LIMITE [1]

12 Aprile 2021 Etica e tecnologia
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lìmite [dal lat. limes -mĭtis]. – Confine, linea terminale o divisoria frontiera, cortina (di ferro). Qualsiasi contrassegno che ha la funzione di determinare il confine di un terreno. In senso più astratto, confine ideale, livello massimo, al disopra o al disotto del quale si verifica normalmente un determinato fenomeno. Per analogia linea di demarcazione, di delimitazione, di separazione, spartiacque, margine, orlo, ciglio, fronte, estremità, sponda, riva, costa, barriera, sbarramento, blocco, recinzione, steccato, siepe, palizzata, muretto, perimetro, contorno, fossato, trincea, solco, . Può essere temporale, spaziale, quantitativo, qualitativo, iniziale, finale, inferiore e superiore, naturale, convenzionale, artificiale, assegnato, stabilito, prestabilito, geografico, politico, processuale, di sicurezza.

[lì·mi·te]

Esistono ancora dei limiti? 

Il limite, croce e delizia del genere umano, è al tempo stesso la dimensione sicura e protettiva entro cui rifugiarsi dalle intemperie dell’incomprensibile e un impedimento per la piena realizzazione delle potenzialità umane definite in un orizzonte di stringente finitudine. La storia del termine LIMITE può essere interpretata come un alternarsi di queste due concezioni e torna ad imporsi in maniera forte in epoca contemporanea. Proprio quando sembra possibile, attraverso la tecnica ed il progresso, superare qualsiasi barriera, il senso del limite torna a bussare alla nostra porta. 

La filosofia si è misurata fin dalle origini con questo concetto. Cercare di capire le differenti sfumature che ha assunto permette di inquadrarlo in una dimensione più estensiva.

Il corrispettivo greco del termine limite è pèras. Aristotele nella Metafisica afferma che la pèras è l’essenza di una cosa, nonché la forma di una grandezza che coincide con il suo punto di arrivo e con la fine. Ponendolo su di un piano ontologico, il pensatore stagirita rintraccia nel limite l’elemento che ci permette di definire le cose in base alla propria essenza, superando in questo modo le precedenti concezioni metafisiche e finalistiche che ricercavano nel caos indecifrabile ed inafferrabile il principio creatore e regolatore della realtà fenomenica. Si pensi al termine àpeiron (composto dall’alfa privativa à e dal suffisso pèirer-finito, limitato) introdotto dal presocratico Anassimandro per definire l’archetipo illimitato che ha dato origine all’universo mediante separazione. Lo stesso Platone, maestro di Aristotele, teorizzando una netta cesura metafisica tra il mondo ideale e la sua rappresentazione fenomenica, concepisce il limite come elemento di manchevolezza e di imperfezione insito nella natura umana e nel regno del tangibile. È grazie ad Aristotele, dunque, che il limite assume un significato positivo: esso è un elemento perimetrale e rassicurante in cui si realizza la conoscenza umana ed in cui trovano adeguato spazio i valori mondani.

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Tuttavia la brama di addentrarsi aldilà dei confini del noto ha reso l’uomo avverso alla propria finitudine. I limiti sono stati interpretati perlopiù come ostacoli per raggiungere una sapienza autentica. Si pensi ad esempio alle conclusioni cui giunge Hume indagando la natura delle facoltà umane. I limiti che rintraccia nella ragione lo conducono ad una visione scettica riguardo al sapere e alle conoscenze scientifiche. Eppure è in virtù di quegli stessi limiti che ci costruiamo un orizzonte di senso grazie al quale ci orientiamo nel mondo e diamo valore alle nostre esperienze. È merito del criticismo kantiano se il limite torna ad essere riqualificato come entità in grado di attribuire un significato al mondo circostante e delimitare, in senso positivo e dinamico, persino il campo di esistenza della religione. Da notare che Kant si affida al termine grenzen, scartando il corrispettivo schranken. Il primo termine presuppone uno spazio relazionale con ciò che sta al di fuori, oltre il confine, mentre il secondo è il corrispettivo del latino limes, e indica una stringente separazione tra ciò che sta dentro (l’Impero) e l’esterno (i popoli barbarici, l’altro, l’estraneo). 

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L’istinto prometeico insito nell’essere umano è esploso nell’epoca romantica per radicarsi in maniera definitiva nella contemporaneità. La tensione verso l’infinito coincide con lo spasmodico desiderio di varcare la soglia dello spazio e del tempo, della morte e del dolore per ricongiungersi con l’inintellegibile. Il limite pertanto si trasforma in disvalore, un’entità negativa che imprigiona l’uomo e perciò necessita di essere superato. 

L’era dell’antropocene e la rivoluzione digitale in cui oggi siamo immersi hanno reso l'idea che il mondo possa essere modellato e manipolato ad uso e consumo umano. Le consuete categorie di spazio e tempo sono state definitivamente superate dandoci l'illusione di vivere in una sorta di etere in cui esiste soltanto il tempo della presenza.  Tuttavia il riscaldamento globale, la recessione dei ghiacciai, le pandemie, le malattie ambientali, i disturbi neurocognitivi come la segregazione sociale, la depressione, i deficit di attenzione e l’ansia sono gli effetti del tentativo di spostare l’asticella sempre più avanti. Il XXI secolo sarà, a mio avviso, la resa dei conti con i nostri limiti. 

Le suddette premesse ci impongono di recuperare il significato di limite nella sua accezione eminentemente positiva. Non è possibile cestinare un elemento costitutivo della nostra essenza in virtù di un primordiale senso di inadeguatezza. Al contrario dobbiamo abbracciare il limite e stringergli la mano costruendo una relazione vantaggiosa con esso. Ma come possibile? 

In prima istanza è necessario comprendere che il limite è un orizzonte di senso che costruiamo noi, è qualcosa a cui tendiamo in virtù di un valore che gli attribuiamo. Il limite deve soggiacere ad un’etica del rispetto e della cura che sia capace di dirimere i conflitti e tutelare le relazioni tra gli uomini e con il proprio ambiente.  Il limite deve, in ultima istanza, dare un senso alle nostre vite individuali e collettive e al nostro essere nel mondo come identità portatrici di valori.

Autrice

Claudia Faita

Nata nel 1984, vive e lavora a Massa. Ha conseguito la laurea specialistica presso l’Università di Pisa con una tesi sperimentale sull’esperienza cognitiva dell’utilizzatore nei sistemi di Realtà Virtuale Immersiva. Da molti anni si occupa dello studio delle tecnologie emergenti ed ha conseguito un dottorato presso la Scuola Superiore Sant’Anna in Digital Emerging Tecnhologies. È autrice dell’e-book “La caverna platonica. Un viaggio dal topos mitico alla realtà virtuale” e autrice di numerose pubblicazioni scientifiche su tecnologie immersive e filosofia (https://sssup.academia.edu/ClaudiaFaita). Ha partecipato come relatrice ad importanti conferenze europee sulla realtà virtuale.

Da qualche anno è insegnante presso istituti di istruzione secondaria a Massa, la città in cui vive. È attivista presso associazione murAperte e e curatrice della rassegna FcomeScienza che si occupa di tematiche ambientali. Per associazione murAperte ha realizzato il progetto “Dalla Scuola al Territorio: stimolare la partecipazione su ambiente e salute a Massa” in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’Istituto di istruzione superiore Meucci di Massa dove attualmente insegna.

 

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