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Viviamo sempre indossando delle lenti

Viviamo sempre indossando delle lenti

23 Agosto 2017 Interviste filosofiche
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Philip K. Dick, il grande scrittore di fantascienza (e filosofo di prim’ordine, aggiungerei), l’ha detto in maniera impeccabile nei suoi romanzi: siamo sempre posseduti da qualcosa che plasma il mondo così come lo vediamo. L’illusione è di possedere il mondo. Le lenti di domani saranno quelle della tecnologia, dell’ibridazione uomo-macchina, del cosiddetto “transumanesimo”? Credo di sì, in misura ampia o ridotta. Il punto fondamentale è: agiremo per trovare alla base di questo cambiamento (di queste “lenti”) i fondamenti etici, sociali e filosofici che ci permetteranno di procedere senza farci troppo male?

Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III. Schopenhauer come educatore, tr. it. di M. Montinari, in F. Nietzsche, Opere, vol. III, tomo I, Adelphi, pag. 457)."

 Carlo Mazzucchelli  intervista  Riccardo Dal Ferro, in arte e online “Rick DuFer”, divulgatore filosofico e culturale

Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero?  .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori.

Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.


Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Prima di tutto grazie per l’opportunità.

Mi chiamo Riccardo Dal Ferro e in rete sono meglio conosciuto con lo pseudonimo di “Rick DuFer”. Sono un trentenne vicentino laureato in filosofia che di lavoro fa il divulgatore filosofico e culturale.

La particolarità della mia attività è che ho scelto di portarla avanti principalmente attraverso Youtube, cosa che provoca lo sconcerto di molti. “Come può la filosofia venir divulgata su Youtube, che è il sito degli scherzi, del trash e dei gamers?” Eppure da più di due anni la mia attività ha visto crescere in qualità e quantità un progetto che ormai coinvolge più di trentamila persone, che diffonde cultura e domanda filosofica e che a mio avviso dimostra che la filosofia riesce a insinuarsi nei luoghi più impensabili: persino su Youtube.

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Zizek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Viviamo un’epoca di transizione nella quale è sempre più labile il confine (tutto artificiale) tra cultura e natura. Questo dipende da un movimento di ampio respiro che prende le mosse da Spinoza, Galileo e Bacone, per arrivare a Darwin e al pensiero evoluzionista.

Non solo l’uomo non è più al centro dell’universo, ma esso è anche una parte del tutto, un tassello (seppur importante, dal nostro punto di vista) della natura. Il mito prometeico ha sempre instillato in noi la sensazione che la tecnologia fosse qualcosa di intrinsecamente malvagio, una sorta di peccato originale, perché ci faceva sentire così distaccati dalla natura, così avulsi da un’ordine altrimenti meccanico, così “speciali”.

Lo smarrimento che molte persone oggi sperimentano in relazione all’avanzamento tecnologico è invece il medesimo smarrimento che una qualsiasi creatura proverebbe nel veder cambiare in modo repentino le proprie condizioni esistenziali, in relazione all’ambiente circostante. Quel che voglio dire è che sta divenendo sempre più chiaro che la tecnica è il nostro modo di evolverci e non un “dono divino” distaccato dalla natura. Ma la consapevolezza di ciò matura in modo più lento rispetto al progredire della tecnica stessa.

Credo che scienziati e filosofi abbiano il compito di costuire idee e concetti che permettano alle persone di maturare questa consapevolezza. Tutti i danni che la tecnologia si porta dietro non sono frutto della tecnologia in sé, ma dell’uso inconsapevole che ne facciamo.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

La tecnologia non possiede intenzione, o perlomeno non ancora. Per “non neutralità” io intendo l’intenzione che muove l’agire, e in questo senso la tecnologia è completamente neutrale.

La domanda giusta che ci dovremmo porre è invece la seguente: come possiamo far sì che la tecnologia divenga una questione morale?

Tutti sappiamo che gettare una bomba atomica su una città è un atto riprovevole, eppure in sessant’anni gli armamenti atomici si sono moltiplicati in qualità e quantità. Sappiamo che c’è della moralità dietro questi problemi, ma ancora non abbiamo i mezzi per farne una questione etica. La tecnologia è una questione sociale ed economica, è giuridica e scientifica, ma non ancora etica.

Per me, vertere sulla questione di neutralità/non neutralità è miope perché nel frattempo non guardiamo al reale problema: come possiamo farne una questione etica? Per esempio, si sente molto dire: “I giovani d’oggi non si annoiano più perché hanno sempre uno schermo davanti”, ma non c’è alcuna interrogazione sul valore della noia per la maturazione individuale in relazione alla tecnologia. Tutto è preso come dato di fatto, come realtà incontrovertibile, ma nessuno (e qui davvero lo ribadisco: nessuno!) pone le basi affinché domani la tecnica possa autenticamente (e non distrattamente) essere una questione etica.

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Gli scenari non sono poi così futuri.

Già oggi l’evoluzione umana ha portato all’ibridazione tra tecnologia e biologia, basti pensare all’enorme avanzamento nella ricerca delle protesi meccaniche e della robotica, la cibernetizzazione del sapere e dell’informazione, la dipendenza quotidiana da device portatili come tablet e smartphone. Come detto sopra, il problema non è tanto lo scenario (campo d’azione della giurisprudenza) quanto piuttosto il ruolo che noi giocheremo in quello scenario: sulla base di quale principio etico finiremo per prendere una o l’altra strada?

Agiremo come se dietro la tecnologia ci fosse un’idea di giustizia universale, platonicamente, conservando beni che oggi riteniamo inalienabili (la privacy, l’individualità) oppure saremo più utilitaristi e daremo alla tecnica uno sfondo etico che mira alla realizzazione del benessere per il maggior numero di persone possibile, sacrificando alcune cose che oggi riteniamo intoccabili?

Nessuno si pone davvero questa domanda e finché non ce la poniamo, la tecnica rimarrà qualcosa che ci utilizza, non che viene utilizzato.

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

A nessuna delle due perché entrambe partono dal presupposto che siamo noi a dominare gli elementi del mondo.

Ma questo non è più vero fin dai tempi in cui cominciammo a coltivare frumento, 15.000 anni fa, rendendo la nostra vita peggiore, più sedentaria, meno libera, con una dieta meno ricca, meno salutare, a vantaggio… del frumento, che è diventato in poco più di un migliaio di anni una delle piante dal maggior successo evolutivo nella storia. Per dirla meglio, siamo stati il mezzo con cui un vegetale ha creato la sua nicchia ecologica che tutt’ora perdura. T

ecnofobi e tecnomaniaci vivono nell’illusione che l’uomo sia il fine: i primi temono che l’uomo perda questo ruolo diventando solo un mezzo (quando un mezzo lo siamo già), i secondi sono convinti che l’uomo amplierà la propria capacità di essere il fine ultimo del suo agire.

Io sono un fenomenologo: prendo atto di quel che accade e cerco di trovare al fondo dei fenomeni che mi si presentano le questioni basilari e non emendabili da affrontare. Quale principio morale guiderà il nostro rapporto con la tecnologia? Ma soprattutto: essa sarà davvero un problema di stampo morale? E come può diventarlo?

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Ma noi viviamo sempre indossando delle lenti.

Non esiste né mai è esistito un momento in cui l’uomo vivesse guardando il mondo “così com’è”. L’aristotelismo ha rappresentato una delle più durature lenti della storia, facendo pensare, agire e credere la gente in cose, idee e storie che le lenti successive, quelle della rivoluzione scentifica e realista, hanno completamente abbandonato.

Philip K. Dick, il grande scrittore di fantascienza (e filosofo di prim’ordine, aggiungerei), l’ha detto in maniera impeccabile nei suoi romanzi: siamo sempre posseduti da qualcosa che plasma il mondo così come lo vediamo.

L’illusione è di possedere il mondo. Le lenti di domani saranno quelle della tecnologia, dell’ibridazione uomo-macchina, del cosiddetto “transumanesimo”? Credo di sì, in misura ampia o ridotta. Il punto fondamentale è: agiremo per trovare alla base di questo cambiamento (di queste “lenti”) i fondamenti etici, sociali e filosofici che ci permetteranno di procedere senza farci troppo male?

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boetie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Come ho detto poco fa, le idee ci posseggono e plasmano il mondo come lo conosciamo. Il che non significa che siamo completamente inabili nel prendere una direzione. Possiamo scegliere oggi se abbandonare la tecnologia? Non più di quanto un canguro potrebbe scegliere di abbandonare la sua andatura zompante. Possiamo pensare la tecnologia in senso etico?

Questo lo possiamo fare, e anzi dobbiamo farlo. Nel problema posto, che ha a che fare con una molteplicità di questioni irriducibili in poche righe, ci sono domande sul potere e sull’educazione (filosofia politica), sulla biotecnica e la ricerca (filosofia della scienza), sull’agire e sul bene comune (filosofia morale). Ma finché non troveremo al fondo del nostro rapporto con la tecnologia le basi per farne una questione etica, brancoleremo nel buio.

Oggi un uomo sa perfettamente se scegliere tra un MacBook Pro o un Asus, ma non ha idea di quale sia l’atteggiamento etico da soddisfare per problematizzare la sua privacy in relazione alle aziende che producono quei dispositivi. Siamo kantiani oppure milliani (e qui lo smarrimento è evidente), ma per dirla in parole più accessibili: sulla base di quali analisi etiche potremmo propendere verso la protezione della privacy e dell’individualità, anziché verso l’utile e l’informazione? Questa questione è pressante.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Il libro della Turkle Insieme ma soli, una lettura bellissima peraltro, ha un problema immenso: si appella a un non meglio identificabile imperativo morale che pretende di avere la stessa forza della seduzione tecnologica. Per esempio, quando parla della solitudine e della riflessione, dimostra di avere come unica arma per renderle “seducenti” quella dell’intuizione morale.

Intuisco immediatamente che sopportare la solitudine ed essere riflessivo porta un bene alla mia vita, è una cosa “di per sé evidente”, ma non si va oltre. Un sedicenne che usa Facebook e Instagram dodici ore al giorno non si lascerà minimamente convincere da un tale appello perché nella sua realtà è “di per sé evidente” che i social network hanno costruito le relazioni, magari le simpatie e gli amori, i giochi e le idee della sua vita. Appellarsi a una non meglio indentificata (e approfondita) intuizione morale non è sufficiente. Ed è proprio per questo che ho ribadito a più riprese la necessità di chiederci: come può diventare questo problema un problema etico? Perché l’esempio che ho fatto qui sopra dimostra che il problema è “toccato” (se non addirittura sfiorato) dall’etica, ma non è un problema etico. E di nuovo, finché non faremo questo, il sedicenne di cui sopra userà male quei mezzi, mentre il filosofo non saprà carpire la sua attenzione in nessun modo.

 

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Per me l’unica difesa è il pensiero.

E oggi non stiamo “pensando” la tecnologia, la stiamo solo prendendo “di petto”. Non ho letto il libro che cita e lo farò perché l’argomento mi tocca da vicino, sperando di trovare una trattazione che ci permetta di prendere meno “di petto” e di pensare un po’ di più questa questione così cruciale per il nostro tempo.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Un consiglio di lettura che mi sento assolutamente di dare perché mostra una strada fenomenologica (attraverso l’antropologia) nel rapporto con la tecnologia è questo: “Sapiens” di Yuval Noah Harari (tradotto in Italia con “Da Animali a Dèi”.

Come consiglio, tiro acqua al mio mulino: proponete interviste video su Youtube!

 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Devo ammettere che le domande mi hanno interessato moltissimo, ogni tanto capita di venire intervistato da chi sa fare interviste e questo è uno di quei casi.

Continuate così!

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Stati Uniti - Tibet) 

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