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Mindset e adattabilità: le chiavi del cambiamento.

Mindset e adattabilità: le chiavi del cambiamento.

19 Gennaio 2021 Redazione SoloTablet
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Frequentando piattaforme di networking professionale capita di incontrare persone con le quali viene facile interagire per condividere. Soprattutto se la condivisione è su concetti e loro significati, idee e modi di operare, anche dentro contesti tecnologici come questo. L’incontro con una di queste persone, Lucia de Grimani, autrice del blog Personalbranding.cloud, ha dato origine a questa intervista che vi proponiamo.

L’intervista è di Carlo Mazzucchelli  con Lucia de Grimani, Strategy & Communication | Innovation | H+ Expert

 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, della sua proposizione consulenziale e del suo blog PersonalBranding? La sua proposta sta dentro un ambito molto tecnologico. Quanto è importante per lei una riflessione critica sulla tecnologia, sull’era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Mi occupo di innovazione digitale oramai da alcuni anni ed il mio percorso può essere definito “unconventional”.

Ho messo insieme nel corso degli anni un’esperienza a tutto tondo nella comunicazione e nelle strategie di marketing per i brand del lusso, che si è tradotta oggi in un lavoro di consulenza finalizzato ad accompagnare manager ed aziende attraverso il processo di trasformazione digitale. Oltre alle nuove tecnologie adoro scrivere e quando posso concedermi un po’ di tempo libero, mi piace raccogliere pensieri e spunti nel mio blog dedicato al personal branding.

Considero l’epoca che stiamo vivendo eccitante e stimolante al pari dei “Roaring Twenties” e penso che, mai come oggi, la tecnologia guidata dall’etica possa essere la chiave di volta per la costruzione di un mondo migliore. 

Noi stiamo attraversando un periodo entusiasmante dal punto di vista dell’innovazione e del progresso tecnologico che ci lascia il più delle volte sbigottiti per la velocità con cui accadono i cambiamenti.

La tecnologia esponenziale sta aprendo le porte a progressi ed opportunità incredibili che necessitano allo stesso tempo di nuove ed enormi responsabilità.

Come esseri umani abbiamo sempre immaginato il nostro futuro a partire dal passato e dall’esperienza vissuta, oggi non è più possibile guardare solo alla storia ed estrapolarne un nostro potenziale futuro: l’impatto violento delle tecnologie esponenziali, combinatorie e ricorsive ci costringono a prendere velocemente una posizione e a riconoscere che oggi più’ che mai il futuro è nelle nostre mani e nelle scelte che facciamo.

Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi, ad un ritmo difficilmente comprensibile, è la completa trasformazione del nostro modo di lavorare, della nostra cultura, del nostro modo di fare business e dell’etica stessa; stiamo vivendo un momento delicatissimo, siamo nella fase della pianificazione, le decisioni prese oggi costruiranno il nostro futuro: non possiamo opporci alla nostra naturale “evoluzione” che comprende la tecnologia, il progresso, la ricerca del miglioramento ma possiamo sicuramente trovare un modo etico per combinare ed integrare Technè ed Eudaimonia, ovvero la necessità di bilanciare la concretezza del fare con il benessere e la felicità dell’individuo. Elementi fondamentali, questi ultimi, per costruire un nuovo umanesimo digitale.

In medio stat virtus, non si deve avere paura del progresso tecnologico né lasciarsi andare a facili entusiasmi ma ci vuole consapevolezza per riconoscere che è in atto una trasformazione in cui l’uomo non è solo soggetto attivo ma anche passivo: l’uomo trasforma la realtà con la tecnologia e da essa viene a sua volta trasformato.

E’ fondamentale quindi intraprendere questo cammino di cambiamento tenendo bene a mente che la tecnologia deve essere un supporto per l’uomo, una possibilità ulteriore per sviluppare creatività, capacità e genio a servizio del benessere collettivo. 

Si dice che innovazione e tecnologia vadano a braccetto. Così dovrebbe essere ma così spesso non è. Soprattutto dentro organizzazioni e aziende lente nell’operare la trasformazione digitale e pigre nel far corrispondere allo sviluppo tecnico anche un progresso culturale e organizzativo. Eppure tenere insieme le due cosa è l’unica soluzione per ottenere risultati concreti e duraturi. Lei cosa ne pensa? 

Penso che alla base di una trasformazione digitale di successo debba esserci obbligatoriamente un cambiamento di mindset e l’adozione di una nuova cultura aziendale.

Troppo spesso si pensa di risolvere i problemi legati all’innovazione solo attraverso l’acquisto di nuove tecnologie, la situazione è più’ complessa: la tecnologia da sola non è in grado di guidare il cambiamento, è necessaria invece una leadership forte, proattiva, caratterizzata da una forma mentis votata al miglioramento costante che veda nel progresso culturale la chiave per affrontare qualsiasi trasformazione. Il paradigma digitale ha aperto incredibili possibilità per le aziende ma non è pensabile il raggiungimento gli obiettivi senza una revisione delle vecchie modalità di gestione dell’organizzazione e dei processi aziendali.

Oggi le aziende per poter sopravvivere ai cambiamenti repentini del mercato devono avere la capacità adattarsi rapidamente e per farlo è necessaria la presenza di un top management in grado di avviare e supportare la trasformazione digitale attraverso interventi culturali e strutturali; la leadership deve avere la forza di coinvolgere i dipendenti nel cambiamento accompagnandoli, motivandoli e facendoli sentire parte attiva durante tutto il processo di transizione poiché essi, con il loro sapere acquisito e il contatto diretto col mercato, solo per fare un paio di esempi, sono l’asset principale dell’azienda ed il trigger da cui può partire tutto il processo di innovazione.

 

In Italia e, di riflesso sulle piattaforme come Linkedin, si parla da tempo e di continuo di trasformazione digitale. Si parla tanto ma si realizza poco. Grande è ancora il gap che ci separa da altre realtà nazionali che hanno investito e realizzato più seriamente questa trasformazione. Cosa blocca in Italia l’innovazione? Servono solo maggiori investimenti o un nuovo modo di pensare e fare strategie aziendali? Siamo troppo conservatori o semplicemente incapaci di adattarci alle rivoluzioni, tecnologiche, culturali, organizzative, di mercato, ecc. in corso? Che ruolo o responsabilità ha in tutto questo la classe dirigente e la leadership aziendale? 

È vero, si parla tanto di trasformazione digitale e lo stesso LinkedIn è inondato di articoli e suggerimenti su come affrontarla al meglio ma è altrettanto vero che la situazione in Italia è stagnante. Per chi si occupa di innovazione le tabelle DESI sono un punto di riferimento per comprendere il contesto in cui si opera e soprattutto la reale condizione del nostro  paese in rapporto alla digitalizzazione degli altri stati.

Ad oggi il più grande ostacolo, per le attività di innovazione in Italia, è la mancanza del capitale umano; i dati DESI del 2020 ci raccontano di un paese che è agli ultimi posti per quanto riguarda la situazione delle competenze digitali: siamo 16 punti sotto la media europea che, banalmente, si traduce nella mancanza di talenti con competenze digitali specialistiche. In generale tutti i processi legati all’innovazione non si esauriscono semplicemente implementando le tecnologie ma ripensando completamente il modo di fare business, guardando nuovi mercati adiacenti o convergenti a quelli in cui si opera, mettendo al centro il cliente e i suoi bisogni, implementando nuove modalità di lavoro più smart per le persone che lavorano all’interno dell’organizzazione e molto altro ancora. 

Oggi le aziende necessitano di talenti in grado di gestire e di affrontare le diverse fasi della Digital Transformation ma spesso e volentieri le risorse interne all’azienda non sono in possesso di tutte le skills e le competenze digitali necessarie per affrontare tutto il processo. Per poter anche solo pensare di avviare un’azione di trasformazione, occorre che il management aziendale riservi una parte degli investimenti nell’assessment interno e soprattutto nella formazione delle persone attraverso operazioni di upskilling e reskilling che rappresentano sicuramente la strategia migliore e più efficace per agevolare il cambiamento. Investire nei propri talenti, nelle proprie risorse interne, significa aumentare significativamente le probabilità di  successo dell’azienda e creare una visone più ampia del proprio scenario.

Tutto ciò contribuisce inoltre alla creazione di ecosistemi digitali utili alla crescita del nostro paese. In conclusione, se vogliamo parlare di responsabilità o ruoli, ovviamente il management aziendale ha un ruolo fondamentale perché è chiamato a favorire il cambiamento oltre che a guidare la trasformazione digitale. È dunque necessario che esso sia in grado di motivare e spiegare la necessità del cambiamento, condividendo e allineando tutti alla nuova visione ed alla strategia che andrà a favorire il raggiungimento degli obiettivi, non solo di business.

 

In questo contesto, che io valuto come conservatore, conformista e un po’ arretrato, lei si propone come personal trainer per leader e manager aziendali impegnati nella valorizzazione delle loro competenze e qualità, in modo da poter competere sul mercato del lavoro anche grazie alla propria visibilità e reputazione. In cosa consiste esattamente la sua proposta e quali sono gli approcci, i modelli e le strategie che suggerisce? 

Il mio lavoro consiste principalmente nell’accompagnare le organizzazioni attraverso il processo di trasformazione offrendo un supporto a 360° che comprenda all’interno della fase di assessment anche uno spazio dedicato all’analisi del personal branding della c-suite.

I leader di un’organizzazione hanno un’enorme responsabilità ed influenza nel processo di trasformazione digitale sia perché devono guidarla, sia perché sono il primo riferimento per i vari stakeholder ma soprattutto  perché contribuiscono a veicolare vision, mission e posizionamento dell’azienda attraverso la propria identità, i propri valori e la propria personalità.

Oggi non possiamo pensare di definire il valore di un’azienda solo per il livello di profitto raggiunto. Secondo il mio punto di vista, è necessario avere informazioni anche sulla fiducia ed il rispetto che l’azienda è in grado di generare con tutti i suoi stakeholder in modo specifico con le proprie risorse. Il top management ha la responsabilità di guidare la Digital Transformation e questa operazione non può essere fatta semplicemente attraverso l’adozione di una comunicazione top-down basata su un modello gerarchico ormai obsoleto; è necessaria una comunicazione basata sulla fiducia e sulla credibilità che permetta di trasformare le strategie della c-suite in azioni concrete e “sentite” da parte di chi si occupa dell’execution.

Per rendere possibile tutto questo il leader deve aver costruito un rapporto di fiducia con le proprie persone, un rapporto one to one, ma laddove l’organizzazione sia grande e strutturata ed i contatti difficili se non impossibili, la leadership deve operare attraverso la reputazione e la credibilità e questo può essere fatto solo attraverso un lavoro di personal branding mirato a rafforzare tutti gli aspetti legati all’etica ed alle competenze dei leader. 

Quando mi trovo ad operare in azienda il primo ostacolo che devo affrontare è sempre quello della resistenza al cambiamento. Chi ha condotto un’organizzazione per molti anni, secondo un modello di business che ha prodotto profitti, difficilmente accetterà l’idea di mettere in discussione il proprio metodo. Stabilità, sicurezza e prevedibilità sono i più grandi ostacoli dell’innovazione e caratterizzano totalmente quella che viene definita “zona di comfort” a qualsiasi livello aziendale; ogni tentativo di cambiamento e di implementazione di innovazioni fa scivolare qualsiasi persona dalla Comfort zone nella Panic zone, una zona caratterizzata da ansia, paura, rabbia e rifiuto verso il nuovo. Per poter quindi offrire un intervento che abbia valore, ho imparato a suddividere la mia consulenza in tre fasi principali:

  • una prima fase completamente votata all’ascolto ed all’osservazione della situazione “ AS IS ”; riuscire ad affrontare questa fase senza fretta e tornare in più tempi sugli stessi punti, mi permette ogni volta di creare una “ zona cuscinetto” tra la Comfort zone e la Panic zone che rende le persone più disponibili a rispondere a domande e sollecitazioni specifiche.
  • una seconda fase di assessment in cui, a partire dalle informazioni elaborate nella prima fase organizzo, insieme ai miei partner, una strategia di intervento finalizzata alla formazione del personale ed all’acquisizione di ulteriori informazioni per la definizione del progetto di innovazione.
  • una terza fase dedicata completamente allo sviluppo ed allo svolgimento del progetto di innovazione.

Se dovessi pensare ad una sintesi di quella che è la strategia che mettiamo in campo potrei tranquillamente dire che si tratta di una proposta focalizzata sui tre pilastri della trasformazione digitale ovvero intervenire sulla cultura per poter rendere i processi più agili e per creare ecosistemi grazie all’implementazione delle nuove tecnologie.

 

In una realtà in costante cambiamento come quella attuale sapersi adattare non è sufficiente. Serve acquisire conoscenza e nuove conoscenze. Bisogna trovare e alimentare motivazioni forti all’apprendimento e allo studio, predisporre la mente all’adozione di nuovi schemi concettuali e cognitivi, imparare a comprendere persone (clienti, utenti, colleghi, ecc.), fatti e realtà (aziendale, di mercato, competitiva, comunicazionale, ecc.) nella loro complessità e mutabilità. Lei cosa ne pensa? 

Il mondo in cui viviamo è in costante evoluzione dalla notte dei tempi, cambiano gli scenari, cambiano gli uomini, cambiano gli obiettivi e gli strumenti per raggiungerli ma resta una costante: il bisogno di sapere. Da sempre l’essere umano è stato mosso da un’inesauribile sete di conoscenza che gli ha permesso sia di adattarsi all’ambiente sia di evolvere. Il contesto in cui ci muoviamo oggi, altamente volatile, caratterizzato da cambiamenti ed innovazioni dirompenti è semplicemente un ulteriore stimolo a portare avanti quella che è una prerogativa innata nell’uomo.

Io credo che il sapere ci renda liberi, che la conoscenza ci guidi nel futuro e che il segreto per poter affrontare i cambiamenti che le nuove tecnologie ci impongono risieda nel concetto di Lifelong learning. L’apprendimento permanente, durante ogni fase della vita, è un processo che consiste nell’acquisizione costante di competenze finalizzate ad aggiornare e adeguare le proprie conoscenze, la propria formazione in funzione delle nuove richieste professionali, in rapporto ai propri bisogni sociali e personali. In un mercato che cambia in maniera repentina la formazione continua garantisce la sopravvivenza, la capacità di gestire il cambiamento e la possibilità di sfruttare nuove opportunità di business.

Nelle organizzazioni, soprattutto quando si affronta un progetto di innovazione, è fondamentale promuovere la cultura dell’apprendimento permanente incoraggiando le risorse a sviluppare nuove competenze così da poter gestire la trasformazione più’ facilmente. Non si tratta però soltanto di spingere le risorse a migliorare le proprie competenze tecniche, ma anche a sviluppare e mettere in risalto quelle che vengono definite soft skill o competenze trasversali. Io definisco queste competenze gli “assi nella manica” ovvero quelle abilità che non sono espressamente richieste per svolgere un determinato lavoro ma che spesso e volentieri ne determinano la riuscita ed il successo.

Le competenze trasversali sono il nostro bagaglio culturale frutto di esperienze lavorative e personali, ovvero sono tutte quelle cose che non si studiano sui libri ma che si imparano sulla propria pelle attraverso l’azione e la presenza sul campo.

In un articolo del suo Blog ho letto che lei ha “sempre avuto una passione sfrenata per la velocità”. Non crede che oggi tutto si svolga troppo in fretta? Non pensa che molte destinazioni vengano mancate perché non si sono neppure comprese o viste? Non pensa che a volte la strada più breve (mi ricordo un bellissimo film di Herzog sul Cerro Torre) sia la più sbagliata e inefficace? Non crede che, nel surplus informativo e cognitivo attuale, l’unica soluzione sia la lentezza, la concentrazione, la riflessione critica, l’approfondimento, la gentilezza della comunicazione e il recupero del valore del tempo dilatato e non solo presente? 

E’ vero, confermo la mia passione per la velocità in pista, ovviamente un po’ meno nel resto delle questioni quotidiane.

Oggi tutto scorre veloce, non solo le innovazioni tecnologiche ma i rapporti stessi ed il tempo è diventato il bene più prezioso ed anche il meno considerato.

Devo confessare che la questione del fluire del tempo è stata fin dalla mia adolescenza uno dei temi che più mi ha affascinato ed allo stesso modo turbato: il passare inarrestabile delle ore, l’impossibilità di cristallizzare gli eventi positivi ed allontanare quelli dolorosi, la questione dell'eternità, sono per me narrazioni piene di significato;

a tal proposito Seneca ci ha regalato dei meravigliosi scritti e degli spunti profondissimi sul valore del tempo e sull’incapacità dell’uomo di coglierne appieno tutto il senso nella propria vita ed ancora prima i Greci ci hanno istruito con la loro geniale suddivisone del tempo in termini di quantità ( Kronos ) e qualità ( Kairos ) .

Il tempo è tratto distintivo della nostra dimensione umana e rappresenta un’opportunità di rivoluzionare la propria vita in ogni istante costruendo affetti, significati, legami e contribuendo a costituire l’identità di ciascuno di noi.

L’articolo del mio blog era focalizzato sulla necessità di distribuire contenuti pertinenti agli utenti realizzando materiale di rapida fruizione, perché oggi il tempo per fare tutto quello che abbiamo in agenda sembra essersi ridotto al limite ed anche la nostra capacità di prestare attenzione a quello che leggiamo, guardiamo o pensiamo è ridotto a 8 secondi (addirittura al di sotto il tempo massimo di concentrazione di un pesce rosso!). Effettivamente vivendo in una realtà che cambia freneticamente è difficile rimanere focalizzati e concentrati, è un’operazione che richiede uno sforzo enorme.

Il surplus informativo e cognitivo non sono l’eccezione, ma sono parte della nostra quotidianità ibrida caratterizzata da una fusione tra mondo reale e digitale; noi viviamo “Onlife” per citare il professor Floridi e non siamo nella condizione di poter tornare indietro, né in quella  di poter prevedere il futuro, quello che obiettivamente possiamo fare oggi è navigare a vista utilizzando filosofia ed esperienza per comprendere il mondo che ci circonda.

Da sempre l’uomo ha fatto i conti con la necessità di prendere decisioni rapide per la propria sopravvivenza, non credo perciò che il problema sia legato alla velocità né che si possa trovare una soluzione solo attraverso l’imposizione di ritmi più lenti, penso che il core di tutta la questione consista anche nel lavorare per educare se stessi e le nuove generazioni a recuperare concetti fondamentali quali la pietas, l’etica, la filosofia ricercando quelli che sono valori indispensabili per l’uomo e che rappresentano la stella polare per orientarsi nel mezzo di qualsiasi cambiamento o trasformazione. 

 

*Le immagini sono fotografie di viaggio: Islanda 

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