Virus letale

29 Aprile 2021 Etica e tecnologia
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Un titolo non casuale, una storia inverosimile ma neppure tanto, visto il contesto pandemico e colonizzato dal coronavirus. Un virus letale, che ha fatto danni sanitari ma anche cognitivi e psichici. Un virus che non tutti percepiscono perchè è microscopico, invisibile. Piccolo come lo è il protagonista di questo racconto che vive un incubo del quale è protagonista, vittorioso ma anche vittima. Il tutto dentro una trama che serve a far emergere i molti mesi pandemici fin qui passati, caratterizzati da tanta vita dentro i mondi digitali, dentro le narrazioni che hanno tenuto acceso il dibattito sul virus, sulle sue origini più o meno aliene e sui poteri nascosti che lo hanno sapientemente usato. Al termine del viaggio gli alieni sono scomparsi, il virus sembra essere battuto, i complotti anche. Il protagonista si risveglia e scopre di avere riguadagnato la sua grandezza umana ma non sa ancora che il virus è ancora tra di noi, che gli alieni non c'entrano, che non c'entra neppure la NASA. Potrebbe risvegliarsi completamente riflettendo sulle cause reali del virus e sulle cose che potrebbe fare per evitare che altri virus, forse veramente letali, arrivino tar di noi.

Un racconto di Catia Capobianchi scrittrice e autrice di Tutto Può essere


Virus letale 

Un pomeriggio di fine Dicembre, giornata uggiosa e mi stavo annoiando. Il cielo sputava grandine, il vento ruggiva assieme alla pioggia, che infuriava per la strada aprendo tombini e creando piccoli laghi melmosi. Un amico m’invitò a giocare online alla Play Station, stavo per iniziare il gioco, quando un tuono echeggiò nel cielo, mia madre urlò dalla cucina di scender e il cane abbaiò impazzito. Era andata via la corrente in tutto il quartiere, attivai la torcia sul cellulare, la raggiunsi e la aiutai ad accendere le candele. Tornai in camera e mi guardai attorno sbuffando, iniziai un gioco sul cellulare e combattei contro mostri che spuntarono da ogni angolo. Il mio compito era di raggiungere la piramide sul pianeta Ovis e trovare l’antidoto che sarebbe servito per sconfiggere l’epidemia che aveva colpito la terra. Gli alieni avevano contaminato gli umani con un virus letale per prendere possesso del nostro mondo e ci dovevano uccidere tutti. Il loro pianeta stava morendo e le nostre condizioni climatiche erano adatte a loro. Quando fui dentro la piramide, i guardiani mi assalirono in massa e rimasi con poche vite, dovevo raggiungere il sarcofago e prendere l’antidoto: «Batteria scarica! Porc…» Urlai imprecando, tanto ero preso dal gioco. Cercai una presa e mi ricordai, di essere senza corrente. Ancora pochi minuti per arrivare al sarcofago e il cellulare si sarebbe spento. Intanto mia madre mi chiamò preoccupata dai miei urli e gli risposi di non preoccuparsi, che era tutto apposto stavo giocando: «Ah!» Rispose e il cellulare si spense. “Apposto” pensai “e ora che faccio?” Mi sdraiai sul letto immaginando come avrei potuto sterminare gli alieni avendo poca vita e mi addormentai.

Sognai di essere diventato un minuscolo umano, saltai giù dall’enorme letto e rotolai ai piedi della sedia, mi arrampicai sulla scrivania e vidi la Play Station, sembrò di essere in un Drive-in davanti a uno schermo gigante. Mia madre urlò di scendere, che la cena era pronta. Passai attraverso la gigantesca porta, scesi saltando giù per le scale e quando giunsi in fondo vidi Ginco, il mio cane. Immobile, mi scrutò con le orecchie dritte e capì che da lì a poco, mi avrebbe rincorso per giocare con il mio corpo, riducendolo in brandelli e infine mangiarmi. Dovevo battere in ritirata e non sarebbe stato facile, Ginco era enorme, avrebbe corso più veloce di me e mi avrebbe agguantato: ero spacciato. Fortuna mia madre lo chiamò e gli versò le crocchette. Siccome il mio cane è un golosone, abbandonò l’idea di fare di me uno spuntino, forse non mi ritenne abbastanza appetibile. Corsi in camera e chiusi la porta, mi arrampicai sull’enorme letto e stremato mi addormentai.

Mi svegliai sconquassato, mi palpai costatando che ero tutto intero, notando però che il letto su cui stavo era grande e così il resto dei mobili e la stanza. Urlai e dallo spaventato mi rannicchiai in un angolo, sperando ancora di essere nel sogno. Il cellulare era accanto a me e notai che la batteria era carica, allora saltai sulla tastiera e composi il numero di mia madre. Lei rispose ed io cercai di spiegare quello che era successo, ma la mia voce era un soffio di vento, un mugolio. Mia madre continuava a ripetere il mio nome, dicendo che sarebbe salita. Entrò, mi cercò ed io sbracciai per farmi vedere, lei guardò sotto le coperte e rotolai alla fine del letto. Uscii e la sentii chiamare mio padre, riferendo che ero uscito senza avvisare. Mio padre rispose, che forse ero andato dal mio amico nella casa accanto: «Con questo tempo e prima di cena!» Gridò mia madre.

«Sai come sono i ragazzi» disse mio padre «vedrai che tra poco torna, sto arrivando e gli tirerò le orecchie!»

Intanto Ginco salì le scale ed io riuscì a chiudere la porta, sperando che se ne andasse presto. Avevo il fiatone, ero in panico, provai a chiamare Guido il mio amico e con lui ottenni lo stesso risultato, si agitò non sentendo la mia voce e chiamò mia madre. Capirai! Arrivarono i vicini, mio padre e Guido che per altro si mise a ficcanasare tra le mie cose: “Che casino” pensai. Dopo poco arrivarono i carabinieri e sentì mia madre singhiozzare mentre parlava con loro. Feci un vaglio della situazione; ero piccolo, con Ginco dietro la porta che raspava pregustando la futura vittima: “Che situazione!” Dovevo scendere e raggiungere Guido che era tornato a casa, farmi vedere e forse mi avrebbe aiutato. Salì sul comodino, accesi lo stereo e misi il volume al massimo, Ginco abbaiò e mia madre si precipitò su per le scale, aprì e quasi mi calpestò, intanto riuscì ad arrivare al pianoterra e uscire da casa.

Vidi un’enorme distesa verde che si perdeva in un acquitrino infestato. Dopo tanta pioggia fu normale, ma non pensavo che un fazzoletto di terra potesse ospitare tanti insetti e vermi: rabbrividì. Vidi un’enorme sagoma e scoprii che era il gatto del vicino affianco, che puntava una lumaca chiusa nel suo guscio. Lentamente camminai per attraversare il giardino e caddi in quello che mi apparve un lago, il gatto si accorse e con un balzo fu da me. M’immersi per nascondermi, il felino aspettò un po’, poi sembrò andarsene a caccia di altro da mietere. Intanto la lumaca sbucò fuori dalla chiocciola, ne approfittai per raggiungerla e anche il gatto. M’infilai nella casa della lumaca, il gatto ci colpì e ancora, fino a farci rotolare vicino lo steccato, poi si accovacciò attendendo il suo pasto. La lumaca mi guardò ed io lei. Sperai che non avesse brutte intenzioni, mi annusò come un cane e mi leccò. Fui zuppo di bava appiccicosa, ma poco importava, credo che mi avesse accettato. Si sporse leggermente dal guscio e siccome ero appiccicato a lei, potei notare che il gatto si era addormentato. Uscii e la aiutai a cercare un riparo spingendola dietro un rovo, così il gatto avrebbe faticato a prenderla e lei mi ringraziò con un’altra leccata ricca di bava. Finalmente potei raggiungere Guido, il mio amico ficcanaso, passai sotto la porta ed entrai nella sua camera.

Lo trovai attaccato alla Play, mi arrampicai sulla scrivania e urlai più che potei, ma non mi sentì. «Cavolo!» Gridai. Pensai di mettermi davanti allo schermo, accidenti mi avrebbe visto! Infatti, mi guardò e alzò la mano, ed ebbi paura che mi spiaccicasse come una mosca, invece mi diede una schicchera e caddi. “Non è possibile” pensai. Tornai alla carica e cominciai a saltare davanti a lui. Questa volta mi osservò: «Alleluia!» Gridai. «Mi hai visto!» Prese una lente d’ingrandimento e mi osservò, gli feci la linguaccia e lui per poco non cadde a terra e disse:

«Che cosa ti è successo?»

Gli risposi ma lui non sentì. Si alzò e mi disse di parlare sul microfono del cellulare, intanto attaccò le cuffie e poté sentire la mia voce. Dopo avergli raccontato quello che mi era accaduto, disse: «Figoo!»

«Ma che dici! Il mio cane mi voleva mangiare e il gatto... è stato terribile!»

«E ora cosa pensi di fare?»

«Veramente speravo che potessi aiutarmi»

«E come?»

«Non lo so» risposi afflitto.

«Prima che ti addormentassi, cosa stavi facendo?»

«Beh… giocavo con il cellulare»

«A cosa?»

«Virus letale»

«Ah! Ci stavo giocando anch’io e mi hanno ucciso»

«A me è rimasta una vita, poi il cellulare è morto. Ero a due passi, accidenti!»

«Forse…»

«Cosa?»

«Hai detto che poi ti sei addormentato. Forse dovresti finire la partita»

«E come? Il cellulare ce l’ha mia madre»

«Continui sulla Play»

«Ma che stupidaggine! Il mio problema se non te ne sei accorto, è che sono piccolo, non salvare la terra dagli alieni»

«Puoi sempre provare!»

«Ma come faccio a usare il Joystick?»

«Ti aiuto io! Tu dimmi quello che devo fare»

«Uhm… così ti devo dire la mia password»

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«E già…» rispose sghignazzando.

«E va bene proviamo, anche se penso che sia una cosa stupida!»

Entrai con il mio account e ripresi il gioco. Non fu facile; io sopra la manopola fungevo da capitano e lui schiacciava i tasti: «Prendi il mitra a raggi incandescenti!» Urlai. «Abbiamo poco tempo! Quando spari agli alieni, si sciolgono per pochi secondi e poi si riformano!»

«Sì signore!»

Fu una battaglia all’ultimo sangue e con la vita che mi rimase, arrivai al sarcofago e lo aprì afferrando l’elisir. Ma non era ancora finita, gli alieni tornarono in vita duplicandosi, ero circondato: «E ora, che faccio?»

«Ho rapinato i miei risparmi, resisti ti compro un’altra vita!»

«Solo una?»

«È tutto quello che ho!»

Un alieno dall’aspetto terrificante mi guardò con le sue antenne che fungevano da occhi, mirò e mi uccise. Guido fece in tempo a restituirmi una vita ed era l’ultima. Misi l’elisir nello zaino e fuggii gridando di attivare lo scudo magnetico, le forze sarebbero diminuite, ma avrei guadagnato tempo. Lo scudo durò poco, mi stavano addosso. Oltrepassai il ponte di stalagmite, scivolai più volte e riuscii a nascondermi dentro un cunicolo, che mi ricordò la chiocciola della lumaca: erano alle calcagna. “Che palle questi alieni” pensai.

«Corri!» M’incitò Guido.

«E ti pare facile! Sono peggiore dei mastini!»

Guido lanciò una bomba dietro di me e ne approfittai per uscire dal tunnel in cui ero barricato, corsi verso l’uscita e mi trovai sul ciglio di un dirupo. Non avevo tempo di riflettere, gli alieni si erano riformati e stavano per raggiungermi: mi buttai. Che volo! Allargai le braccia e le sbattei furiosamente, mi sentii come un uccellino alle prime armi nel primo volo. No, così non poteva andare, allora cercai di muovere le braccia più lentamente, seguendo la corrente del vento e volai.

«Stai volando!»

«Dov’è la navetta?» Urlai.

«Ci sei quasi, è sotto di te!»

La vidi. Il problema era di non sfracellarsi nell’atterraggio e non rimanere infilzato sulla punta di una stalagmite. Quel dannato pianeta era formato da stalattiti e stalagmiti, che spuntavano come funghi, come l’edera maligna che nasce dappertutto e s’impadronì della navetta. Atterrai sfiorando una stalagmite, gli alieni mi braccavano e mi difesi con le ultime cartucce, aprii lo sportello della navetta quando dietro di me, sentì uno strano verso, lo stesso di un alieno che mi sparò. Avevo finito le munizioni, l’unica cosa che potevo fare, era cercare di disarmarlo. Mi venne in mente il film con Bruce Lee; gli diedi un calcio e riuscii a fargli cadere l’arma e prima che mi attaccasse, gli sferrai un pugno buttandolo a terra.

«Wow!» Esclamò Guido.

«Eh eh!» Risposi fiero.

Finalmente fui salvo, misi in moto e partì più veloce della luce verso la terra. Arrivai alla Nasa, ad attendermi c’era un’equipe di scienziati. Misero l’elisir dentro un macchinario che girò a una velocità pazzesca, buttando fuori aria ghiacciata. Aprirono una valvola versando l’elisir in una grande cisterna che si aprì al cielo, la magica sostanza evaporò cadendo come neve soffice. La neve di elisir bagnò le cime delle montagne, fino a coprire l’intero pianeta di un candido manto bianco, che debellò il virus. L’arcobaleno attraversò il cielo, le cupole si aprirono e gli esseri umani poterono respirare. Il comandante della Nasa mi ringraziò, chiedendo cosa potesse fare per me e non seppi cosa rispondere, erano troppi i desideri e lui disse, che avevo tempo per pensare.

«Wow!» Strepitò Guido.

«C'è l'ho fatta!» Gridai. «Ma sono sempre piccolo!»

«Già…» disse Guido «Ma hai salvato la terra dagli alieni!»

«Guido! È un gioco e non mi ha servito a cambiare le mie misure»

«Dici?»

«Come dico! Vedi?»

Guido sorrise, mi adagiò sulla mano e andò verso l’armadio, afferrò la maniglia e aprì. Quasi mi prese un colpo! Ero dentro la Nasa: «Ma che vuol dire? Che cosa sta succedendo?»

«Hai salvato la terra! Lui è il comandante supremo»

«Complimenti ragazzo! Guido mi ha detto quanto sei bravo in questo gioco» disse strizzando l’occhio «chiedi tutto quello che vuoi, te lo meriti!»

Mi venne il dubbio se ero diventato pazzo o stessi ancora sognando: “ Troppa Play Station” pensai , ma stetti al gioco: «Voglio tornare alle mie forme reali! Mi sento un po’ piccolo»

«Certo, è giusto!»

«Perché diventare piccolo?» Chiesi al comandante.

«Era l’unico modo per farti finire il gioco»

«Ma se non fosse andata via la corrente, avrei terminato!»

«Non con la stessa audacia»

«È assurdo!»

«I fini giustificano i mezzi e questo è stato il modo migliore, per farti vincere una guerra!»

«Guido, sapevi tutto!» Sorrise.

Mi portarono in una stanza, mi misero su un lettino iniettandomi un liquido blu nelle vene e mi addormentai. Mi svegliai e felice mi accorsi di essere tornato grande. Sentì mia madre chiamarmi, dicendo che la cena era pronta: «Forza pelandrone, scommetto che sei stato sempre attaccato alla Play!»

«Più o meno…» risposi frastornato.

 

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