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Perdere tempo per educare. Educare all'utopia nell'epoca del digitale

Perdere tempo per educare. Educare all'utopia nell'epoca del digitale

09 Dicembre 2020 Redazione Scuola
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La realtà è complessa ma è diventata anche molto veloce. La velocità è quella della tecnologia, delle piattaforme che tutti utilizzano e dei comportamenti di coloro che le abitano. Uno degli effetti è la compressione del tempo, vissuto oggi solamente nella sua espressione presente. Velocità e presente continuo sono due elementi che condizionano la vita delle persone in tutti i loro ambiti esperienziali. Anche la scuola.

La scuola, le nuove generazioni, l'educazione sono gli ambiti sui quali Simone Lanza, con il suo libro, richiama tutti a una riflessione critica, non scontata e ricca intellettualmente. Un bel libro da leggere!

Il libro di Simone Lanza, Perdere tempo per educare. Educare all'utopia nell'epoca del digitale, è pubblicata da WriteUp Site

La compressione spazio-temporale, in base alla quale «lo spazio sembra rimpicciolire fino a diventare un villaggio globale […] mentre gli orizzonti temporali si accorciano al punto in cui il presente è tutto ciò che c’è» (Harvey).

Ricorre, tra le pagine di questo intenso scritto, la domanda rousseauiana, se sia ancora possibile perdere tempo per educare le nuove generazioni. Come si può uscire dallo schiacciamento sul presente dando futuro con il passato?

Partendo dalla quotidiana esperienza pratica di docente e formatore, l'autore sviluppa una riflessione teorica sulle difficoltà dell'educazione odierna segnata sempre più dalla velocizzazione, dalla perdita di autorità delle figure educanti, dalla perdita di mediazione umana dovuta all'espansione del tempo-schermo, del démariage e della crisi del matrimonio, tutti aspetti che mostrano le conseguenze sulla salute psico-fisica dei più giovani. Il saggio propone di risemantizzare parole quali autorità, testimonianza, limite, mediazione, ordine, disciplina, regole in una pedagogia dell'utopia.

Pensate lontano dall'accademia e dalla formazione come scienza, ma scritte con spirito divulgativo e rigore scientifico, le riflessioni si rivolgono a insegnanti, genitori, nonne, educatori, animatrici, logopedisti, catechisti, e allenatrici, a chiunque, nella comunità educante, abbia ancora a cuore la questione politica della relazione tra generazioni.

 

 

 

"Il dispositivo pedagogico che educa al mondo dello spettacolo è lo schermo. Con schermo bisogna intendere la TV, ma anche la console di gioco, gli smartphone, i computer, i tablet. Mentre il fascino degli schermi aumenta, il danno si estende: al tempo davanti alla TV si somma quello di fronte ad altri schermi. Lo schermo è l’oggetto davanti a cui adulti (e quindi anche minori) stanno la più parte del tempo. La questione diviene problematica non tanto perché lo schermo in quanto tale abbia caratteristiche negative ma perché un eccesso di tempo-schermo in età evolutiva è dannoso. Non perché lo schermo sia in sé neutrale e quel che conta sia l’uso (individuale) che se ne fa, come se ci fosse un uso buono e un uso cattivo delle tecnologie. Esiste un uso sociale delle tecnologie e le tecnologie riflettono e proiettano un modo concreto di stare al mondo: in questo caso educano a stare al mondo come spettatori e spettatrici. Lo schermo inoltre sviluppa, nell’età dello sviluppo, un tipo di concentrazione e di attenzione che inibisce lo sviluppo di altre capacità tra cui l’empatia e le capacità relazionali, la riflessione, il senso critico.

Al di là del fatto che la pubblicità (che è la condizione e il fine dello schermo) è stata giustamente definita da Latouche «inquinamento spirituale»,[5] quando si considera la questione dello schermo-educatore ci chiediamo quali sono gli aspetti pedagogici che l’esposizione a schermi pone in un’epoca in cui sembra – dalla ideologia dominante – che i nativi digitali abbiano propensioni quasi naturali a padroneggiare le tecnologie?"

...testo tratto da un articolo di Simone Lanza che potete trovare qui

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