Parlando di Coronavirus e dei suoi effetti /

La pandemia ha portato a galla quanto, sotto la superficie, non andava.

La pandemia ha portato a galla quanto, sotto la superficie, non andava.

26 Maggio 2020 Interviste Coronavirus
Interviste  Coronavirus
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Stiamo attraversando un passaggio epocale, di quelli che restano e verranno raccontati dalla Storia, e resteranno ampie tracce anche nelle nostre storie personali. Da più di un secolo non era mai stata vissuta, almeno in Europa, una pandemia, e anche il secondo conflitto mondiale è ormai piuttosto lontano. E’ un evento quello del Covid-19 che segna una discontinuità nella nostra epoca fino all’altro ieri caratterizzata da certezze, benessere (magari un po’ “decadente” ma pur sempre benessere); ora le nostre certezze sono state scardinate, facendo toccare più da vicino il senso di precarietà e di fragilità che, di fatto, è proprio della condizione umana.

Si parla molto delle conseguenze della pandemia in termini di crisi economica e malessere materiale, non abbastanza degli effetti psichici da essa generati. Se ne parla poco perché si ha paura, si è impreparati a farlo, si attivano meccanismi di rimozione e si cerca di non avere paura di avere paura. Già prima della pandemia la nostra epoca tecnologica è stata raccontata come caratterizzata da passioni tristi (Spinoza, Miguel Benasayag), dalla difficoltà di vivere, da sofferenze esistenziali diventate psichiche e patologiche, da tanta solitudine generatrice di angosce e paranoie.

Tutto questo può oggi essere raccontato semplicemente dando visibilità agli innumerevoli eventi, fatti di cronaca, comportamenti e gesti che ben descrivono la realtà attuale. Fatti che trovano espressione in suicidi, gesti di insofferenza e ribellione, proteste (ambulanti, ristoratori, esercenti, eccc.), ricerca di capri espiatori, femminicidi (mai cessati) e violenze domestiche, abuso di alcool e droghe, ecc. SoloTablet.it ha deciso di raccontare tutto questo allestendo uno spazio dialogico e aperto nel quale mettere in relazione tra loro psicologi, psicanalisti, psichiatri, sociologi, filosofi e psicoterapeuti coinvolgendoli attraverso un’intervista.

In questa intervista Carlo Mazzucchelli, fondatore di SOLOTABLET.IT e autore di 20 libri pubblicati nella collana Technnovisions, ha intervistato VIVIANA VERZELETTI. Psicologa del lavoro e psicoterapeuta, si occupa di formazione, valutazione e sviluppo come consulente per diverse Aziende, con il network ReteAbaco di cui fa parte; collabora come psicoterapeuta con il Polo Milanese di Psicologia  e il Centro di Psicologia Clinica.


Buongiorno, per prima cosa direi di cominciare con un breve presentazione di cosa fa, degli ambiti nei quali è specializzato/a e nei quali opera professionalmente.

Mi sono specializzata come psicoterapeuta ad orientamento gestaltico ed esperienziale - terapia fenomenologico-esistenziale del “qui-ed-ora” molto centrata su aspetti emotivi e corporei, considerati importanti tanto quanto quelli cognitivi e comportamentali - che ho poi integrato con EMDR, uno specifico approccio per elaborazione di Traumi e di esperienze emotivamente stressanti.

Ho due “anime” professionali, una legata al mondo delle Aziende, l’altra dedicata alla Clinica. Sempre più queste due parti tendono ad avvicinarsi e ad integrarsi reciprocamente: i percorsi che seguo per le Aziende mettono la persona la centro (davvero), favorendone la consapevolezza, il contatto con le emozioni, il riconoscimento di risorse personali ed il loro sviluppo, e la ricerca di un personale equilibrio tra gli aspetti professionali e quelli personali e famigliari. Cose spesso non tanto distanti neanche dai percorsi di psicoterapia, dove naturalmente si incontrano situazioni di forte difficoltà e disagio, presenza di specifici “sintomi” o di meccanismi da scardinare per aiutare le persone ad evolvere.

Rispetto alla tecnologia, nel mio lavoro con le aziende era già in parte presente, come possibilità ulteriore per mantenere il coinvolgimento e l’apprendimento anche “a distanza” oltre al setting in aula; nella pratica clinica avevo sperimentato un utilizzo solo sporadico e molto limitato nel tempo, in particolare per persone che si trovavano “a distanza” per qualche particolare ragione, es. o periodi di lavoro all’estero.

In questa fase invece ho utilizzato in modo sistematico gli strumenti tecnologici, che a mio avviso ha aperto anche nuove modalità di stare in relazione, facendo emergere aspetti meno evidenti in presenza, superando alcuni confini e barriere. Ad esempio, il “vedersi” entrambi nelle proprie case, che stimola una maggiore “self-disclosure” anche del terapeuta, oppure il sentirsi per alcuni pazienti in qualche modo “protetti” dallo schermo e dalla distanza e riuscire a condividere alcuni fatti o aspetti di sé e della propria esperienza più difficili o imbarazzati da esternare “in presenza”.

 

Davanti alle edicole o ai pochi bar aperti il dialogo tra i pochi avventori verte sui tempi bui che la crisi economica e sociale precipiterà su tutti noi in autunno. Un segnale forte che racconta come numerose persone stiano vivendo la crisi della pandemia, i suoi effetti, le aspettative future, le sue costrizioni e perturbazioni. Il segnale è sintomatico di ciò che avviene dentro il chiuso di molte case, spesso limitate per spazio e vivibilità, in termini di angosce, ansie, incertezze, depressioni, insonnie, difficoltà sessuali, rabbia, fobie e preoccupazioni materiali per il futuro lavorativo, familiare e individuale. Lei cosa ne pensa? Crede anche lei che la crisi prioritaria da affrontare sia, già fin d’ora, quella psichica?

A livello economico molto si è detto, anche troppo e da non addetti se guardiamo le comunicazioni nei social, a livello psicologico ad oggi meno. Anche nell’ultimo Decreto, quali spazi sono stati dati a misure di intervento di tipo psicologico in logica di prevenzione e supporto alle svariate forme di sofferenza che ci sono e ci saranno? Di fatto assenti al momento, rimandati ad un prossimo futuro. E questo credo rispecchi quanto anche le persone stanno facendo: forse iniziano a pre-occuparsi di questa componente, ma non ancora ad occuparsene, assorbiti da temi pratici, di organizzazione del day-by-day e di soddisfazione dei bisogni di base e di sicurezza economica.

Un trauma collettivo c’è stato sicuramente - e ancora ne siamo dentro - e certamente affrontarlo ed elaborarlo può fare la differenza rispetto agli impatti che potranno esserci, a livello individuale, nonché sociale. Negare, procrastinare, e tutti i meccanismi di difesa che siamo tutti capaci di attivare, possono “contenere” in un primo momento di emergenza, ma poi è bene lascino spazio ad una più piena elaborazione dell’esperienza traumatica vissuta.

Incertezza e “convivenza”: due parole, in sintesi, che chiamano in causa capacità personali legate alla complessità, al saper stare in situazioni di ambivalenza, ed anche di ambiguità, di decidere come comportarsi pensando a sé ma anche e contemporaneamente all’altro, al sociale, agli obiettivi comuni, trovando alternative nuove, e forme di compromesso in logica “e…e”… capacità che non tutti sono abituati a coltivare dentro di sé.

 

Crede che la quarantena e l’isolamento siano serviti a fornire soluzioni positive a disagi psichici precedenti o li abbiano alimentati e peggiorati? Quali sono le malattie psichiche più preoccupanti, anche pensando al futuro?

Durante la quarantena ci si è gradualmente abituati alle restrizioni, alle regole imposte, e sono state trovate nuove abitudini per “stare dentro” casa, e “starci dentro” a livello psicologico. Chi non si è sentito troppo in apnea, ha sperimentato spesso anche un contatto più profondo con se stesso, facendo tesoro del “tempo ritrovato”, per sé. Altri invece si sono trovati, o si trovano tuttora, in affanno, nella gestione del lavoro a distanza , di figli o famigliari, con pochissimi spazi, paradossalmente, per stare in contatto con se stessi.

La pandemia ha probabilmente “aiutato” - seppur in forma temporanea - chi manifestava disturbi ossessivi/fobici già prima, di fatto ritrovandosi in un modo di essere-nel-mondo che gli apparteneva già. Ma quante persone invece rischiano di sviluppare questi aspetti fobici, con gli evitamenti conseguenti, con forme di ritiro sociale? Lo stiamo vedendo con la “fase 2”, la fatica per molti di riaprire verso l’esterno (seppur con le dovute precauzioni!), la cosiddetta “sindrome della capanna”, il non voler rischiare di perdere l’unico baluardo percepito come sicuro e certo - la propria casa - evitando ogni forma di “contaminazione”.

Vi sono poi tutti gli aspetti ansioso-depressivi, che possono aver caratterizzato tante persone già in fase 1, in particolare nella componente ansiosa, e che potrebbero acuirsi, data anche l’incertezza sui tempi di convivenza con il virus, l’incertezza sul fronte economico, le prospettive incerte sul fronte lavorativo.

 

Corpo e mente non sono entità separate ma coesistenti all’interno dello stesso organismo complesso che noi siamo. Il coronavirus colpisce il corpo ma con esso anche la psiche, quella individuale e quella collettiva.  La crisi della pandemia è emersa all’interno di una crisi più ampia e globale che ha determinato precarietà della vita e cronica precarietà del lavoro, insicurezza personale, disuguaglianze, crisi finanziarie, povertà e incertezza per il futuro. La frustrazione e il disagio psichico vengono da lontano, la crisi attuale potrebbe esserne il detonatore. Secondo lei cosa può derivare dal disagio crescente e dalla percezione di un passato perduto che non tornerà più? In che modo la pandemia sta determinando l’immaginario individuale e collettivo? Quanto inciderà sulla costruzione del Sé?

Corpo e mente sono assolutamente collegate, questo è un aspetto portante anche della psicologia della Gestalt (“noi siamo il nostro corpo, non abbiamo un corpo”).

Detto ciò, stiamo certamente attraversando un passaggio epocale, di quelli che restano e verranno raccontati dalla Storia, e resteranno ampie tracce anche nelle nostre storie personali. Da più di un secolo non era mai stata vissuta, almeno in Europa, una pandemia, e anche il secondo conflitto mondiale è ormai piuttosto lontano. E’ un evento quello del Covid-19 che segna una discontinuità nella nostra epoca fino all’altro ieri caratterizzata da certezze, benessere (magari un po’ “decadente” ma pur sempre benessere); ora le nostre certezze sono state scardinate, facendo toccare più da vicino il senso di precarietà e di fragilità che, di fatto, è proprio della condizione umana.

La pandemia ha portato a galla quanto, sotto la superficie, non andava. Dal fronte della politica, della Sanità, della Scuola, a quello delle dinamiche di coppie disfunzionali o di malessere psichico individuale. Quindi la metafora del detonatore mi pare calzante.

Se pensiamo alla percezione di un “passato perduto” mi vengono in mente due cose: una, sul piano emotivo, un senso di tristezza, che se cronicizzato e non elaborato potrebbe portare all’emersione, nel tempo, di diffusi aspetti depressivi; la seconda, sul piano sociale: la possibile idealizzazione del “passato”, e relative spinte “regressive” ad andare ancora più indietro, recuperando modalità tradizionali e conservative (mi riferisco ad esempio al tema del carico della gestione famigliare che rischia in questa fase di gravare maggiormente sulle donne, con quanto ne può conseguire con il loro rapporto con il lavoro e la loro piena realizzazione in tale ambito).

Sto pensando anche a quanto potrà incidere nella costruzione del Sè dei più piccoli, che hanno visto da un giorno all’altro trasformarsi in toto il loro mondo, la loro socialità, avendo meno strumenti per elaborare l’accaduto (sebbene grandissime capacità di adattamento!). O ancora penso agli adolescenti, che attraversano questa fase delicata di costruzione della propria identità in un contesto che rende più difficili il contatto, anche fisico, con i coetanei e lo stare in gruppo, così fondanti a questa età.

Uno degli effetti del disagio psichico crescente può essere l’emergere di passioni/sentimenti furiosi come cattiveria, rabbia e ira. Il disagio che cova potrebbe far crescere e dilatare la rabbia facendola esplodere improvvisamente nel momento in cui la crisi economica si acutizzerà. Nella storia la rabbia e l’ira (descritte da Remo Bodei) hanno sempre giocato un ruolo sociale e politico importante, spesso non sono controllabili e degenerano in cambiamenti indesiderabili. Si alimentano di vittimismo, rancore, odio, voglia di vendetta e ricerca di capri espiatori, e poco importa quanto essi siano reali o immaginari.  Tutto ciò si evidenzia oggi nella brutalità del linguaggio che caratterizza molti ambienti tecnologici digitali. La rabbia che emerge da questo linguaggio non è la rabbia civile che si esprime nella ricerca di maggiore giustizia e minori disuguaglianze. E’ una rabbia frutto della paura, pronta per essere usata dal primo politico, populista o manipolatore di turno. Secondo lei può la rabbia essere uno sbocco possibile della crisi pandemica in atto? Può considerarsi un effetto del disagio psichico, delle condizioni di vita materiale o di entrambe?

La rabbia, in sé, è un’emozione che, come tutte le nostre emozioni, presenta aspetti funzionali alla nostra sopravvivenza ed alla nostra espressione. Poi molto dipende dall’uso e dalla gestione che ne viene fatta, in chiave costruttiva/propositiva come motore di cambiamento, oppure in chiave distruttiva. Poter esprimere o verbalizzare la propria emozione - in contesti adeguati e protetti come il setting terapeutico - può costituire un buon modo per trovare un proprio equilibrio tra gli estremi della rabbia “esplosiva” e di quella “implosiva”, dove l’emozione non viene espressa ma trattenuta, e anche questo può avere conseguenze in termini di sofferenza psichica.

La rabbia può essere a volte anche un’emozione di “copertura”, che ne cela altre, anche più intime e profonde. La frustrazione può essere un sentimento non facile da riconoscere dentro di sé, da ricollegare alle proprie paure, al proprio senso di fallimento… e più facilmente può venire proiettata all’esterno, su capri espiatori. Se non elaborata, ma anzi fomentata da tanti scambi online, da svariati messaggi politici, la rabbia può certo tradursi in “agiti”, anche a livello sociale.

Alcune forme di rabbia - comprensibili e positive per come ad oggi espresse - appaiono quelle di categorie che si sentono “poco viste” dalle misure messe a punto, e le ritroviamo nelle manifestazioni organizzate, di protesta.

Penso, poi, anche ai casi in cui rabbia, dolore e frustrazione non trovano modi di canalizzarsi, e l’aggressività viene rivolta contro di sé, come ad esempio accade nei suicidi, che l’inasprirsi delle difficoltà sul piano economico potrà vedere incrementare, come già successo nelle precedenti crisi economiche.

Non credo comunque che sarà l’unica emozione ad accompagnare i prossimi mesi: a fronte delle manifestazioni di rabbia di alcuni, altri possono manifestare prevalentemente reazioni, come abbiamo detto, di paura e ansia, anche verso gli atteggiamenti di rabbia “fuori controllo” - reali o temuti. Anche alcune forme di ritiro in casa potrebbero in parte essere collegate a questo tipo di timore: il trovare, fuori, persone arrabbiate, incattivite. 

In ogni caso, parafrasando  il filosofo esistenzialista Sartre, è utile ricordare che “non importa quello che ti accade, ma quello che ne fai di ciò che ti accade”: non posso “controllare” quello che accade all’esterno, né le emozioni che sento dentro di me, ma posso gestire e orientare le mie reazioni e i miei comportamenti, riadattandoli di volta in volta con flessibilità a seconda delle situazioni.

 

Da questa crisi si può uscire bene ma, come ha scritto Houllebecq, anche senza alcun cambiamento. Il dopo pandemia rischia cioè di essere tutto come prima, anzi peggio. Una situazione che a sua volta potrebbe alimentare la rabbia e l’ira appena menzionati. Come ogni crisi anche la pandemia del coronavirus può essere un’opportunità. In ogni caso inciderà in profondità su quello che siamo e per anni su quello che saremo. In termini personali, culturali, psichici, economici e politici. Il mondo che ne uscirà potrà essere peggiore ma anche migliore: autoritario o più democratico, egoista o più solidale, autarchico o aperto, isolazionista o comunitario. Lo scenario che prevarrà dipenderà da: diagnosi e scelte che faremo, strade che percorreremo, impegno che metteremo. In lentezza, con prudenza, con determinatezza. Uno sbocco possibile prevede una maggiore solidarietà, locale e globale, tra persone vicine e lontane, tra popoli, tra stati, con l’obiettivo di scambiare informazioni e conoscenze e cooperare. Lei cosa ne pensa? Possono solidarietà, collaborazione e maggiore umanità essere gli sbocchi possibili della crisi in atto? Cosa succederebbe se non lo fossero?

Già. Esiste - insieme al disturbo post-traumatico da stress - anche la “crescita post traumatica da stress”, ma non credo negli automatismi. Ossia, pur essendo vero che abbiamo avuto modo di sviluppare nuove capacità, scoprire nuovi aspetti di noi stessi, riuscire a farne tesoro davvero non è, a mio avviso, automatico. Un lavoro di elaborazione e di riconoscimento interno di quanto in noi è cambiato, di quanto abbiamo sperimentato e appreso, anche di positivo, è un aspetto importante per non banalizzare quanto accaduto e sta accadendo, e trarre davvero valore - e crescita personale - da un’esperienza come questa.

Solidarietà e cooperazione possono essere degli sbocchi… e certamente sono gli sbocchi che mi auspico! Capire che siamo tutti collegati, che il mondo non gira tutto intorno a se stessi e ai propri bisogni, ma che esistono tante esigenze di cui tener conto e non è possibile “soddisfarle sempre tutte”. E che occorre tollerare margini di frustrazione.

Torna il tema della “convivenza”, con il virus, ed anche con gli altri, con la Comunità, prendendosi delle responsabilità verso questa, e non solo esigendone qualcosa, in posizione perennemente richiedente. Passare un po’ dalla logica del cosa posso chiedere e ottenere, a che parte posso fare io, con senso di responsabilità, cosa posso dare e restituire potrebbe essere un cambio di paradigma importante.

In questi tempi appare più che mai evidente come per proteggere (leggi: avere cura di) me stesso, devo anche proteggere gli altri da me stesso. In qualche modo “io sono l’altro”. Allenarsi quindi a mettersi nei panni altrui, a valorizzare le reciproche differenze, sospendendo il giudizio, lasciando spazio ad uno sguardo maggiormente compassionevole verso gli altri è un atteggiamento - non intuitivo o facile- ma che credo abbia molto senso coltivare e mettere in campo.

Infine, per completare l’intervista, le chiedo di raccontare qualcosa delle sue attività lavorative/professionali e quanto esse siano cambiate come effetto della pandemia.

Nel lavoro con le aziende, per quanto riguarda l’attività di formazione e sviluppo, ho riscontrato un buon fermento creativo, per immaginare scenari nuovi, progettare diversamente le attività e gli interventi necessari. La velocità è stato un altro fattore importante: si è viaggiato a ritmi sostenuti, con cambi di priorità, revisioni e aggiustamenti molto repentini, per cui il pensare ed il fare rapidamente è stato molto stressato e stimolato al contempo. Penso che alcune sperimentazioni rivelatesi di successo integreranno, pur senza sostituirsi, il modo di occuparsi dello sviluppo delle persone anche quando si potrà tornare ad operare maggiormente “in presenza”.

In ambito clinico ho sperimentato in modo più “strutturale” le modalità a distanza in tutte quelle situazioni che lo rendevano possibile (garanzia di privacy per i pazienti, in primis). Questa nuova possibilità ha offerto in molti casi - come già accennavo - l’apertura e condivisione di aspetti diversi, nella relazione terapeutica. Ad esempio, il contatto è spesso più orizzontale, si è “entrati nella casa” dell’altro date le restrizioni dei mesi scorsi. Tutto materiale ed “esperienza” utile da elaborare e riprendere insieme, integrandolo con gli incontri di persona.

 

Vuole aggiungere qualcos’altro? Ci sono tematiche non toccate nell’intervista che secondo lei andavano approfondite?

Abbiamo già condiviso tante riflessioni. Ma se provo a concentrarmi su ciò che rischia di scivolare troppo sullo sfondo, la mia attenzione si rivolge in particolare ai bambini e agli adolescenti, di cui poco si parla (e sopratutto poco si fa) per gestire - anche per loro - le conseguenze della situazione che stiamo vivendo, tra chi minimizza la portata, e chi la ingigantisce offuscando anche le capacità di trovare modi, o ipotizzare alternative.

E poco presente sento anche il tema del carico di (surplus) di lavoro - nel conciliare quello professionale e quello famigliare e domestico - che rischia di ricadere in percentuali molto più alte sulle donne, che rischiano di perdere gli equilibri faticosamente guadagnati negli ultimi anni.

 

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