CURA [3]

12 Aprile 2021 Etica e tecnologia
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Cura s. f. [lat. Cūra].
Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività. (treccani.it)

[cù·ra] 

“La Cura, mentre attraversava un fiume, scorse del fango argilloso, lo prese pensosa e cominciò a modellare un uomo. Mentre considerava tra sé e sé che cosa avesse fatto, sopraggiunse Giove; la Cura lo pregò di infondere lo spirito nell'uomo; Giove acconsentì volentieri. Ma siccome la Cura pretendeva di dargli il proprio nome, Giove glielo proibì e disse che invece bisognava dargli il suo. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, si fece avanti anche la Terra, e sosteneva che bisognava imporgli il suo nome, dal momento che essa aveva fornito il proprio corpo per plasmarlo. Allora presero come giudice Saturno, il quale comunicò ai contendenti tale giusta decisione: "Tu, Giove, poiché infondesti lo spirito, dopo la morte dell'uomo riceverai la sua anima; tu, Terra, dato che fornisti la materia, riprenderai il suo corpo; ma poiché fu la Cura che lo ha modellato per prima, lo possieda per tutta la vita. Per quanto concerne la controversia sul nome, sia chiamato homo, perché fu creato dall'humus”. 

 

Questo mito originario della Cura è stato narrato da Igino, un poeta latino vissuto nel I secolo d.C. Nel corso della tradizione occidentale è stato ripreso e re-interpretato da diversi autori tra cui Johann Gottfried Herder, Johann Wolfgang von Goethe e, in particolare, dal filosofo Martin Heidegger che, in Essere e tempo, afferma a chiare lettere che la cura rappresenta per l’essere umano un “esistenziale”, una conditio sine qua non della sua esistenza nel mondo con gli altri (Mit-Dasein).  

L’idea perenne che lega il poeta Igino al filosofo Heidegger è che l’essere umano è l’ente che, per sua natura, è affidato alla cura. In questa affermazione sono contenute, implicitamente, un’antropologia, un’idea di natura e un’idea di cura.

L’antropologia che emerge dallo scenario del mito considera l’essere umano come composto di anima-spirito e di corpo nel contesto della cosmologia dell’antica Grecia. Il mito afferma che la cura deve possedere l’uomo – inteso come un composto di anima e corpo gettato in una certa situazione esistenziale - per tutta la vita, da cui segue che risulterebbe riduttiva - o riduzionistica - una cura del corpo considerato cartesianamente come scisso dall’anima, dallo spirito o dalla mente che dir si voglia. Il messaggio generale del mito originario è dunque che la cura è tale se si rivolge a tutto l’essere umano, nella sua dimensione biologica, psicologica, sociale ed esistenziale nel mondo con gli altri.   

 

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 Questa è la visione della cura in senso “globale” che avevano in mente gli antichi medici-filosofi e che sembra tornata in auge, mutatis mutandi, nei tempi contemporanei con la nascita del  paradigma “bio-psico-sociale” (Engel G.L., 1985) o “socio-psico-somatico” (Schaeffer H., 1985) della medicina, e l’implicita visione della salute intesa come “completo stato di benessere biologico, psicologico e sociale e non solo come assenza di malattia” (definizione presente nella Costituzione della World Health Organization, WHO, 1948).

 Questa idea di salute e di cura “olistica” della persona scardina – o forse, meglio, sta tentando di scardinare – l’idea di salute intesa come assenza di malattia biologica (“il silenzio degli organi”, René Leriche) e l’annessa idea di cura intesa solo come una terapia-trattamento di un corpo malato in vista della guarigione. E così, nella medicina dell’età della tecnica (Jaspers K., 1991), si possono verificare situazioni, a tratti paradossali se si considera la missione di cura della persona propria della medicina, di una terapia-trattamento di un corpo malato effettuati senza la cura della persona, che si manifesta laddove l’obiettivo di guarire un corpo malato fa perdere di vista la persona “globale” che ci cela oltre esso. Nella comunità medica occidentale resta forte l’idea “positivista” – o propria dello scientismo-biologismo medico – secondo cui la reale missione della medicina risieda nella somministrazione di una cura-terapia-trattamento del corpo malato, un mandato esclusivamente somatologico che induce a ritenere gli aspetti psicologici, sociali ed esistenziali della malattia come fondamentalmente irrilevanti, e almeno a tratti trascurabili, nell’insorgenza della patologia e dunque nel processo di cura della persona.

Il riduzionismo emerge se si considerano i significati del termine cura, che rimanda a tre ambiti semantici. Il primo deriva direttamente dalla parola latina “cura”, e si riferisce al ruolo di amministrare, gestire, farsi carico (ad esempio, la cura della casa, la cura degli affari). Il secondo fa riferimento al termine greco θεραπεία (therapeía) ed è sinonimo di “trattamento” o “guarigione”. Il terzo ambito semantico, infine, rimanda alla valenza “passionale” o “emotiva” della cura, e si connette al sentimento di preoccupazione, di ansia ma anche di sollecitudine, protezione, salvaguardia e attenzione nei confronti della sofferenza di un’altra persona e di protezione dei più deboli (come la cura delle persone malate, dei neonati o degli anziani).

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Tali varianti semantiche, nel corso della storia occidentale più o meno recente, vengono declinate secondo due modelli fondamentali: il “prendersi cura” (il tedesco Sorge e l’inglese To Care) rimanda innanzitutto al significato di provvedere ai bisogni e alle esigenze di qualcuno e implica anche il fatto di essere in ansia, lo stare in pena e in stato di apprensione per il soggetto delle nostre cure; il secondo modello si riferisce invece all’ambito della “terapia” e del “trattamento” medico-sanitario, sostanzialmente diretto a superare una determinata patologia del biòs o della psychè al fine di ottenere la guarigione del paziente  (il tedesco Behandlung o l’inglese To Cure).

Quest’ultimo legame semantico tra cura-trattamento-guarigione, che per molti versi induce a considerare il termine cura e terapia-trattamento medico come sinonimi e quindi a offrire alle discipline medico-sanitarie il monopolio della cura, per quanto etimologicamente risalga all’antica Grecia, di fatto si afferma solo nel contesto della Bio-Tecno-Medicina (Nave, 2020). La medicina dei secoli precedenti era aliena dall’idea di poter curare-trattare un corpo malato senza prendersi cura della persona nella totalità delle sue espressioni e manifestazioni. La cura conservava il carattere globale del  “prendersi cura” dell’altro da sé, della sollecitudine nell’amministrare una situazione patologica di dolore e sofferenza che attanagliava il corpo e l’anima del paziente vittima della malattia. Come ammesso, questa idea della cura globale torna in auge in età contemporanea con l’affacciarsi del paradigma bio-psico-sociale, i cui sostenitori denunciano i limiti di una cura della persona qualora ci si rivolga esclusivamente alla dimensione biologica della malattia, trascurando la sua valenza psicologica, sociale ed esistenziale.

 

All’interno della complessa situazione di instabilità paradigmatica che caratterizza oggi la medicina, è  importante fermarsi a riflettere sul significato della cura, non solo in rapporto al suo risultato, nel suo aspetto terminale di fallimento o guarigione, bensì anche nella sua valenza di processo, di scambio comunicativo e del generale farsi carico responsabilmente – dunque anche eticamente - dell’altro-da-sé che richiede una cura. Tra i motivi che determinano la summenzionata instabilità annoveriamo il fatto che stiamo assistendo al passaggio da un approccio positivistico alla cura come terapia-trattamento in vista del risultato, ad un paradigma che impone la necessità di instaurare un dialogo continuo e integrato tra varie discipline, nel quale il discorso sul risultato della cura si inserisce in un quadro complesso e sistematico che ambisce a tener conto dei bisogni del sistema-soggetto-persona e non solo del corpo-macchina bisognoso di manutenzione. Riteniamo impossibile intraprendere un discorso e delle pratiche “razionali” di cura qualora non comprendano una visione più integrata dell’essere umano, che consideri le profonde influenze che l’anima - o la mente – e l’ambiente - o contesto esistenziale - giocano sul corpo-soggetto delle cure, e dove il “prendersi cura” assuma un ruolo prioritario rispetto alla “terapia” del corpo-oggetto malato. Insomma, la cura è sempre “globale” oppure non è proprio cura ma mera terapia di corpi malati.


Bibliografia 

Engel G.L, “La necessità di un nuovo modello medico: una sfida alla biomedicina” in  Sanità, scienza  e storia, 2, 1985.

Jaspers K., Il medico nell’età della tecnica, Cortina, Milano, 1991.

Nave L., Lascia stare Dio e muori. Il lamento di Giobbe ai tempi della Bio-Tecno-Medicina, Pragma Society Books, Torino, 2020.
Schaefer H., “Per una nuova teoria della medicina”, in Sanità, scienza  e storia, n. 2, 1985.

 

Autore

Luca Nave

Dottore in Filosofia, specialista in Pratiche Filosofiche e in Bioetica clinica. Presidente di Pragma - Società Professionisti Pratiche Filosofiche e Direttore della Scuola di alta specializzazione professionale in Pratiche Filosofiche - Pragma Milano. Direttore di Spazio Filosofante - Studio di Consulenza Filosofica e Agenzia di formazione nelle Pratiche Filosofiche.

Docente di Bioetica Clinica presso i Master in Malattie Rare e Malattie Pediatriche Complesse, Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche, Università degli Studi di Torino.

Coordinatore delle attività di consulenza e formazione della Federazione Malattie Rare Infantili e di A-Rare. Forum Associazioni di Malattie Rare del Piemonte e della Valle d'Aosta. Collaboro con Enti, Università e Aziende, con attività di consulenza e formazione, sull'intero territorio nazionale. www.spaziofilosofante.com , www.pragmasociety.org

 

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