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Né ottimisti né pessimisti, ma consapevoli, disincantati e con molta ironia nei confronti della realtà!

Né ottimisti né pessimisti, ma consapevoli, disincantati e con molta ironia nei confronti della realtà!

23 Maggio 2017 Interviste filosofiche
Interviste filosofiche
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L'attualità e il suo presente sono oggi caratterizzati da due movimenti contrastanti: da un lato, noi ci stiamo trasformando velocemente, dal punto di vista socio-culturalmente evolutivo, proprio grazie ai nuovi dispositivi iper-tecnologici in cui viviamo e di cui siamo il prodotto; d’altra parte, e sempre in senso evolutivo, e psico-sociale, noi ci stiamo adattando ad essi, ne stiamo assecondando la pervasività per sopravvivere meglio.

“‘Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “‘Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” ‘Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia dell’università: “‘Non ha mai turbato nessuno”’ (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III. Schopenhauer come educatore, tr. it. di M. Montinari, in F. Nietzsche, Opere, vol. III, tomo I, Adelphi, pag. 457).


Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.

 

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Eleonora de Conciliis 

Eleonora de Conciliis (1969) insegna Filosofia e Storia presso il Liceo Statale “Fonseca” di Napoli, e Narratologia e Linguistica presso la Scuola Sperimentale per la Formazione alla Psicoterapia e alla Ricerca nel campo delle Scienze Umane applicate di Napoli; collabora da molti anni con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, e dal 1999 al 2007, dopo il conseguimento del PhD, ha svolto attività di ricerca presso l’Università di Napoli “Federico II” e presso l’Università di Salerno; nel 2014 si è abilitata all’insegnamento di Filosofia Morale per la II fascia. I suoi interessi di ricerca partono dalla Scuola di Francoforte e dal rapporto tra filosofia e letteratura, per approdare poi al pensiero di Foucault e Baudrillard e alla sociologia di Bourdieu.

Caporedattrice della rivista Kaiak. A Philosophical Journey, membro del comitato scientifico della rivista La deleuziana (www.ladeleuziana.org), ha pubblicato monografie su Kafka, Simmel, Benjamin, interventi e saggi su Arendt, Canetti, Foucault, Baudrillard, Bourdieu, nonché i volumi Il lusso della differenza. Ipotesi sul processo di soggettivazione (Filema 2006), Pensami, stupido! La filosofia come terapia dell’idiozia (Mimesis 2008), Il potere della comparazione. Un gioco sociologico (Mimesis 2012), Che cosa significa insegnare? (Cronopio 2014), Psychonet (Cronopio 2016).

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull’era tecnologica e dell’informazione che viviamo?

Sono, essenzialmente, un’insegnante di filosofia (e poiché insegno al liceo, anche di storia): la insegno da quasi vent’anni a Napoli (la città dove sono nata, e dove in alcuni ambienti si trova ancora un’altissima concentrazione di intelligenza critica, di disincanto e, insieme, di legami affettivi), ma da più di venticinque anni svolgo una parallela, intensa attività di ricerca, durante la quale, oltre a scrivere un numero ormai imprecisato di saggi, articoli, ecc., ho conseguito praticamente tutto (dottorato, post-dottorato, assegno di ricerca, abilitazione, ecc.), tranne la cattedra all’università – di cui peraltro non ho un gran desiderio, considerata la licealizzazione delle università italiane, l’enorme carico didattico riservato a ricercatori e giovani associati, e l’immensa mole di lavoro burocratico che anche là si è aggiunto all’insegnamento vero e proprio.

Ciò premesso, mi ha colpito la citazione della terza inattuale posta in epigrafe alle sue interviste, nella quale Nietzsche, sulla scorta del cinico Diogene, dileggia i filosofi accademici. Com’è noto, per Nietzsche i veri filosofi non sono mai dei professori universitari, e d’altra parte Michel Foucault (a sua volta profondamente nietzscheano e confinato, dal 1970 fino alla morte, ad insegnare al Collège de France, istituzione prestigiosa ma quasi museale che non rilascia titoli spendibili sul mercato accademico) ha considerato il cinismo antico, nell’ultima fase del suo pensiero, un grande esempio di parresía, di quel ‘parlar franco’ che consiste nell’avere il ‘coraggio della verità’.

Ebbene Diogene, che parla franco, dice la verità sul potere accademico, dunque al potere accademico, ma dice anche un’altra cosa, e cioè che la filosofia, per essere davvero tale, deve turbare, deve scuotere; il che mi ha fatto venire in mente Pascal, per il quale la vera filosofia si prende gioco della filosofia, nonché un’altra citazione, di Gilles Deleuze, che in Nietzsche e la filosofia ha scritto: “La filosofia serve a rattristare: una filosofia che non rattristi, che non riesca a contrariare nessuno, che non sia in grado di arrecare alcun danno alla stupidità e di smascherare lo scandalo, non è filosofia”.

Ecco, ciò che cerco di fare, nel mio piccolo, è turbare, rattristare la stupidità oggi dilagante (non solo quella accademica), praticando forme paradossalmente didattiche ma sempre ironiche di parresía, o anche ciò che Kant chiamava ‘uso pubblico della ragione’: come mi ha simpaticamente scritto un lettore alludendo a Nietzsche, io farei ‘filosofia col martello’, ovvero provo a scrivere testi provocatori, che hanno come tema, oltre alla stessa stupidità e all’insegnamento, proprio i cambiamenti innescati nella nostra vita dall’uso sempre più massiccio delle tecnologie digitali.  

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull’economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l’uomo, la percezione della realtà e l’evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell’uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell’era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Oggi molti sedicenti filosofi, nel mainstream politically correct di quella che Adorno chiamava Halbbildung (la semi- o pseudocultura, che occupa forse l’80% per cento della rete), arricciano il naso e considerano insostenibile una posizione ‘apocalittica’ o quanto meno critica sulla diffusione e sull’uso del digitale e della rete.

Solo i pensatori più acclamati possono permettersi di esprimere delle riserve senza essere attaccati; quanto a me, che non ho alcuna fama mediatica o posizione accademica, mi è accaduto di essere tacciata di ‘tecnofobia’ e di essere ‘processata’ da psicoanalisti lacaniani e/o filosofi lacaniani (che costituiscono una specie a sé, e il cui unico esemplare più simpatico è proprio Slavoj Žižek), perché nel mio ultimo libro, Psychonet, ho ipotizzato che la rete, oltre a istupidire coloro che non posseggono un’adeguata attrezzatura mentale per utilizzarla in modo non dossico (dal greco doxa: non ingenuo, non irriflesso; è un termine usato dal sociologo Pierre Bourdieu), contribuisca a diffondere nuove, deboli forme di psicosi fredde (ossia senza sintomi).

In altri termini, mentre noi discutiamo, il digitale e il web hanno già trasformato, a mio avviso, non solo i nostri comportamenti ma anche il nostro assetto psichico, il nostro inconscio, e come lei stesso scrive, stanno velocemente cambiando il cervello delle nuove generazioni (v. domanda successiva) – cosa di cui peraltro si rende conto qualunque insegnante non sprovveduto, dalle elementari all’università.

Di questi mutamenti, e del loro carattere potenzialmente devastante rispetto alla millenaria cultura alfabetica di cui siamo il prodotto, si stanno occupando diversi studiosi (più donne che uomini per la verità: penso a Maryanne Wolf e a Katharine Hayles, oltre che a Sherry Turkle). Alcuni di essi, per fortuna, sono giovani (Evgenij Morozov, Antoniette Rouvroy ed altri), il che fa sperare che anche tra le nuove generazioni possa affermarsi quella che da un po’ definisco una sdivinizzazione dei dispositivi digitali e del web: Giorgio Agamben anni fa, nel suo Che cos’è un dispositivo? l’ha chiamata ‘profanazione’, ma si tratta di una forma attiva e ironica di disincanto nei confronti del loro utilizzo dossico, cioè acritico, unita alla capacità di comprenderne i risvolti politico-economici.

Per tornare alla sua domanda, forse tra i pensatori europei, più che Žižek e Sloterdijk (che è, insieme a Nancy, il più grande pensatore vivente), solo Bernard Stiegler sta tentando un’operazione in grande stile di decostruzione critica della tecnologia – e viene molto attaccato per questo. Sull’ultima parte della domanda tornerò alla fine.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell’occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt), ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze. Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Non sono d’accordo: le singole riflessioni non mancano, ma spesso i concetti sono vecchi (soprattutto i concetti psicopatologici che si occupano delle nuove forme di dipendenza, spesso euforica e sempre inconsapevole, innescata dalla rete); per dirla in un linguaggio fenomenologico, ci mancano i nomi per descrivere il modo in cui la tecnologia ‘funge inconscia’ fuori e dentro di noi, nel senso che i dispositivi elettrici vengono ormai introiettati nel nostro sé psichico (Antonio Damasio direbbe nel nostro ‘proto-sé’), come parti effettive e non solo come protesi del nostro corpo, mentre d’altra parte la nostra identità si estende sempre più negli ambienti mediali in cui viviamo.

La tecnologia, poi, non è mai neutrale, nel senso, arcinoto, che il medium è il messaggio – o che la forma è sostanza. Secondo McLuhan, ogni nuovo medium genera nei suoi fruitori una forma di entusiastico stupore, di stupidità, di ebetudine, ma anche di narcosi, cioè di sonno, di incoscienza, rispetto a come tale medium funziona e a quali sono le sue caratteristiche – ciò spiega la complicità, cioè la passività degli utenti/consumatori. È stato così per il telefono, la radio, il cinema e la televisione, poi per il computer e per la rete. In fondo, è stato così anche per la scrittura, ma con la differenza sostanziale che la scrittura funzionava come medium potenziatore e amplificatore della coscienza (dell’auto-scopia), mentre la rete, almeno per la maggior parte degli utenti, la depotenzia. Quanto al telefono, la radio, ecc. hanno assolto a una doppia funzione socio-politica (positiva e negativa, se ad es. pensiamo ai totalitarismi), mentre la rete ha permesso al capitalismo di fare al capitalismo un salto smaterializzante al di là della produzione, che i media precedenti hanno soltanto preparato.

Servono dunque nuovi concetti, che come direbbe Deleuze vanno ‘fabbricati’ anche riciclando quelli vecchi, ma con la consapevolezza che debbono servire a smontare la realtà – che non è mai un dato, non è mai ‘naturale’, ma per dirla con Berger e Luckmann è una costruzione sociale e, ormai, tecnologica.

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

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In termini kantiani, direi che noi dobbiamo uscire dallo stato di minorità verso la tecnologia, perché l’evoluzione ormai rapidissima della stessa tecnologia, ad esempio dell’Intelligenza Artificiale., potrebbe condurla in breve ad uscire dallo stato di minorità verso noi umani, e ci faremmo una pessima figura.

Tonando a Deleuze, in una conferenza che costituì il suo ultimo intervento pubblico prima del suicidio, non a caso dedicata ai dispositivi e a Foucault, ha detto: “La novità di un dispositivo rispetto a quelli precedenti, la chiamiamo la sua attualità, la nostra attualità. Il nuovo è l’attuale. L’attuale non è ciò che siamo, ma piuttosto ciò che diveniamo, ciò che stiamo divenendo, cioè l’Altro, il nostro divenir-altro”. Ecco, questa splendida frase rende bene due movimenti contrastanti che secondo me caratterizzano il presente, l’attualità: da un lato, noi ci stiamo trasformando velocemente, intendo dal punto di vista socio-culturalmente evolutivo, proprio grazie ai nuovi dispositivi iper-tecnologici in cui viviamo e di cui siamo il prodotto; d’altra parte, e sempre in senso evolutivo, e psico-sociale, noi ci stiamo adattando ad essi, ne stiamo assecondando la pervasività per sopravvivere meglio.

Questo processo metamorfico-adattivo potrebbe avere degli effetti sia benefici che negativi; potrebbe ad esempio farci abbandonare alcuni tipi di disagio psichico tipici della modernità borghese (nevrosi, ecc.), potrebbe finalmente de-territorializzare i generi sessuali, ma potrebbe anche accentuare la nostra neotenia, cioè la nostra fenotipia da cuccioli e la nostra dipendenza infantile dagli altri, il nostro narcisismo, ecc.

L’unica immagine del nostro futuro che dobbiamo scongiurare non è però legata alla tecnologia in quanto tale (che in sé non è il male, non va demonizzata), ma alla distruzione delle risorse vitali (acqua, ecc.) e al riscaldamento globale: questo è l’unico scenario futuro davvero preoccupante, che impone all’uomo (anche all’uomo-bambino, all’uomo adolescentizzato) un imperativo categorico di tipo ecologico. 

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/eterotopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quella tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell’utilizzo della tecnologia?

In parte ho già risposto a questa domanda, e nei prossimi anni mi piacerebbe tradurre un filosofo tedesco poco conosciuto, Gotthard Günther, che negli anni cinquanta del secolo scorso elaborò un interessante discorso futurologico sulla cibernetica. Intendo con ciò dire che del futuro tecnologico si può parlare in diversi modi (utopico, profetico, divinatorio, previsionale, ecc.), ma che gli scenari più interessanti vengono dalla combinazione tra riflessione filosofica, letteratura e futurologia in senso stretto – qualcosa che sta al confine tra la storia, la scienza e la fantascienza.

Comunque, come lei stesso suggerisce, non bisogna avere né una posizione tecnofobica, né entusiastica, ma cinica (nel senso dell’anti-accademico Diogene) e soprattutto critica, nel senso di Foucault, per il quale la critica è l’arte di non essere eccessivamente governati (in questo caso, dalla tecnologia).

Non bisogna essere né ottimisti né pessimisti, ma insegnare la consapevolezza, il disincanto, l’ironia nei confronti della realtà (cioè fornire pillole rosse in gran quantità). Un’ironia che non equivale solo alla socratica messa in ridicolo del presunto sapere, ma, nel senso romantico, alla frantumazione di una (presunta, immaginaria) totalità, che altrimenti schiaccia e opprime la nostra mente, togliendole la libertà di pensare l’Altro, il nostro divenire-altro.

 

Mentre l’attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all’uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell’alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi. Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

In parte ho già risposto anche a questa domanda, parlando del nostro uso dossico (ignorante, ingenuo) dei dispositivi tecnologici, che appunto li fa funzionare o fungere in modo inconscio dentro di noi (non come semplici protesi), e della portata epocale dei cambiamenti in atto; delle nuove ‘lenti’, non solo spazio temporali e categoriali ma psichiche, con cui kantianamente guardiamo i fenomeni, mi sono occupata appunto in Psychonet, da un punto di vista un po’ diverso da quello qui evocato. A me non interessa tanto il dominio di Big Data con i suoi risvolti economico-politici (che invece ad esempio interessa molto a Stiegler e agli studiosi che collaborano al suo progetto Ars Industrialis, alcuni dei quali ho il piacere di conoscere da diversi anni).

La rivoluzione di cui lei parla è a mio giudizio acefala e furba, quindi non intelligente. Non esiste una ‘testa’ che governa la tecnologia, e la società capitalista attuale non è più né disciplinare, come nei primi secoli della modernità, né di controllo (come la definiva Deleuze).

La nuova frontiera della biopolitica (per usare un termine foucaultiano) consiste infatti nel plasmare direttamente la psichicità umana, l’inconscio, ma senza un progetto sovrano: semplicemente utilizzando alcune procedure sempre più raffinate e complesse, direbbe Foucault, di potere-sapere. I giganteschi profitti che esse permettono non sono pianificati a tavolino, ma solo abilmente sfruttati da coloro che le gestiscono tecnologicamente, e talvolta alla cieca, andando, per così dire, a tentativi.

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). È un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l’identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Come ho già detto, non credo che chi è al comando del software sia realmente al comando, nel senso che si limita a impostarne e sfruttarne furbescamente le possibilità di profitto.

È appunto il software (insieme all’hardware: il silicio) ad essere al comando, cioè un codice che nella sua semplicità binaria e nella sua funzionalità algoritmica è privo di senso, oltre che di coscienza: è in questi termini che il problema va posto filosoficamente, nei termini cioè dell’assenza di senso e di ragione dell’attuale assetto digitale del capitalismo, che già da anni è stato acutamente rilevato e denunciato da Jean-Luc Nancy (cfr. ad es. il suo La creazione del mondo).

La sostanziale stupidità della macchina capitalistica trasforma la società di controllo di deleuziana memoria (cfr. il famoso Poscritto sulle società di controllo scritto da Deleuze nel 1990), oggi definita dal coreano-tedesco Han ‘società della trasparenza’, in una società, come lei stesso suggerisce sulla scorta di La Boétie, di servitù volontaria, anzi entusiastica, e quindi travestita da libertà, perché il web si presenta come il massimo della comunicazione libera e democratica.

Il problema non è solo che tutti sono tracciati dai motori di ricerca e sorvegliati dalle telecamere disseminate nelle città, negli aeroporti, ecc., ma  che tutti sono volontariamente esposti allo sguardo altrui, su Facebook, Instagram, ecc.

La vita intera, e a volte persino la morte, sono offerte in immagine, ma a questa trasparenza complice corrisponde una preoccupante opacità relativa alla incapacità, da parte dell’utenza, di comprendere o anche solo portare a coscienza la pervasività del fenomeno. In tal senso siamo di fronte a una metamorfosi sottrattiva, o meglio a una semplificazione dei valori dell’umanesimo moderno e della stessa democrazia: l’uomo è al centro, è libero, può parlare, agire, comunicare, ma le sue parole e le sue azioni sono al di là della sua stessa comprensione, e servono solo a incatenarlo a un sistema acefalo basato sull’interconnessione, sull’interdipendenza e sull’equivalenza delle cose (dei dati) e quindi degli uomini, che è in fondo l’equivalenza monetaria del capitale (e con ciò mi riferisco sempre all’analisi di Nancy).   

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell’ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo / guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Sono completamente d’accordo con la Turkle, e aggiungerei l’analisi del sociologo tedesco Hartmut Rosa (cfr. il suo Accelerazione e alienazione), che mi sembra andare più o meno nella stessa direzione, segnalando che abbiamo sempre meno ‘tempo’, e siamo quindi sempre più ‘alienati’, nonostante la tecnologia sembri esonerarci completamente da fatiche e impegni, anche sociali, che prima richiedevano molto tempo, per consegnarci ad un’epocale accelerazione dell’esperienza, delle emozioni, ecc.

D’altra parte, l’incapacità di dialogare in modo empatico lamentata dalla Turkle si riflette sull’incapacità sempre più diffusa, soprattutto nelle giovani generazioni, di sopportare e affrontare linguisticamente i conflitti, sia intra-psichici che interpersonali e generazionali. Questo impoverimento linguistico e affettivo, quest’alienazione compulsiva, questa semplificazione rappresentano sicuramente una perdita dal punto di vista socio-culturale, evidente nella comunicazione rozza, rabbiosa e insulsa che spesso si può trovare sui social, che definirei provocatoriamente lo sversatoio pulsionale del ventunesimo secolo, ma potrebbe alla lunga costituire anche un alleggerimento psichico capace di condurre, in un futuro abbastanza remoto e con un adeguato supporto linguistico (con un nuovo codice), a nuovi, inediti processi di soggettivazione.

Credo insomma che i social rappresentino oggi una sorta di prima, grossolana degenerazione psico-sociale del web, che possiede invece, escludendo i social, delle potenzialità culturali enormi, qualora venga utilizzato in maniera intelligente e consapevole.

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall’invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Certo che ci si può difendere.

Basterebbe smettere in massa di vivere nei social, e di comunicare con What’s app, eliminare tutte le pagine FB, facendo fallire FB e Twitter, ecc.; si potrebbe inoltre smettere di acquistare on line anche ciò che si può comprare sotto casa (fenomeno questo che forse interessa più gli Usa che l’Europa e in particolare l’Italia). Si può impedire ai propri figli di dormire con lo smartphone sotto il cuscino, li si può in altre parole sdivinizzare insieme al digitale, che è il loro nuovo ambiente nativo.

Mi spiego: oggi molte famiglie occidentali divinizzano la loro prole, investono follemente su di essa sia in termini psichici che economici, alimentando forme di narcisismo di cui la fenomenologia social è solo un aspetto (e forse neppure il più grave); su questo psicologi, sociologi e pedagogisti sembrano d’accordo, e di questo ho cercato di occuparmi negli ultimi due volumi che ho pubblicato, ma anche in quello del 2008 dedicato alla stupidità.

Non solo. Noi viviamo oggi in un’era di regressione religiosa alla tecnologia, ma anche di parallela regressione tecnologica alla religione (pensi al Papa su Twitter!). Per tornare dunque a una sua domanda precedente, dobbiamo sdivinizzare, ossia praticare una sorta di ateismo tecnologico, elaborando una riflessione psico-sociologica, ma anche antropologica ed economico-politica su questi fenomeni, che abbatta le tradizionali compartimentazioni specialistiche in cui spesso si impantana la cultura accademica, la quale peraltro, a mio giudizio, nelle sue metodologie e (auto)valutazioni didattiche ed economico-politiche sta ‘accusando’ pesantemente le trasformazioni provocate dalla tecnologia nel mondo dell’istruzione superiore. Per quanto riguarda invece le persone comuni e la loro quotidianità, come ho detto, dovrebbero cominciare a ri-vivere (per gli adulti) o a vivere per la prima volta (penso agli adolescenti) fuori dai social (più che fuori dalla rete), rinunciando a Facebook, Twitter, What’s app ecc., non per tornare tecnologicamente indietro (cosa ridicola e impossibile, davvero regressiva: sarebbe come voler diventare tutti degli amish), ma per non esserne schiavi. Sarebbe un esercizio economico politico di libertà che distruggerebbe in poche ore, se totale e massivo, l’impero dei ‘signori del silicio’…

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l’iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

I suggerimenti di lettura li ho già dati nel corso dell’intervista, e mi sembra che il vostro progetto sia adeguatamente pubblicizzato sul web. Un altro progetto interessante, invece, potrebbe avere come tema: tecnologia e (paura del) dolore – un tema decisamente bioetico; oppure: conflitti (di tutti i tipi, etnici, bellici, intrapsichici, interpersonali, ecc.) e tecnologia.

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Non conosco ancora bene il vostro progetto, per cui preferisco non esprimere giudizi affrettati; a prima vista mi sembra interessante, e utile, anche se forse un po’ troppo schiacciato su una logica di marketing.   

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Bhutan)


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