico io, dovrebbe essere preferito il dispositivo eirenico. E il concetto di pace tra gli uomini è figlio del concetto di distanza: la prossimità uccide. Non per nulla si ritiene che per riflettere su una cosa bisogna prenderne le distanze, sia temporali che spaziali. Ma perché una persona rifletta anzitutto su sé stessa e poi sul resto è necessaria senza dubbio una distanza spaziale, non dico siderale ma quantomeno radiale.

Una cerchia di persone dovrebbe sempre tenersi a debita distanza l’una dall’altra per avere un buon raggio d’azione. Facebook, per esempio, ci tiene reciprocamente lontani ma non a sufficienza. Forse lo fa soltanto nel modo sbagliato, perché sebbene si stia ognuno nella propria solitudine è evidente quanto poco l’utenza rifletta su sé stessa in simili occasioni. Ogni volta, tutte occasioni perse. E qui mi fermo, proprio sul punto di dire nel dettaglio come la penso sui rapporti letteralmente fisici delle persone, su ciò che l’estrema prossimità, presto o tardi, produce inevitabilmente, su ciò che un uomo e una donna – e dico così perché altre combinazioni sono già baciate da una fortuna naturale, della quale spesso ci si lagna pure – potrebbero fare assieme tenendosi però rigorosamente a due estremi di un’estesa e complessa rete virtuale offerta tanto gentilmente dalla tecnologia, per una volta utile davvero alle sorti umane.

Penso così di aver dato abbastanza fastidio, fornendo al tempo stesso sufficienti elementi per una riflessione critica.

 

Infine un'ultima domanda. L'intelligenza artificiale attuale è molto diversa da quella di prima generazione. Oggi non si punta più a costruire un clone del cervello ma a dare forma a macchine capaci di apprendere e di utilizzare le informazioni per organizzare in modo adattativo la loro interazione (modo di pensare) con la realtà nella quale sono inserite. Le macchine non sostituiranno mai l'uomo, ma secondo i teorici della singolarità (Kurzweil e non solo) siamo in una fase di non ritorno. Pensa anche lei che sia così? Il futuro sarà postumano (Arthur Kroker) e digitale e proprio per questo vittima della velocità di fuga e dell'etica postumana della tecnologia e di ansie esistenziali e culturali? Che sbocchi si intravedono per lei all'incertezza oggi dominante in quella che il filosofo pop del momento, Slavoj Zizek, definisce la vita alla fine dei tempi?

Sarebbe dunque l’èra dell’incertezza, questa? Un punto di non ritorno? Non riesco, per quanto mi sforzi, a trovare nella storia dell’uomo punti dissimili da questo. Quando, in passato, avremmo vissuto epoche di certezze e serenità esistenziali?

Quando avremmo solcato soglie sulle quali saremmo potuti tornare per modificare in un modo o nell’altro il corso della nostra vita o della nostra storia? Le mie, ovviamente, sono domande retoriche, – esattamente, ahimè, come le Sue. Ma il mio punto di vista mi impone la seguente riflessione: al di là di analisi storiche o, peggio, storicistiche, l’ipotesi «postumana» è concretamente un sogno per coloro che la intendono come la fine dell’èra dell’uomo e l’inizio di quella di un ibrido tra uomo e macchina, discutendo allegramente e spesso a spese dello stato, se a prevalere sarà il primo o invece la seconda, se cioè sarà l’uomo ad integrare elementi tecnologici, come da sempre del resto avviene, o piuttosto sarà l’automa a prendere coscienza lanciando la storia futura in uno scontro epico tra due forze coscienti. Hegel non lo scomodiamo perché lo si fa già abbastanza non appena qualcuno si alzi e dica «signore», «padrone» o sinonimi.

Limitiamoci però a dire che l’ipotesi postumana, in maniera credo più seria, è un sogno anche per i filosofi, ma non certo nel senso inteso sopra: ciò che viene dopo l’uomo, per certi amici, non può che essere l’«oltreuomo», l’uomo nuovo, l’uomo sveglio, cosciente di sé, capace di fare ciò che è giusto, non tutto ciò che sogna, – è il saggio, di cui finora non s’è vista traccia. Ciò, tra le altre cose, perché una macchina può portare l’uomo alla morte fisica, come s’è detto, ma non può portarlo a quel nuovo stadio di coscienza che può essere raggiunto solo attraverso il suicidio, cioè attraverso il sacrificio spirituale che un singolo fa esclusivamente per sé stesso. E chiedo scusa per l’inopportuna serietà della mia risposta.

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Sul tema dell’abitudine, suggerirei a chiunque la lettura di Proust. Ai cavalli di razza tecnologica che si opponessero recalcitranti alla sola idea di affrontare un tale colosso letterario non posso che augurare la desiderata prosperità nel mondo che così facendo contribuiscono ogni giorno a creare. La letteratura scientifica relativa all’innovazione tecnologica è sterminata, ma non sono sicuro che basti a comprendere le forme di un mondo diverso da quello attuale, poiché di fatto non lo si immagina diverso, anzi lo si vuole identico, ma solo più potente e al tempo stesso più controllabile. Dal mio punto di vista, un qualsiasi classico della filosofia è da preferire a tanta produzione di sapere contemporaneo, se si intende capire a fondo quali siano le più nascoste potenzialità di un essere umano, che la tecnologia attuale non può portare alla luce meglio di quanto abbia fatto quella d’altri tempi. Per provocazione, si leggano ad esempio anche solo i più noti tragediografi greci, tutti ottimi filosofi.

Un tema da investigare con curiosità sarebbe il rapporto tra tecnologia ed estinzione. S’è detto già, ma ora seriamente mi domando in che misura la tecnologia – hodie et semper – sia davvero in grado di favorire il sano processo di separazione tra gli individui, sia cioè capace di aiutare concretamente le persone ad isolarsi l’una dall’altra in maniera tanto completa da garantire ai pochi sopravvissuti, chiunque siano quei fortunati, il grado minimo di libertà fisica e mentale che definiremmo davvero degno di una specie “evoluta”.

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Ritengo importante che i lettori a spasso nella rete vengano informati sulle possibilità e sui rischi della rete stessa, su ciò che essa in sostanza può offrire e sui modi in cui possa essere usata.

Non ho però suggerimenti specifici in proposito, – non ho competenza né autorità per darne, – anche perché c’è da rassegnarsi all’idea che l’uso di un mezzo non dipende dalla sensibilità di colui che ne usufruisce né dall’intenzione di colui che l’ha inventato o scoperto, ma solo dalle caratteristiche intrinseche del mezzo stesso.

 

 * Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli(India, Mongolia)

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