CULTURA [1]

06 Maggio 2021 Etica e tecnologia
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Cultura rinvia alla forma di un participio futuro, come natura, creatura, ventura; la stessa parola latina futurus è participio futuro del verbo esse (così come presente è un participio presente – da præesse, essere di fronte – e passato è un participio passato – da passare). La matrice che genera la parola cultura è un verbo latino, còlere, che significa innanzitutto coltivare, anche nel senso figurato di avere cura, trattare con attenzione o con riguardo, quindi onorare; per estensione, perché la coltivazione implica la stanzialità, significa anche abitare. Da tutto questo prendono vita parole comuni e diffuse come: agricoltura, culto, colonia e colono, inquilino... oltre a coltivare, e cultura.

[cul·tù·ra]

Cultura: altra parola di colori e margini incerti senza una forma propria; vuole dire molto e nulla e, dunque, alla fine vuole dire nulla; abusata, dilatata fino a essere poco più di un suono, ma un suono evocativo del quale si finisce per fingere di condividere il valore; usata con distrazione, buona per condire molti piatti, anche per nobilitare quello che talvolta non lo merita o come soprabito per coprire quello che è meglio resti coperto. C’è chi la ostenta come un fiore di plastica all’occhiello.

Una persona di cultura, un argomento di cultura, un’occasione di cultura, un incontro culturale, un’iniziativa culturale... I libri hanno sempre a che fare con la cultura? E l’arte? E lo spettacolo? E chi ha studiato, chi ha passato molto, persino troppo tempo, nel sistema scolastico, solo per questo può essere considerata colta?

Dipende dal valore che diamo alla parola oppure che rinunciamo a darle, lasciandola indefinita. 

Ma qui tentiamo di uscire dall’incertezza, riconducendo (e riducendo) le parole a un significato più certo: quello al quale si può risalire, di derivazione in derivazione, retrocedendo fino a una forma primitiva, originaria. Certo – e lo so – ridurre a un solo significato significa negare la vita che ha portato le parole fino a noi, ma visto da un altro punto di vista significa anche liberare le parole dalle incrostazioni del tempo e dell’uso, incrostazioni talvolta così spesse da renderne l’origine irriconoscibile. In un tempo di disorientamento e relativismo spinto all’esasperazione, ripulire le parole può essere un’operazione di restauro del senso, quasi un ripartire dall’abc, da (almeno) un significato meno arbitrario di altri che in seguito si sono aggiunti o sovrapposti. Niente di più.

Cultura è un participio futuro

Cominciamo con l’osservare che cultura rinvia alla forma di un participio futuro, come natura, creatura, ventura; la stessa parola latina futurus è participio futuro del verbo esse (così come presente è un participio presente – da præesse, essere di fronte – e passato è un participio passato – da passare).

La grammatica dell’italiano prevede il participio passato, che ci parla di un’azione conclusa o di una situazione ormai definita; prevede il participio presente, che esprime un’azione o una situazione attuale, corrente, in divenire; non prevede il participio futuro, come invece è nella grammatica latina.

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Tuttavia, benché il participio futuro non sia riconosciuto dalla grammatica, le parole a esso riconducibili, lo abbiamo visto, ci sono eccome, e alcune sono di uso comune, come nascituro e morituro, che non ci parlano di cosa sarà, ma di cosa sta per succedere, imminente, di cosa non è ancora eppure già partecipa dell’essere, indica ciò che è prossimo e già se ne intravede l’abbozzo, la traccia, il segno. In senso stretto, nascituro non è chi nascerà, ma il feto che sta per nascere, la cui nascita, perciò, è già inscritta nel presente: è chi già oggi è con noi compresente, anche se non lo vediamo; e, in senso stretto, morituro non è chi morirà – altrimenti tutti saremmo morituri – ma il moribondo o il condannato prossimi a morire.

Il participio futuro non è legato a un’attesa indefinita, ma alla prossimità della realizzazione: dunque un tempo di ragionevole certezza, benché ancora non sia evidente; è il tempo del futuro già tra noi, anche se non è apertamente manifestato. Il participio futuro è il tempo del già e non ancora. Potremmo dire che il seme germogliato è il participio futuro della pianta prossima a emergere e dell’albero che sarà; che il viaggio iniziato è il participio futuro della meta verso la quale è rivolto e terminerà; e così diremmo delle fondamenta appena gettate, nelle quali possiamo già intravedere la casa ormai prossima; od osservare che la nostra vita è participio futuro della morte che ci attende e, alcuni aggiungeranno, di quello che ci attende dopo la morte.

Visti dalla fine dei tempi, questo momento e questa vita e questo secolo non si declinano al presente ma al participio futuro. In questa prospettiva, il presente è un tempo imperfetto, che parla di cosa ancora non è compiuta, così che, provando a osservare le persone, i luoghi e gli eventi con gli occhi del giorno dopo, a rigore, si potrebbe arrivare a dire: accadeva oggi.

Cultura viene da còlere, coltivare...

La matrice che genera la parola cultura è un verbo latino, còlere, che significa innanzitutto coltivare, anche nel senso figurato di avere cura, trattare con attenzione o con riguardo, quindi onorare; per estensione, perché la coltivazione implica la stanzialità, significa anche abitare. Da tutto questo prendono vita parole comuni e diffuse come: agricoltura, culto, colonia e colono, inquilino... oltre a coltivare, e cultura.

E cosa è incastonato dentro còlere? Una radice remota, √kwel, che significa girare, muovere in cerchio, voltare, dalla quale sono gemmate parole attestate nelle diverse lingue indoeuropee e vicine nel significato: com’è nel sanscrito cakram (cerchio, ruota), nel greco kyklos (cerchio); nell’inglese wheel (ruota); ricordando il significato di abitare, aggiungiamo l’inglese to dwell (dimorare). Attraverso kwel, riconosciamo in còlere il significato di coltivare nel senso originario di girare l’aratro in fondo al campo per aprire un nuovo solco, ma anche per smuovere e voltare la terra. Coltivare, in buona sostanza, è lavorare la terra. Poi, nel tempo, per l’intima natura dell’attività agricola, questo primo significato è maturato in avere cura, fare crescere, com’è testimoniato in alcuni dialetti dell’Italia meridionale, dove còlere significa giovare, e nel superlativo barocco colendissimo. Ma dal muoversi in cerchio di kwel prendono vita anche i significati di onorare e venerare che possono rinviare a un modo intenso di avere cura e che, nello stesso tempo, possono essere ricollegati alla circolarità del culto processionale, al sacro girare in cerchio nel tempio o intorno alle fondamenta di cosa sarà eretto, al percorso circolare chiuso, concluso.

Se dal participio futuro di còlere (culturus) arriva la parola cultura, dal suo participio passato (cultus) arriva la parola culto, che si riferisce al coltivato e, per proiezione, al raccolto, a ciò che è stato fatto crescere, a ciò che è stato elevato, ovvero all’onore reso ed espresso secondo la regola: in sanscrito ŗta, da dove, attraverso il latino, provengono le nostre parole ruota, retto (in greco orthós), regola, diritto e rito. Il rito regola e definisce il culto.

Cultura e culto

La cultura e il culto hanno un valore simbolico quando uniscono diversi piani dell’esistenza, li mettono in comunicazione, collegano ciò che è materiale con ciò che è spirituale, ciò che è visibile con ciò che è oltre il visibile. Ogni atto e ogni conoscenza che lega – anzi ri-lega (come è proprio della religio) – l’uomo al mondo che lo circonda dà concretezza a questa unione, che è anticipata nella proiezione della cultura e, attraverso il rito, può essere espressa nella forma del culto.

Ma da dove si parte: viene prima il culto o la cultura? Viene prima ciò che è espresso attraverso la forma del participio passato o attraverso quella del participio futuro? Seguendo la linea del tempo, sulla quale il passato precede il futuro, non c’è alcun dubbio che cosa è espresso dal participio futuro precede cosa è espresso nel participio passato. Può sembrare un gioco di parole aggrovigliato, ma è così: si è nascituri prima di nascere (dunque di essere nati); si è morituri prima di morire (dunque di essere morti); la coltura – come abbiamo già osservato – prelude il raccolto. Tuttavia è anche vero che capovolgendo il punto di osservazione, in senso finalistico, la meta fonda e dunque precede il viaggio, che della meta, abbiamo detto, è participio futuro, così come l’obiettivo precede l’azione.

Allora, applicando questo doppio movimento, temporale in un senso e finalistico in senso contrario, cronologico e teleologico, potremo affermare che il culto dà fondamento alla cultura che, a sua volta, è orientata al culto. Come si potrebbe affermare di ogni participio futuro, la cultura è la pre-visione di un futuro prossimo ad avverarsi perché è già nel cuore di ciò che lo prefigura.

Ora potrebbe essere più chiaro che, perché animata dall’intima tensione a fare crescere, a elevare, perché affonda la sua ragion d’essere nel culto, la cultura non andrebbe confusa con l’erudizione, che ha il proprio fine in sé stessa, nell’accumulazione dei dati, nella loro ostentazione sociale o accademica, ed è espressione di collezionismo delle informazioni, guscio di un sapere ridotto alla sua apparenza, gioco di riconoscimento tra i sodali di una conventicola.

La cultura, che ha nel culto la sua ragion d’essere e la sua meta, porta a crescere, porta a elevare; come il culto, con il quale condivide la stessa radice, si esprime quale atto simbolico e perciò tende ponti fra le persone e tra i mondi; non si occupa di cose inutili, di inezie senza anima, non gioca allo specchio, perché trova il suo compimento in cosa o in chi ne è destinatario. Chi parla per non farsi capire, chi inutilmente complica ciò che è semplice (ma anche chi banalizza ciò che è complesso), chi astrae ciò che è concreto, chi consapevolmente usa le proprie conoscenze e le parole per segnare le distanze, per distinguersi, per sottomettere, invece che per condividere e comunicare, non coltiva nulla ma genera deserto, non fa crescere ma inaridisce, come un narciso infelice non rende onore che al proprio io e non produce cultura ma, distaccandosi dall’umanità, genera il proprio isolamento. Di per sé un lungo addestramento scolastico e l’accumulazione di informazioni non hanno propriamente a che fare con la cultura.

Cultura e civiltà dello spettacolo

Nella civiltà dello spettacolo osserviamo che la parola cultura è usata particolarmente a sproposito quando è associata a intrattenimento, spettacolo e occupazione del tempo libero. Eppure, in alcuni quotidiani la pagina della cultura è, nei fatti, quella degli spettacoli, delle manifestazioni e dell’animazione, e questo fa il paio con l’azione delle amministrazioni pubbliche che esprimono l’impegno in favore della cultura nell’organizzazione di sagre, intrattenimenti, notti bianche, nella spettacolarizzazione dei luoghi e delle comunità. Così cosa si fa crescere, cosa si eleva, cosa si onora?

La confusione di cultura e intrattenimento accompagna lo svuotamento della parola e va di pari passo con la confusione che domina lo spazio della creatività, dove ogni ghirigoro, ogni pennellata e ogni segno puerile sono proclamati arte, ogni lallazione letteratura, ogni rima poesia, e così ogni astrazione o esuberanza di segni e parole testimonianza di cultura.

Dunque, restando aderenti al significato originario della parola, quello che non porta a una crescita, a una elevazione, solo impropriamente può essere chiamato cultura: sarà accumulo di nozioni, di informazioni, erudizione, gioco di società, svago, intrattenimento, non cultura; per restare accanto all’immagine del lavoro della terra, se non procede da un lavoro di dissodamento, se non muove in vista di un raccolto, se è indifferente al frutto cui potrà condurre non è cultura, è altro.

Così, queste stesse considerazioni, queste pagine, se poco o tanto portano a elevare chi le ascolta con gli occhi, allora sono cultura, altrimenti solo fumo di parole e tempo che scorre.

Da una parte scrivo: cultura, crescita; dall’altra: usura, erudizione, intrattenimento, distrazione.

Questo vuole forse dire che se qualcosa rientra o no nell’orizzonte della cultura lo decide l’uditorio o i lettori o gli osservatori su quello che ascoltano, leggono, osservano? In un certo senso, sì, perché la parola cultura non qualifica una conferenza o un libro o una passeggiata o cos’altro ancora, ma lo stesso processo di crescita che, in promessa di frutto, una conferenza o un libro o una passeggiata... possono innescare e sostenere insieme con le necessarie buone condizioni che a ciò concorrono. Sì, necessarie. Infatti, per tornare ancora all’immagine del lavoro della terra, per la buona coltura non basta còlere il campo, ma altrettanto importante è l’esperienza di chi lo fa, la sapienza dei suoi gesti, e poi serve una semente buona e che la semente buona sia posata in terra fertile, e che al momento giusto arrivi l’acqua. Se il gesto è malcompiuto, se la terra è sassosa o arida, se il seme è sterile, se non viene l’acqua al momento giusto, non ci sono le condizioni perché emerga e fiorisca la coltura e, in senso immaginifico, la cultura: come per i campi, così anche per le persone e le comunità. 

 

Autore

Massimo Angelini

Zappa le parole per coltivare idee, storico della cultura, editore, ruralista e fabbricante di lunari.
  • laureato in Filosofia e in Storia (moderna) presso l’Università di Genova; dottore di ricerca in Storia urbana e rurale presso Università di Perugia
  • autore di ricerche e scritti dedicati alla storia delle mentalità, ai processi di formazione delle comunità locali fra antico regime ed età contemporanea, alla tradizione rurale, alla cultura della biodiversità, al sacro e alla dimensione dei simboli
  • stato presidente dell’associazione Consorzio della Quarantina per la terra e la cultura rurale, e coordinatore nazionale della Rete Semi Rurali,
  • stato collaboratore della cattedra di Storia del Pensiero Scientifico dell’Università di Genova e cultore della materia in Storia della Scienza e delle Tecniche
  • compilatore del Bugiardino: annuale almanacco rurale e sapienziale delle terre liguri
  • direttore editoriale della casa editrice Pentàgora: ed è questa, oggi, l’attività che impegna la maggior parte del giorno e delle energie
  • contento di come ho vissuto, curioso per quello che mi riserva il tempo che resta.
Amo leggere Pavel A. Florenskij, Ivan Illich, Giuseppe Lisi, Marko I. Rupnik, (san) Paolo di Tarso, Walt Withman, Christos Yannaras. La teologia ortodossa mi tocca corde profonde, mi fa sentire a casa.
Oggi, nel mio secondo tempo, mi dedico soprattutto allo studio e alla riflessione su questioni di spiritualità e antropologia filosofica.
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