CURA [1]

06 Aprile 2021 Etica e tecnologia
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Cura s. f. dal lat. cūra
Riguardo, premura, attenzione, amministrazione, rimedio, terapia, preoccupazione, inquietudine.

[cù·ra] 

Figura poco nota della mitologia romana, Cura è una divinità minore dell’olimpo pagano. La sua storia ci è stata tramandata dal poeta latino Gaio Giulio Igino. La conosciamo soprattutto perché è stata inserita da Martin Heidegger in “Essere e tempo”, il libro più famoso del filosofo tedesco.

Igino racconta che, mentre attraversava un fiume, Cura, attratta dalla creta, cominciò a modellarla fino a formare una figura umana. A quel punto sopraggiunse Giove e, alla richiesta della dea di dare vita alla sua scultura, acconsentì. Iniziò, però, una disputa tra Giove, la Terra e la stessa Cura sul nome da dare alla nuova creatura. Per dirimere la controversia, Giove si rivolse a Saturno, dio del tempo, che così decise: al signore dell’olimpo sarebbe tornato lo spirito della creatura, dopo la morte; alla Terra sarebbe tornato il corpo, sempre dopo la morte; alla Cura il possesso, durante tutta la vita. Il nome, invece, doveva scaturire dall’humus (terra), da cui era stata creata e non poteva che essere “uomo”. Qual è il senso del mito? L’uomo è plasmato con la terra, ma è fin dall’inizio in relazione con il cielo e con il tempo. L’incontro tra elementi così diversi genera inquietudine, ma anche attenzione, premura, ovvero Cura.

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 Secondo Heidegger, la cura è una condizione originaria che accompagna l’intera vicenda esistenziale dell’uomo. È il modo dell’uomo di essere nel mondo, attraverso il quale esprime la propria progettualità, ed è il modo in cui stabilisce relazioni con sé stesso, con la natura, con gli altri.  Ma la cura può essere declinata in modi diversi. Può significare prendersi cura degli altri nel senso di aiutarli a essere liberi di realizzare la propria progettualità, di prendersi cura di sé stessi. Può, però, anche significare sollevare gli altri dalla cura, sostituirsi a loro e renderli così dipendenti e sottomessi; in questo caso il rapporto avviene con gli oggetti più che con le persone. Soltanto se ciascuno rispetta nell’altro la cura per il proprio essere, si ha un autentico incontro. E, a partire da qui, insieme, si può avere cura del mondo.

Il tema della cura è quindi centrale nell’esistenza umana. Potremmo dire che la costituisce. Ma i nostri desideri, le nostre passioni, così come le idee che danno forma alla nostra vita hanno un carattere storico. Dipendono dalla nostra visione del mondo, dalle nostre credenze.

Nella società in cui siamo immersi, il soggetto è diventato il cardine di un sistema economico che ha bisogno di una continua crescita, che si autoalimenta attraverso il consumo di prodotti che vengono velocemente rottamati e sostituiti, che scarta i soggetti più deboli e che addebita sempre e comunque all’individuo la responsabilità del fallimento o del successo nella vita. Parliamo di un individuo convinto di dover contare solo su sé stesso e, indipendentemente dalle circostanze esterne, di dover lavorare su di sé per diventare sempre più produttivo e determinato a raggiungere il successo. L’ancoraggio al presente e la tendenza ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata caratterizza questa figura, rappresentata al meglio dai reality show. Trasmette il messaggio che la vita è un gioco duro in cui ognuno gioca per sé e, se vuole vincere, in una società dominata da leggi di mercato spietate e da uno Stato che non è in grado di regolarne gli effetti, non può fidarsi di nessuno. Per questa tipologia umana, la fiducia e la compassione sono sentimenti dannosi perché ostacolano il successo.

In questa condizione sociale di consumismo diffuso, in cui la paura più grande sembra quella di non avere le risorse per dare soddisfazione alla fluidità del desiderio, si è sviluppata la pandemia da Covid19. E il tema della cura, connesso a una inquietudine diffusa, è balzato improvvisamente al centro dell’attenzione collettiva.

La contagiosità del virus ci ha reso consapevoli della nostra interdipendenza e, nello stesso tempo, della nostra fragilità. È impossibile separare il benessere degli uni da quello degli altri, perché siamo tutti vulnerabili e in relazione. Ci siamo resi conto dell’urgenza di mettere al centro della vita sociale e politica un concetto di cura condiviso e partecipato da tutti. Ma sappiamo anche che il tema del prendersi cura dell’altro, da sempre confinato in ambito privato o periferico, mal retribuito e socialmente poco valutato, non si è affermato come valore sociale e resta per lo più a carico delle donne, a titolo spesso gratuito.

Occorre quindi sviluppare un’etica della cura come antidoto all’incuria del nostro tempo.

Un’etica che esige un’alleanza tra ragione e passioni per potenziare, come afferma Spinoza, gli “affetti” positivi. Che devono essere “coltivati” per migliorarne la qualità etica.

Il lavoro di cura richiede empatia, sensibilità, attenzione, pazienza, costanza, tempo, capacità di relazione.

Una cura che deve riguardare anche l’ambiente e gli oggetti. Le dinamiche dell’economia consumistica fondate sull’uso e getta esigono la distruzione precoce dei prodotti più che la conservazione. In futuro occorrerà invece mantenere, riciclare, riparare, se vogliamo salvare il nostro mondo.

Saremo all’altezza di questa sfida?

 

Autrice

Anna Colaiacovo

Sono Consulente Filosofica dell'Associazione nazionale Phronresis. Mi occupo di consulenza individuale e di pratiche filosofiche di gruppo. Scrivo sul blog: www.filosofiaperlavita.it.

Ultima pubblicazione: A. Colaiacovo- L. Collevecchio, Quale futuro? Una società con i tempi al femminile, Diogene Multimedia, 2020.

 

 

 

 

 

 

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