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Tizio - Questa è scienza! Caio - E allora?!

Tizio - Questa è scienza! Caio - E allora?!

23 Febbraio 2021 Maurizio Chatel
Maurizio Chatel
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Immaginiamo uno scenario possibile e auspicabile: un convegno tra professionisti di differenti provenienze per la ricerca e la gestione di nuove risorse (in senso lato). Possono parteciparvi vari tipi di Manager aziendali, sociologi, matematici e psicologi, persino filosofi. Lo scopo è di formalizzare delle idee, arrivare cioè a una sintesi che concili i diversi modelli di sviluppo in un meta-modello unificante. Vaste programme! L’unica strada immediatamente percorribile per arrivarci è il Dialogo collaborativo, il mettere in comune singole visioni del mondo attraverso la loro enunciazione. In questo scenario c’è però un convitato di pietra, che prima o poi piomberà come un macigno sul tavolo: la frase “questa è scienza!”.

Secondo la logica del Dialogo collaborativo (per capirci, quello dei Dialoghi platonici maturi, non meramente ironici e confutativi), un’affermazione di questo genere è impropria e scorretta, poiché assume un carattere impositivo.

Essa si fonda su un pregiudizio: che la scienza abbia sempre e comunque l’ultima parola. Ogni dialogo corretto dovrebbe fondarsi su un presupposto imprescindibile: inserire gli interlocutori in un orizzonte di linguaggio comune, che può anche essere quello scientifico, purché tutti ne partecipino in ugual misura. In un contesto come quello immaginato ciò non avviene, e quindi è lo scienziato che deve adeguare il suo gioco linguistico a quello comune, che però va trovato.

Emergono così due ordini di problemi: che cos’è davvero “scienza”, e la possibilità di un linguaggio comune tra diverse competenze per la soluzione di problemi complessi (che è qualcosa di molto attuale, anche solo pensando ai Recovery Plan che i vari Paesi europei devono predisporre nell’immediato presente). Il primo problema concerne la reale o presunta superiorità della scienza nell’ambito delle conoscenze umane.

Questa collocazione gerarchica del sapere scientifico è “storica”, contingente, o necessaria? Attenzione ai trabocchetti, perché già Platone, il più platonico dei filosofi, poneva la scienza come modello universale del sapere (mathesis universalis), anche se indicava nella Dialettica la via per giungervi. Questa concezione, com’è noto, è stata radicalmente confutata da Heidegger, che ha visto nel pensiero scientifico solo un modo di utilizzare il mondo, un modo totalitario e distruttivo. Siamo passati così da un estremo all’altro, perdendoci nel polemos.

Che cosa può dire lo scienziato in un consesso collaborativo?

Egli può esporre degli stati del mondo – tabelle, modelli matematici e statistici, dati sperimentali – che non esauriscono il reale e che, soprattutto, vanno interpretati. Non diversamente, ci si può chiedere che cosa può dire a sua volta il filosofo. E qui entriamo nella seconda questione: se il filosofo contemporaneo ha una competenza sul Linguaggio, competenza che gli deriva dallo sviluppo dell’ermeneutica, allora il suo primo compito non è “dire” ma “ascoltare”, e poi mettere ordine del “detto” e avviare il gioco dell’interpretazione.

Che non è un gioco da bambini. È cosa ovvia infatti che ogni tentativo di interpretazione possa diventare un labirinto, ed è a questo punto che ci si consola col fatto che la scienza, almeno, una risposta ce l’ha. Ma il labirinto non è necessariamente una trappola; esso può essere inteso anche come una rappresentazione del reale, costringendoci così a mettere in campo l’astuzia – la Dea Metis, rappresentata simbolicamente dal Filo d’Arianna.

Rappresentarci il reale come un labirinto vuol dire uscire dall’illusione cartesiana del mondo come “luogo geometrico” rappresentato da relazioni lineari tra punti, che non significa rinunciare alla scienza ma capovolgerne il senso: mentre secondo lo scientismo cartesiano è la scienza che utilizza il mondo, nell’epistemologia della complessità dev’essere il mondo a impadronirsi astutamente della scienza; mondo inteso come ambiente umano, come quell’essere-nel-mondo che è un essere con gli  altri e per gli altri prendentesi cura. In questo modo di esserci, che non è coabitazione ma appartenenza, la scienza va accolta nel consesso in un rapporto di parità, coi suoi contributi e non con le sue soluzioni.

Solo riconoscendo nell’ultima delle sue creature – la tecnologia – un contributo, nulla di più e nulla di meno, potremo evitare il disagio di quella interruzione perentoria di ogni Dialogo che ancora spesso ci arriva con la frase “questa è scienza!

 

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