Filosofia e tecnologia /

Per accorgersi di aver indossato delle lenti per vedere il mondo bisogna indossarne... delle altre.

Per accorgersi di aver indossato delle lenti per vedere il mondo bisogna indossarne... delle altre.

02 Giugno 2017 Interviste filosofiche
Interviste filosofiche
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Sulla base delle tendenze in atto - e a patto che si plachino (e non sarà facile) le diffuse reattività fondamentaliste e populiste oggi all’ordine del giorno – un possibile (e auspicabile) scenario può essere quello della “co-esistenza” tra umani, animali, piante, macchine secondo quel che da un po’ di anni si chiama “ontologia orientata sugli oggetti”, vale a dire una concezione della realtà non più antropo-centrata ma aperta, senza pregiudizi gerarchici, ad ogni dimensione del reale.

"Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III. Schopenhauer come educatore, tr. it. di M. Montinari, in F. Nietzsche, Opere, vol. III, tomo I, Adelphi, pag. 457)."


Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Vincenzo Cuomo, insegnante di filosofia e docente di Estetica dei nuovi media presso l’Accademia di Belle arti di Napoli.


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Ho una formazione filosofia ed estetologica e da più di vent’anni mi interesso di estetica dei media e di filosofia della tecnica. Attualmente, oltre ad insegnare filosofia nei Licei Statali, sono docente di Estetica dei nuovi media presso l’Accademia di Belle arti di Napoli. Inoltre, dopo aver co-diretto, dal 1999 al 2014, Kainos. Rivista on line di critica filosofica (www.kainos-portale.com), una delle prime riviste web italiane di filosofia, dal 2014 dirigo Kaiak. A Philosophical Journey (www.kaiak-pj.it).

Da molti anni sono impegnato ad indagare le connessioni tra le trasformazioni nelle forme di vita contemporanee e le sperimentazioni tecno-artistiche. Gli ultimi due miei libri sono: Eccitazioni mediali. Forme di vita e poetiche non simboliche (Kaiak Edizioni 2014) e, appena pubblicato, Una cartografia della tecno-arte. Il campo del non simbolico (Cronopio Edizioni 2017).

Tra le sue pubblicazioni: Le parole della voce. Lineamenti di una filosofia della phoné (Edisud, Salerno 1998); Del corpo impersonale. Saggi di estetica dei media e di filosofia della tecnica (Liguori, Napoli 2004); Al di là della casa dell’essere. Una cartografia della vita estetica a venire (Aracne, Roma 2007); Figure della singolarità. Adorno, Kracauer, Lacan, Artaud, Bene (Mimesis, Milano 2009); C’è dell’io in questo mondo? Per un’estetica non simbolica (Aracne, Roma 2012); Eccitazioni mediali. Forme di vita e poetiche non simboliche (kaiak edizioni, Tricase 2014).

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Penso che nella nostra epoca è possibile osservare la confluenza tra processi di medio-lungo termine e processi di amplissima durata.

È vero, la nostra è un’epoca di crisi. Tuttavia, per evitare tesi generiche e astoriche, credo che sia necessario riflettere, come dicevo, proprio sulla confluenza di queste due serie di processi, che rivelano non solo la stratificazione dei tempi storici ma anche il loro radicarsi su tempi “ecologici” più profondi e di amplissima durata.

Cerco di spiegarmi meglio. Innanzitutto nelle società occidentali (e occidentalizzate) contemporanee, a partire dalla fine dell’Ottocento, è osservabile una generalizzata crisi degli “ordini simbolici” che ha una ragione composita, in quanto deriva dall’intreccio tra la pervasività della tecno-scienza, l’evoluzione in senso iper-consumistico – e poi finanziario – dell’economia capitalistica, e l’irruzione dei media della comunicazione di massa, dalla fotografia, al cinema, alla televisione fino agli info-ambienti.

Tuttavia, contemporaneamente a questo processo, dalle dinamiche interne complesse ma perfettamente descrivibili, nel Novecento è emersa, fino ad imporsi all’agenda politica internazionale, la questione “ecologica”, che, in effetti, sembra portare alla luce un altro processo, questo di amplissima durata, che è la crisi della civiltà del Neolitico nel suo complesso. L’intreccio tra queste due differenti processualità ha prodotto a mio avviso la particolare radicalità della crisi che è sotto i nostri occhi.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Non credo che manchino teorie relative all’impatto delle tecnologie sugli assetti sociali e su quelli psichici. I nomi sono davvero tantissimi. L’idea che la “tecnica” sia neutra è un’antica illusione idealistica e spiritualistica che la cultura filosofica e antropologica già nel Novecento ha destituito di ogni credibilità.

Qualche necessaria distinzione bisogna ricordarla, altrimenti i discorsi, anche quelli portati avanti con le migliori intenzioni, restano sul piano dell’insano buon senso, per dirla con una battuta. È necessario distinguere la tecnica strumentale da quella che, in generale, potremmo chiamare “macchinica”. Anche lo “strumento”, che è una protesi del corpo umano e dei suoi organi di senso, non è affatto “neutro”.

La ricerca bio-paleontologica, a partire dagli studi di Leroi-Gourhan, ha dimostrato che lo strumento da un lato è un’estroflessione del corpo umano, dall’altro che il suo utilizzo produce habitus tecno-morfi, vale a dire “somatizzazioni” (un’espressione di Augustine Berque) che, nel corso delle generazioni, sono in grado di registrarsi nel corredo genetico della specie. Tuttavia la tecnica strumentale – che è quella prevalente nel Neolitico – non sembra produrre quel senso di estraneità e di espropriatezza che, invece, caratterizza in genere il nostro rapporto con la tecnologia macchinica.

La ragione di ciò riposa sul fatto che la tecnica strumentale è una tecnica “protesica”, quindi sostanzialmente armonizzabile con il corpo umano. La tecnica macchinica, invece, è un tipo di tecnica che non solo si è relativamente autonomizzata dal corpo umano ma che, soprattutto, è in grado di compiere operazioni nel reale naturale che il corpo umano non sarebbe in grado di compiere. È questo il motivo per il quale la macchina produce un sentimento di espropriatezza in chi la utilizza.

Altra questione è quella dei media della comunicazione che, già a partire dalla fotografia, si sono imposti come veri e propri “ambienti di vita e di esistenza”, cioè come quegli ambienti attraverso i quali viviamo e comunichiamo e attraverso i quali percepiamo e valutiamo gli altri e il mondo in generale.

Ebbene, questi ambienti sono tutti caratterizzati da una determinata “formattazione” che necessariamente condizione le nostre modalità di percezione e di espressione. Teniamo però conto del fatto che anche la scrittura alfabetica – come ha dimostrato McLuhan – è stato (e in parte  ancora) un ambiente in grado di formattare potentemente una determinata tipologia di soggettività. Quel che chiamo qui formattazione equivale a quel che McLuhan definiva “messaggio” (formale) del medium, vale a dire “il cambiamento di proporzioni, di ritmo e di schemi” che ciascun medium introduce nelle relazioni umane, nella società e nella stessa strutturazione psichica dei soggetti.

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

I processi che sono in campo sono molto complessi e stratificati, come ho cercato schematicamente di indicare. Tuttavia, ritengo che, sulla base delle tendenze in atto – e a patto che si plachino (e non sarà facile) le diffuse reattività fondamentaliste e populiste oggi all’ordine del giorno – un possibile (e auspicabile) scenario possa essere quello della “co-esistenza” tra umani, animali, piante, macchine secondo quel che da un po’ di anni si chiama “ontologia orientata sugli oggetti”, vale a dire una concezione della realtà non più antropo-centrata ma aperta, senza pregiudizi gerarchici, ad ogni dimensione del reale.

Ovviamente ciò non significa affatto che tale apertura alla co-esistenza possa risolvere i problemi dell’umanità e eliminare la radice della sofferenza e della violenza. Significa solo che potrà forse risolvere la crisi della civilizzazione che nei nostri tempi sembra essere arrivata al suo compimento. In sintesi penso che la crisi che stiamo osservando e vivendo non sia quella della fine catastrofica dell’umano in quanto tale ma solo quella di una epoca (quella Neolitica appunto) della sua civilizzazione.

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Credo di aver già risposto a questa domanda. Tuttavia, relativamente alle posizioni trans-umaniste, alla Kurzweil per intenderci, vorrei esprimere la mia netta contrarietà. Si tratta di posizioni religiose neo-gnostiche che non hanno alcun serio fondamento filosofico.

Invece, per quanto riguarda la consapevolezza nell’uso della tecnologia, questa è ovviamente sempre la benvenuta. Tuttavia, in relazione alla tecnologia macchinica, tale consapevolezza deve condurre ad una sempre maggiore “competenza passiva” (uso un’espressione di Peter Sloterdijk) e non certo ad una riedizione della illusione spiritualistica ed idealistica della subordinazione della “tecnica” alle “libere intenzioni umane”. E, per quanto prima argomentato, questa pia illusione non è in grado neanche di comprendere il nostro rapporto con la tecnica tradizionale, quella strumentale.

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Sono d’accordo con la sua descrizione. Tuttavia penso che per accorgersi di aver indossato delle lenti per vedere il mondo bisogna indossarne... delle altre. Ad esempio i limiti intrinseci al medium alfabetico ci sono apparsi solo a partire dall’irruzione di quel che McLuha ha chiamato “media elettrici”.

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boetie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Penso che i monopoli siano sempre da combattere e che il controllo democratico dal basso sia auspicabile, a patto che sia “normato” da agenzie indipendenti e sottoposte anch’esse ad un controllo politico definito da regole condivise e scritte. Il rischio che stiamo vivendo, infatti, non è solo quello derivante dal controllo monopolistico dei big-data ma anche quello del controllo orizzontale, anarco-autoritario e senza regole, delle nostre vite da parte di chiunque. E non so quale dei due scenari sia quello peggiore.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle.Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Stiamo perdendo molto e guadagnando altre cose, come accade sempre quando un nuovo ambiente mediale – in questo caso un iper-ambiente come Internet – diventa l’ambiente prevalente di vita. Tuttavia, convengo, per le ragioni prima addotte, che le trasformazione che stiamo vivendo siano davvero epocali.

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

La questione è delicata e un po’ complicata. Tuttavia, ribadisco che il pericolo sia duplice: deriva dal controllo dall’alto e da quello orizzontale.

Basterebbe riflettere sul fatto che le teorie utopiche moderne, a partire da Thomas More, siano tutte centrate su di un inquietante paradosso: le società delle reti sono società della massima trasparenza della comunicazione e, per ciò stesso, del massimo controllo totalitario. Ed è secondario se tale controllo dipenda da un potere politico di Uno solo oppure da una moltitudine orizzontale di sguardi totalitari.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Tra i suggerimenti di lettura ne propongo due: 1) Timothy Morton, Dark Ecology. For a Logic of Future Coexistence, Columbia University Press 2016; 2) R. Grusin, Premediation. Affect and mediality after 9/11, Macmillan 2010.

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Penso che sia un progetto intelligente e utile. Vi ringrazio molto.

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Parigi, Mongolia)

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