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Spinoza può indicare la strada?

Spinoza può indicare la strada?

16 Marzo 2022 Interviste filosofiche
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La crisi di sistema che stiamo vivendo suggerisce a tutti una riflessione critica, ampia e approfondita degli eventi che caratterizzano l’epoca corrente, dentro l’era definita come avanzata perché tecnologica e digitale. La riflessione non può non nascere da (ri)letture e dagli spunti che molti autori del passato hanno elaborato per noi in modo che potessimo meglio comprendere, decostruire, contraddire la realtà da noi variamente esperita. Alcune letture sono più importanti di altre, sia in termini di opere sia di autori, altre sono per definizione difficili ma necessarie. Tra queste metterei anche Damasio che il testo qui condiviso dalla filosofa Anna Colaiacovo collega a un autore ben più importante come Spinoza e alla sua opera più importante, l’Etica. Un’opera terminata nel 1662 e che mantiene ancora oggi tutta la sua validità e contemporaneità. Un’opera difficile che pochi hanno probabilmente il coraggio di leggere. Non l’autrice del testo qui sotto pubblicato…

[Carlo Mazzucchelli]

Un testo di Anna Colaiacovo


Leggendo con attenzione l’Etica, ho capito che il neuroscienziato Antonio Damasio ha preso veramente tanto da lui. Ha ripreso la centralità del corpo, l’insufficienza della nostra conoscenza sul funzionamento del corpo stesso, l’importanza della relazione, il ruolo dell’immaginazione e altro ancora. Penso che Spinoza possa ancora darci dirci molto su diversi aspetti che vi propongo. Tralascio per brevità la prima parte dell’Etica che riguarda Dio ovvero la Natura, di cui siamo parte e non padroni. 

Rispetto a una tradizione filosofica che ha esaltato l’anima/mente, Spinoza pone al centro della propria indagine proprio il corpo, nel senso che la conoscenza che noi abbiamo del mondo (dei corpi esterni) è legata alla struttura del nostro corpo, al modo in cui il nostro corpo è modificato dal mondo esterno. Abbiamo la percezione di ciò che avviene all’esterno attraverso il corpo, che è sempre in relazione con il mondo. 

«La mente umana è atta a percepire moltissime cose, e tanto più è atta quanto più numerosi sono i modi in cui il suo corpo può essere disposto.» (Etica II, prop. 14)

“Nessuno ha sinora determinato che cosa possa il Corpo, cioè l’esperienza sinora non ha insegnato a nessuno che cosa, per le sole leggi della natura considerata solo in quanto corporea, il Corpo possa e che cosa non possa, se non sia determinato dalla Mente. Nessuno, infatti, conosce la struttura del Corpo sì esattamente da poterne spiegare tutte le funzioni…» (Etica III, prop. II scolio)

Per Spinoza la mente è l’idea del corpo.

Non scegliamo le idee che abbiamo nella nostra mente, però possiamo prenderne coscienza.

Tutto è in relazione: il corpo stesso è costituito da moltissimi corpi ed è in contatto con altri corpi, così come l’idea che costituisce l’essere della mente umana è formata da moltissime idee. L’individuo non è una sostanza né un soggetto, ma una relazione tra esteriore e interiore che si costituisce nella relazione stessa.

Questo significa, da un lato, che senza corpo la mente non potrebbe percepire nulla e, dall’altro, che noi non percepiamo il mondo esterno così come è, ma in relazione al nostro corpo. Questo tipo di conoscenza viene chiamata da Spinoza ‘immaginazione’ o primo livello di conoscenza. L’immaginazione è la capacità della mente di produrre immagini a partire dai corpi e di riprodurle anche in assenza dell’oggetto da cui sono scaturite. Le immagini non rispecchiano la realtà (il colore non è una proprietà delle cose ma deriva dalla nostra rappresentazione), ma non sono casuali perché obbediscono a leggi che sono le leggi della natura.

Inoltre Spinoza ci può dare qualche indicazione anche su come agire nel mondo.

Parte dal presupposto che il nostro essere coincide con la nostra potenza:

Lo sforzo, col quale ciascuna cosa si sforza di perseverare nel proprio essere, non è altro che l’essenza attuale della cosa stessa” (Etica, III, prop. VII)

Questo sforzo, conatus, è l’impulso vitale all’autoconservazione, che spinge ad agire per accrescere la propria potenza, ma trova un limite alla propria espansione negli altri corpi. Quando questo sforzo è riferito insieme alla mente e al corpo, si chiama appetito. La cupidità è l’appetito con coscienza di sé stesso. L’uomo è quindi un animale desiderante (concetto ripreso da Freud); la sua essenza è la cupiditas, una quantità di energia che può diminuire o aumentare. Da qui la fluttuazione del nostro animo.  La mente è la consapevolezza di ciò che accresce la potenza di agire del nostro corpo o la diminuisce: la letizia è il passaggio da una perfezione minore a una maggiore, la tristezza da una maggiore a una minore. Le passioni tristi diminuiscono la nostra potenza di essere (Benasayag autore di un libro bellissimo: “L’epoca delle passioni tristi”).

L'epoca delle passioni tristi è la nostra!

Per Spinoza la mente non ha il potere di dominare (controllare) le passioni, ma, quanto più le conosce, tanto meno ne è condizionato:

Le azioni della mente nascono solo da idee adeguate; le passioni invece nascono soltanto da idee inadeguate.” (Etica, III, prop. III)

Non ha un approccio moralistico, si pone contro tutta la letteratura moraleggiante. Non si tratta di condannare o esaltare le passioni e neppure si può pensare di eliminarle. La valutazione morale non ci libera perché riguarda solo la mente e, secondo Spinoza, lo sforzo della volontà è inutile. Si tratta, invece, di conoscere le passioni. Spinoza ne delinea la genealogia: nascono da cause naturali. Essendo posti in una catena di cause, gli esseri umani sono costantemente ‘affetti’:

Affectus: modificazione del corpo a causa di un agente esterno.

«Da ciò è chiaro che noi siamo agitati in molti modi da cause esterne, e che, come le onde del mare mosse dai venti contrari, siamo sballottati qua e là ignari del nostro esito e del nostro destino». (Etica, III, prop. LIX, scolio)

In questo stadio sprechiamo una grande quantità di energia psichica e siamo chiusi in noi stessi, nella nostra individualità. Diamo valore all’Io e vediamo un mondo costituito da individui separati.

Non è attraverso la rinuncia e la privazione che possiamo modificare le cose. La ragione non ha l’energia di comprimere le passioni. Fa prediche inutili. Le virtù che molti predicano sono tristi: umiltà e tristitia.

Giudichiamo buono ciò che desideriamo, non lo desideriamo perché è buono. Il bene è ciò che si desidera e si desidera qualcosa perché si pensa che ci darà gioia.

Dobbiamo  rivendicare il diritto al perseguimento della nostra utilitas che non è egoismo, ma è il rifiuto dell’etica del sacrificio. Diventa egoismo se, come spesso accade, siamo tentati a privilegiare un bene presente o ciò che in quel momento sembra farci bene, ma nel tempo ci danneggerà. Il perseguimento del proprio utile diventa altruistico nel momento in cui ci rendiamo conto che, quello che appare utile in questo momento, nel tempo non lo sarà più. Nell’analisi delle cause non bisogna riferirsi all’immediato.  Per es. l’odio è una passione che sembra attiva, in realtà è distruttiva e alla lunga ci rende infelici perché ci espone all’inimicizia, mentre la massima utilità si riscontra nella dimensione cooperativa e altruistica che accresce la nostra potenza. Non c’è nessuna cosa più utile all’uomo dell’altro uomo. All’affermazione hobbesiana dell’“Homo Homini lupus” Spinoza contrappone l’“Homo homini deus”. Solo nel distacco da sé e guardando la totalità possiamo realizzare nel modo migliore la nostra natura.

Io riduco alla Fortezza tutte le azioni che seguono dagli affetti che si riferiscono alla Mente in quanto conosce, e distinguo la Fortezza in Fermezza e Generosità. Per Fermezza intendo la Cupidità con cui ciascuno si sforza di conservare il proprio essere per il solo dettame della ragione. Per Generosità intendo, invece, la Cupidità con cui ciascuno si sforza, per il solo dettame della ragione, di aiutare gli altri uomini e di unirli a sé in amicizia.” Etica III, prop. LIX, scolio)

Se incrementiamo la nostra conoscenza, modifichiamo anche i nostri desideri e abbiamo più potere nei confronti dei desideri indotti dal mondo esterno. La particolarità dell’uomo nella natura è la possibilità di perfezionarsi, attraverso la conoscenza della forza del proprio conatus (cupidità), ossia la possibilità di trasformare l’imposizione delle passioni in azioni. L’esistenza quindi come pratica di perfezionamento. Ritroveremo questa visione in Nietzsche: “Come si diventa ciò che si è” (sottotitolo di Ecce Homo).

Rispetto a una tradizione filosofica che ha considerato la vita come una preparazione alla morte, Spinoza afferma con fermezza che la filosofia è meditazione della vita, non della morte:

 “L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua sapienza è una meditazione non della morte, ma della vita.” (Etica, IV, prop. LXVII)

Un filosofo del ‘600 ci può ancora indicare la strada?

 

 

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