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Dopo il Coronavirus

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21 Marzo 2020 Redazione SoloTablet
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In un articolo del 21 marzo del Corriere della Sera, lo scrittore e fisico Paolo Giordano fornisce un utile elenco di ciò che andrebbe ricordato quando la crisi del Coronavirus sarà stata fermata o debellata.

L'articolo qui riportato è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 21/3/2020


È sempre più frequente il ricorso alla parola «guerra». L’ha usata Macron nel suo discorso alla nazione, la ripetono i politici, i giornalisti e i commentatori, la scelgono i medici. «Siamo in guerra», «è come una guerra», «prepariamoci alla guerra». Ma non è così, non siamo in guerra. Siamo nel mezzo di un’emergenza sanitaria e presto anche economico-sociale, drammatica al pari di una guerra ma sostanzialmente diversa e che merita di essere considerata nella sua specificità.

Parlare di guerra è una scorciatoia lessicale, un modo in più per eludere la novità assoluta, almeno per noi, di quanto sta accadendo, riconducendola a qualcosa che ci sembra di conoscere meglio. Ma questo è stato il nostro errore fin dall’inizio, ripetuto ancora e ancora: rifiutare l’impensabile, costringerlo a forza dentro categorie abituali e meno spaventose. Come confondere un distress respiratorio acuto con un’influenza stagionale. Una scelta più accorta dei termini, perfino severa è essenziale in un’epidemia, perché le parole condizionano i comportamenti e quelle imprecise rischiano di distorcerli. E perché ogni parola porta con sé i suoi spettri: la guerra evoca autoritarismo, sospensione dei diritti e violenza — tutti demoni che adesso più che mai sarebbe meglio lasciar stare.

È un mese che l’impensabile ha fatto irruzione nelle nostre vite. Proprio come il virus, così insidioso perché capace di raggiungere le ramificazioni più sottili dei polmoni, l’impensabile si manifesta già in ogni piega del nostro quotidiano. Non ci saremmo mai aspettati di aver bisogno di una giustificazione per buttare le immondizie. Non ci saremmo aspettati di regolare le nostre giornate intorno al bollettino della Protezione civile. Non ci saremmo aspettati — noi, qui — che qualcuno potesse morire senza le persone che ama accanto. Che anche il suo funerale dovesse essere silenzioso e deserto. Eppure. Il 21 febbraio la prima pagina del Corriere della Sera apriva sul faccia a faccia tra Conte e Renzi. Faccia a faccia per cosa? Giuro che non me lo ricordo. Dopo l’una di notte arrivava in redazione la notizia del primo tampone positivo di Codogno, c’era appena il tempo d’inserirla in una colonna a destra, nell’ultima edizione. Molti di noi non avevano mai sentito nominare Codogno né i tamponi. La mattina seguente il coronavirus si era guadagnato il titolo centrale. Non si sarebbe più mosso da lì.

Guardando indietro si ha la sensazione di un avvicinamento rapidissimo. La teoria dei sei gradi di separazione, secondo cui le persone della terra sarebbero separate da pochissime altre in una catena di conoscenze, può essere vera o no, ma sembra che il virus ci si sia arrampicato sopra, come un insetto su una rete, per arrivare fino a noi. Il contagio era in Cina, poi in Italia, poi nella nostra città, poi un personaggio illustre era positivo, poi un nostro amico, poi qualcuno del nostro palazzo è finito all’ospedale. Trenta giorni. Ogni singolo passaggio, nonostante fosse plausibile, più che concreto nel calcolo probabilistico, è stato accompagnato dalla nostra incredulità. Muoversi nel dominio dell’impensabile è stato il vantaggio del virus fin dall’inizio. A forza di «figurati se» ci siamo trovati confinati in casa a stampare un modulo da esibire alle autorità per fare la spesa.

Ogni indugio, ogni ritardo, ogni dibattito superfluo e ogni hashtag frettoloso hanno causato dei morti, a una distanza di circa diciassette giorni. Perché nel corso di un’epidemia le esitazioni hanno un prezzo in vittime: il costo orario più atroce al quale siamo mai stati sottoposti.

I decessi in Italia hanno superato quelli in Cina. Possiamo arrovellarci sulle cause contingenti, dobbiamo farlo, ma alla base troveremo comunque la nostra difficoltà nell’accogliere l’impensabile rispetto a Paesi che hanno affrontato altre epidemie simili nel loro passato recente. A ogni modo, arrivati a questo punto, dovremmo aver compreso che l’avanzata dell’impensabile non si concluderà oggi, né il 3 aprile né con la fine dell’isolamento domestico o della pandemia stessa. L’impensabile ha appena iniziato ed è qui per restare a lungo. Forse sarà il tratto caratterizzante dell’epoca che ci si apre davanti.

C’è una frase di Marguerite Duras che l’insistenza sulla guerra mi ha ricordato. È un paradosso e dice così: «Già s’intravede la pace. È come un grande buio che cala. È l’inizio dell’oblio». Dopo una guerra tutti si affrettano a dimenticare, ma qualcosa di simile accade con la malattia: la sofferenza ci pone in contatto con verità altrimenti offuscate, mette in ordine le priorità e sembra ridare volume al presente, ma non appena la guarigione sopraggiunge quelle illuminazioni evaporano. Adesso ci troviamo nel mezzo di una malattia planetaria. La pandemia sta passando la nostra civiltà ai raggi X ed emergono verità che svaniranno al suo termine. A meno che non decidiamo di appuntarle subito. Nell’assillo dell’emergenza, che da sola è sufficiente a riempirci la testa — di numeri, di testimonianze, di tweet, di decreti, di moltissima paura — dobbiamo quindi scavarci uno spazio per dei ragionamenti diversi, per osare domande grandiose che trenta giorni fa ci avrebbero fatto sorridere per la loro ingenuità: quando sarà finita, vorremo davvero replicare un mondo identico a quello di prima?

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Stiamo cercando le linee di trasmissione invisibili della Covid-19, ma ci sono altre linee di trasmissione ancora più elusive che hanno portato la situazione a essere quella che è, nel mondo e qui in Italia, adesso. Dobbiamo cercare anche quelle. Perciò sto compilando una lista di tutto ciò che non vorrei dimenticare. Si allunga un po’ ogni giorno e credo che ognuno dovrebbe avere la sua, in modo che tornata la quiete possiamo tirarle fuori e confrontarle, vedere se abbiamo delle voci in comune, se sarà possibile fare qualcosa al riguardo.

Io non voglio dimenticarmi dell’ubbidienza alle regole che ho visto intorno a me, né del mio stupore nel vederla; del sacrificio instancabile di chi si sta occupando dei malati così come dei sani, né delle manifestazioni di vicinanza di chi canta la sera dalle finestre. Non c’è vero pericolo su questo: sarà facile da ricordare perché è già la narrazione ufficiale dell’epidemia.

Ma non voglio dimenticarmi nemmeno di tutte le volte che, nelle prime settimane e davanti alle timide misure iniziali, ho sentito ripetere «siete pazzi». Anni di delegittimazione di ogni competenza hanno prodotto una sfiducia istintiva e diffusa che si materializzava infine in quelle due parole: «siete pazzi». Una sfiducia che ha portato a ritardi. Che hanno causato vittime.

Non voglio dimenticarmi che fino all’ultimo non ho cancellato un biglietto aereo, anche quando mi era chiaro che prendere quel volo sarebbe stato al di là di ogni ragionevolezza, e solo perché desideravo partire. Ottusità mista a egoismo, la mia.

Non voglio dimenticarmi dell’informazione volubile, contraddittoria, sensazionalistica, emotiva e approssimativa che ha accompagnato il dispiegarsi iniziale del contagio — forse il fallimento più evidente di tutti. E non si tratta di un dettaglio formale: in un’epidemia un’informazione chiara è la profilassi più importante.

Non voglio dimenticarmi di quando, all’improvviso, si è azzerato il chiacchiericcio politico ed è stato come se mi si stappassero le orecchie dopo esser sceso dall’aereo che non avevo preso. Quel rumore di fondo, costante e autoreferenziale, che riempiva tutto e impediva a ogni contenuto, a ogni riflessione di medio raggio di esprimersi, era svanito di colpo.

Non voglio dimenticarmi di come l’emergenza ci ha fatto scordare in un istante che siamo una moltitudine composita, con bisogni e guai differenti. Nel momento di parlare a tutti, abbiamo parlato per lo più a un solo cittadino che padroneggia l’italiano e possiede un computer e sa usarlo.

Non voglio dimenticarmi che l’Europa è stata in ritardo, troppo in ritardo, e che a nessuno è venuto in mente di mostrare, insieme alle curve nazionali dei contagi, una curva europea che ci facesse sentire uniti in questa disavventura, almeno simbolicamente.

Non voglio dimenticarmi che l’origine della pandemia non è in un esperimento militare segreto, ma nel nostro rapporto compromesso con l’ambiente e la natura, nella distruzione delle foreste, nella sventatezza dei nostri consumi.

Non voglio dimenticarmi che la pandemia ci ha trovato in larga parte tecnicamente impreparati e scientificamente digiuni.

Non voglio dimenticarmi che non sono stato eroico né stabile né lungimirante nel tenere insieme la mia famiglia. Che quando ce n’è stato bisogno non ho saputo tirare su il morale di nessun altro, e neppure il mio.

La curva dei positivi si appiattirà, quella curva di cui ignoravamo l’esistenza e che adesso decide al posto nostro. Raggiungerà il picco agognato e poi inizierà la discesa. Non è un augurio: sarà la conseguenza diretta della nostra disciplina di adesso, delle misure in atto, le uniche efficaci e moralmente accettabili. Dobbiamo sapere fin d’ora che la discesa potrebbe essere più lenta della salita e che potrebbero esserci nuove impennate, magari altre chiusure momentanee, altre emergenze, e che alcune restrizioni dovranno restare per un po’. Lo scenario più probabile a cui andiamo incontro è quello di un’alternanza fra una normalità condizionata e l’allerta. Ma a un certo punto finirà. E avrà inizio la ricostruzione.

Sarà il momento delle pacche sulle spalle tra la classe dirigente, dei complimenti a vicenda per la prontezza e la serietà e l’abnegazione. Il rinsaldarsi tipico dei poteri che di fronte alla minaccia della propria messa in discussione scoprono all’improvviso il gioco di squadra. Mentre noi, distratti, avremo solo voglia di scrollarci di dosso tutto. Il grande buio che cala. L’inizio dell’oblio.

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