INDIVIDUO [1]

01 Maggio 2021 Etica e tecnologia
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Individuo vuole semplicemente dire non diviso; come atomo (greco á-tomos, non diviso), quando l’atomo si considerava unità della materia, elemento primo e non ulteriormente divisibile.

[in·di·vì·duo]

Individuo ci parla di un’unità conclusa in sé, la cui identità è delimitata dai propri confini, un’unità che basta a sé stessa in una illusoria autosufficienza. L’individuo per essere individuo non ha bisogno dell’altro, di nessun’altra e di nient’altro, forse neppure di un dintorno, di un contesto. Fa da sé, vuole fare tutto da sé, e si fa da sé. Più il mondo è lontano da lui che ne è al centro, più è opaco fino a diventare, presto, evanescente.

Oggi il modo dell’individuo lo esprime bene chi passa tra la gente chiuso (a volte corazzato) tra cuffie e auricolari o con uno schermo di fronte agli occhi, come protetto da mura elettroniche o prigioniero tra mura elettroniche, indifferente a chi ha intorno, restio al contatto, fragile e difficile da scalfire, anche solo da intercettare.

Il verbo individuare significa isolare una persona o una cosa per distinguerla fra tante, separarla dal resto; e l’individualismo, culto e ideologia fondati sull’individuo, è una delle cifre del nostro tempo. 

Torniamo all’individuo, che è impersonale, si conta, è oggetto di statistica, è riducibile a una percentuale, non è necessario che sia riconoscibile. Invece la persona ha un volto e un nome, che è tutto quanto resterà forse riprodotto e inciso su una pietra ancora per qualche anno dopo la nostra morte. E sarà un volto, non una spalla, un piede, una nuca: proprio un volto, quello che prende forma di parola dall’atto del volgersi, del volgersi verso un altro.

Poiché la comunicazione personale passa attraverso lo sguardo e il riconoscimento dell’altro e, dunque, poiché senza lo sguardo – ópsis in prósopon – non c’è la persona, aggiungeremo che la persona che ha un volto e un nome, che è titolare di relazione e portatrice di una storia, non è riducibile alla statistica, alla brutale contabilità dei vivi e dei morti.

Per estremo, potremmo azzardare che un saggio storico, politico, scientifico, più facilmente racconta gli individui, ma senza persone non si dà narrativa, e da qui proseguire e osservare che una storia non può che essere storia di persone, soggetti di relazione e titolari di storie; quella scritta senza nomi e senza volti è un’altra cosa, è una meta-storia, è un’attività letteraria fondata sul riduzionismo. Dire che sono morti 40.000 o 40 soldati è emotivamente uguale e ugualmente anestetizzante: provare a chiamarli per nome dà immagine a una tragedia della quale altrimenti non si ha contorno. Per la narrazione impersonale, se sono morti in 40.002 o in 40.020, restano 40.000 individui: ma quello che per la statistica è un’unità eludibile, nella realtà è una persona, cioè la totalità ineludibile di un mondo, qualcuna o qualcuno che nell’economia della vita è indispensabile 

Quando, da editore, avevo desiderato pubblicare un testo sullo sterminio per fame dei contadini in Ucraina nei primi anni 1930, mi ero chiesto cosa sarebbe stato più utile per contribuire, appena appena, a colmare il vuoto narrativo di una tragedia che nella scuola italiana non ha trovato posto, benché abbia avuto dimensioni immani (milioni di morti, soprattutto per fame decretata) e sia brillata a 1.000 km in linea d’aria dall’Italia: un saggio o un romanzo... Non ho avuto dubbi: un saggio per sua natura non è chiamato a coinvolgere chi legge, tirarlo dentro la storia, incoraggiarlo a identificarsi con i suoi protagonisti; del resto neppure chi scrive un saggio storico deve coinvolgersi e smarrire un atteggiamento di tentato distacco, di tentata imparzialità; un saggio va bene per chi abbia voglia di conoscere ragioni, contesti, studiare un evento, la sua genesi, le sue implicazioni; ma un racconto, un romanzo, vanno bene per tutti, poiché tutti, perché hanno ascoltato storie, sono confidenti con un racconto, con o senza un lungo addestramento scolastico, e una storia funziona se coinvolge, se tira dentro; un racconto, un romanzo possono parlare di persone con un nome e un volto, non individui anonimi, unità sociali, possono raccontare, non contare.

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Riprendendo alcune distinzioni già proposte, si potrebbe dire che alla saggistica si presta un linguaggio popolato di termini e il suo fine è suscitare conoscenza, mentre la narrativa è fatta di parole e, in quanto nell’immedesimazione genera un’immagine dell’esperienza, ha a che fare col sapere

L’individuo è l’unità sulla quale è foggiata la modernità, cifra del nostro tempo, un tempo che esalta il successo individuale, l’autosufficienza, l’illusione di potersi fare da sé, di potere fare a meno dell’altro, la ricerca del successo e della felicità individuale. E la felicità è individuale, tutt’al più di coppia o, meno credibilmente, di famiglia: ma se è comune e non genera dolore si chiama gioia: lo racconta la stessa parola che viene dalla radice sanscrita √iuj, che significa unire, e dà vita a yoga, che significa unione, e giogo, gioco, giungere, coniugare, coniuge…, ma anche zigomo; tutte parole che comunicano il senso dell’unione. Il gioco unisce, per giocare bisogna essere almeno in due (come per danzare e fare l’amore), la gioia non conosce esclusi: o è comune o non è. Ma questo tempo non coltiva la gioia, piuttosto inclina a cercare la felicità, bene e obiettivo squisitamente individuali. E per rendersene conto basta fare un passo in una libreria e guardare quanti manuali dedicati al raggiungimento della felicità proponga il mercato editoriale e quanti – fuori dai testi di mistica o scritti nell’orizzonte di una fede, nessuno – dedicati alla gioia. 

 


Autore

Massimo Angelini

Zappo le parole per seminare idee.

Saggista, editore, fabbricante di lunari: ho curato ricerche e scritti dedicati alla storia delle mentalità, ai processi di formazione delle comunità locali fra antico regime ed età contemporanea, alla tradizione rurale, alla cultura della biodiversità, al sacro e alla dimensione dei simboli.

Coltivo la casa editrice Pentàgora: www.blog.pentagora.it

Sono autore di Ecologia della parola (Pentàgora 2020, II edizione)

Ho amato leggere Pavel A. Florenskij, Ivan Illich, James Hillman, Giuseppe Lisi, Christos Yannaras.

 

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