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La filosofia deve assumersi la responsabilità di far riflettere sulla tecnologia

La filosofia deve assumersi la responsabilità di far riflettere sulla tecnologia

07 Luglio 2021 Tecnologia e religione
Tecnologia e religione
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In un tempo come il nostro, infatti, diventa a mio avviso sempre più urgente un avvicinamento delle “masse” alle modalità di approccio filosofico al “reale”, incoraggiandone in tal senso una più profonda e compiuta interpretazione. In altre parole, il valore critico positivo della filosofia dovrebbe contagiare anche le persone che non sono filosofe di professione, ma che, come ogni essere umano, sono filosofe per natura.


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Da più di un secolo la filosofia pone al centro della propria analisi la tecnologia: ne ha studiato le espressioni, gli effetti, gli aspetti morali, economici, psicologici, ma non ne ha tuttavia individuato la più intima identità. La tecnologia, per la filosofia, è rimasta un enorme punto interrogativo al centro della storia, che copre con la sua ombra tutto il reale, ma che non intende rivelare la sua essenza. Fino a qui ci ha condotto il vento filosofico. Da qui sono sopraggiunte le “folate” teologiche." Andrea Vaccaro

Sei filosofo, sociologo, piscologo, teologo,  studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini, elettori e credenti. Sulla velocità di fuga e sulla volontà di potenza della tecnologia, sulla sua forza e continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. L'approccio è coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione. Dopo aver rivolto l'interesse verso la cultura d'ispirazione laica, vogliamo allargare il dibattito, sempre con le stesse modalità, anche alla parte d'ispirazione cattolica.

Intervista condotta da Carlo Mazzucchelli con Gianmaria Aletti  Scrittore, autore di testi, ricerca in ambito filosofico, networker.



[1] Buongiorno. Può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Buongiorno a lei e grazie per il suo invito a confrontarci su temi così stringenti per l’era contemporanea.

Mi chiamo Gianmaria Aletti, sono uno storico della filosofia e del pensiero religioso, e mi occupo in particolare di metafisica e ontologia, con uno sguardo privilegiato alla contemporaneità. In tale direzione ho studiato e approfondito il pensiero di Emil Cioran e, grazie al mio maestro di pensiero, il professor Leonardo Messinese, mi sono avvicinato negli ultimi anni al sistema filosofico di Emanuele Severino e del suo maestro, Gustavo Bontadini.

Sono autore di testi che spaziano dalla filosofia alla narrativa, passando per la musica, e fra poco uscirà una mia monografia su Emil Cioran che sarà edita da Aracne. Inoltre a dicembre 2020, sulla rivista di filosofia Dialeghestai diretta dal professor E. Baccarini (Università di Roma Tor Vergata · Dipartimento di Studi letterari, Filosofici e di storia dell’arte), è uscito un mio articolo dal titolo: “Il problema del nulla nel pensiero di Emil Cioran” per la cui pubblicazione e per i preziosi consigli in merito, ringrazio il professor Giovanni Salmeri.

Ritengo che la filosofia, da un punto di vista epistemologico, abbia il dovere di assumersi la responsabilità di comprendere all’interno del proprio orizzonte speculativo la riflessione concernente le nuove tecnologie e i problemi etico-sociali suscitati dall’era della tecno-scienza, in cui noi tutti abitiamo. Credo sia fondamentale, per chi fa del pensiero sistematico un’attività quotidiana, comprendere a fondo la rivoluzione copernicana in atto, per essere in grado di illuminare le problematiche cruciali del nostro tempo. 

[2] Secondo il filosofo pop del momento, SlavojŽižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi, dei teologi e degli scienziati ma anche delle singole persone?            

L’era tecnologica che abitiamo credo innanzitutto sia un’era di crisi. “Crisi”primariamente nel senso più elevato e arcaico del termine, ovvero un momento storico in cui “distinguere” (dal verbo greco κρίνω, che significa appunto “distinguere”, “giudicare”) diventa indispensabile per riorientarsi nel “sistema mondo”. Se infatti non riusciamo a distinguere, ancor prima di interpretarli, i vari fenomeni che si presentano e che ricadono sotto il nome di “tecnologia”, o di “era tecnologica”, rischiamo di confondere un quadro che appare di per se stesso già parecchio confuso e forviante.

Prima di tutto, ritengo sia necessario mettere a fuoco una questione centrale: la distinzione tra apparato tecnologico, inteso come l’insieme degli strumenti tecnico/tecnologici di cui è in grado di disporre oggi l’uomo, e le molteplici modalità di impiego, da parte dell’uomo medesimo, di tali strumenti dell’apparato.

Un’altra fondamentale riflessione preliminare concerne invece la definizione stessa di “era tecnologica”: prima infatti di demonizzare o esaltare il processo copernicano in atto di rivoluzione del “sistema mondo” – e della sua conseguente trasformazione – da parte di tutto ciò che ricade sotto il nome di “apparato tecnologico”, sarebbe opportuno comprendere quali siano gli elementi in gioco e i relativi dati che emergono, acquisendo un particolare rilievo, nello scenario contemporaneo. Non potendomi soffermare in questa sede su tali osservazioni di carattere metodologico, epistemologico e preliminare (osservazioni quindi per loro natura eminentemente filosofiche), salterò direttamente alle conclusioni, assumendomi consapevolmente il rischio di fraintendimenti e incomprensioni.

Ritengo che uno degli elementi cruciali di questo nostro tempo consista nel carattere onnipervasivo dell’elemento tecnologico (basti pensare alla diffusione e alle modalità di impiego dei telefoni cellulari). Tale onnipervasività, se da un lato è un elemento “naturale” del processo evolutivo in atto, dall’altro apre scenari che sempre più spesso vanno a ridelineare i confini stessi di ciò che siamo abituati ad intendere come “natura umana”.

In altri termini la tecnologia, non potendo più essere intesa come sovrastruttura che si “aggiunge” estrinsecamente alla prassi, all’agire dell’uomo, ma dovendo necessariamente essere intesa ormai come il “suolo”, o meglio, il “sottosuolo”, in cui quell’agire si radica, porta con sé delle problematiche inaudite (letteralmente: “di cui mai si è sentito parlare prima”) sulle quali diventa indispensabile riflettere.

In tale contesto, ritengo sia centrale la riflessione concernente il concetto di “volontà di potenza”, in quanto è solo illuminando il terreno nichilistico, in cui le radici dell’apparato tecnologico si radicano, che è possibile comprendere il reale valore di quella onnipervasività sopracitata. In realtà non è infatti la tecnologia in quanto tale a rappresentare il sottosuolo del nostro agire, bensì la visione nichilistica che la sostanzia e che ne nutre le radici.

La tecnologia è ciò che permette all’uomo il maggior “dominio” possibile sulle cose; ma è la consapevolezza circa la possibilità stessa di tale “dominio” – potenzialmente assoluto – su ciò che è, sull’esistente, ad animare l’apparato della tecnoscienza: in altri termini, è la compiutezza della visione nichilistica (e dunque l’anima filosofica), a cui la nostra era è giunta, che sostanzia e alimenta il monumentale edificio della tecnologia eretto dall’uomo contemporaneo come strumento ultimo di dominio sulla realtà. In estrema sintesi, la volontà di potenza, che è uno dei nodi cruciali della visione nichilistica contemporanea, trova nell’apparato tecnologico la sua più compiuta realizzazione pratica.

La riflessione critica sul dato che appare è da sempre prerogativa del pensiero filosofico e credo che scandagliare il fondamento in cui si radica l’agire odierno, e le dinamiche ontologico-esistenziali ad esso inevitabilmente correlate, sia compito dei filosofi. Ma non solo di questi ultimi. In un tempo come il nostro, infatti, diventa a mio avviso sempre più urgente un avvicinamento delle “masse” alle modalità di approccio filosofico al “reale”, incoraggiandone in tal senso una più profonda e compiuta interpretazione. In altre parole, il valore critico positivo della filosofia dovrebbe contagiare anche le persone che non sono filosofe di professione, ma che, come ogni essere umano, sono filosofe per natura. 

[3] Viviamo immersi in un processo evolutivo che ha assimilato la tecnologia e ne subisce la volontà di potenza e la velocità di fuga. La tecnologia è diventata parte integrante e necessaria della vita di tutti i giorni. Non ne possiamo fare a meno anche se scarsa è forse la consapevolezza sugli strumenti usati e sui loro effetti. La tecnologia non è neutrale ma neppure cattiva. Molto dipende dall'uso consapevole e critico che ne viene fatto per conoscere se stessi e soddisfare i propri bisogni. La tecnologia non deve essere demonizzata ma neppure trasformata in una nuova religione. Ma questo è quanto sembra stia accadendo, evidenziando una nuova fuga dalla realtà e verso l'irrazionalità. Lei cosa ne pensa?

La velocità è l’elemento essenziale della trasformazione tecnologica in atto.

L’uomo contemporaneo, che sembra dominato dalla propria sete di dominio sul tempo e sullo spazio, grazie alla tecnologia è ormai in grado di abbattere le distanze e di accorciare i tempi di reazione fino ad azzerarli (si pensi ad esempio alla ormai quasi immediatezza dei mezzi di comunicazione), andando sempre più in direzione di un concetto che, fino alla metà del secolo scorso, era da considerarsi “magico”: la simultaneità.

Abbandonata ormai la concezione dell’universo newtoniana, in virtù delle sensazionali scoperte della fisica dei primi del Novecento, oggi viviamo per così dire le “conseguenze” di una nuova impostazione concettuale filosofico-scientifica di fondo che domina la totalità dell’orizzonte esperienziale.

La capacità di modellare lo spazio-tempo è una prerogativa essenziale di tale impostazione, e la velocità con cui avviene questo “modellamento” è forse l’elemento più evidente, sconcertante  e problematico di questa nuova impostazione. In altri termini, l’assuefazione che produce la rapidità di impiego del mezzo tecnologico, se da un lato per così dire “facilita” alcuni aspetti del vivere quotidiano, per altro verso favorisce un appiattimento omologante e via via una progressiva eliminazione di ciò che richiede tempo per essere svolto, o anche solo compreso. In tale direzione, è facile cogliere il rischio di una fuga dalla realtà, in quanto l’orizzonte tecnologico mira in effetti a una reduplicazione del reale – si pensi alla realtà virtuale, o ai social – che spesso riesce ad affascinare ed avere tanta più presa sugli individui, quanto minore è il tempo necessario per “entrare in relazione” con essi. 

[4] Secondo molti la pervasività degli strumenti tecnologici e il tempo crescente ad essi dedicato sta mettendo in crisi la pratica religiosa così come la spiritualità. La tecnologia sembra fare miracoli come quelli raccontati nei Vangeli (guarisce storpi, ciechi, mani paralizzate...) e di realizzare l'epoca messianica di felicità e benessere. La tecnologia è vista come un Sacramento, uno strumento che Dio offre all'uomo ma al contempo è anche un progresso totalmente umano (Techgnosis e New Age).  Se grazie alla tecnologia si possono realizzare le stesse opere divine perché continuare a credere? 

Non credo che grazie alla tecnologia si possano realizzare le stesse opere divine, perché non credo nemmeno che grazie alla tecnologia si possa realizzare ciò che è propriamente umano.

Pensiamo all’arte, ad esempio. È vero che la tecnologia ha trasformato l’orizzonte artistico, ma è altrettanto vero che nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’esperienza coscienziale ed esistenziale che è alla base di ogni slancio artistico o creativo. Lo stesso vale per il pensiero filosofico, scientifico e religioso, naturalmente.

La tecnologia rimane un mezzo umano e, per quanto potente, non può dare nessuna risposta circa quelle domande di senso che da sempre abitano il cuore dell’uomo e che lo spingono a brancolare per le vie della natura e del pensiero. 

 

[5] Nell'evoluzione attuale gli esseri umani sembrano delegare alla tecnologia porzioni importanti delle loro vite o usarla come efficace farmaco antidepressivo. Alla ricerca di benessere, felicità e potere, gli umani sembrano impegnati in un continuo cambiamento che potrebbe determinare la sparizione della loro caratteristica umana. Grazie ai nostri dispositivi tecnologici ci sentiamo tutti un po' superuomini ma la percezione che la tecnologia stia prendendo il sopravvento genera ansia, panico e infelicità. Forse per questo si preferisce vivere nel presente continuo rinunciando a sondare il futuro.  Lei cosa ne pensa? la tecnologia sta cambiano il concetto di "legge di natura"? Siamo davanti ad un "reincanto tecnologico" come pensava il filosofo Michel Maffesoli?

L’ansia, a mio avviso, deriva dalla consapevolezza di aver creato uno strumento di dominio così potente che, in definitiva, tende a dominarci (anche semplicemente dandoci l’impressione o l’illusione di farlo).

Il furore quasi mistico-estatico con cui vengono sempre più spesso accompagnate le quotidiane conquiste tecnologiche è infatti direttamente proporzionale all’angoscia – in larga parte inconscia – generata dal processo stesso, inesauribile, di conquista.

La sete di dominio dell’uomo, che nella scoperta diventa felicità estatica, si tramuta quasi subito in angoscia, quando l’uomo comprende che questa sua stessa sete non potrà mai essere appagata se non da un orizzonte di dominio sempre maggiore. Forse è questo il motivo principale per il quale ci si ancora al presente e si è miopi anche nei confronti del più immediato futuro: per restare nell’illusione della felicità e fuggire così la realtà – oserei dire salvifica – dell’angoscia.

[6] La tecnologia è diventata la nuova religione del XXI secolo e i Signori del Silicio (Google, Facebook, Amazon, Microsoft e Apple) ne sono i suoi profeti. Lo sostiene anche NoahHarari autore di Homo Deus quando scrive che "la tecnologia definisce lo scopo e i limiti delle nostre visioni religiose, come un cameriere stabilisce le opzioni di scelta dei nostri appetiti". Le nuove tecnologie stanno uccidendo i vecchi Dei facendone nascere di nuovi. Le religioni storiche, dal cristianesimo all'induismo, per anni hanno fornito risposte a domande importanti per l'essere umano. Oggi hanno difficoltà a rispondere alle numerose domande che la tecnologia pone: intelligenza artificiale e lavoro, politica e crescenti disuguaglianze, biotecnologie, ricerca dell'immortalità, ecc. La religione ha esaurito le proprie risposte o ha ancora un'antropologia per l'uomo tecnologico, disincantato e più istruito rispetto al passato? 

Credo che la tecnologia, così come ogni altro strumento umano, per quanto apparentemente potente - fosse anche il più potente in assoluto - non intacchi di una virgola la sostanzialità dell’essere umano. Diciamo che la tecnologia è solo un sipario che copre meglio di qualunque altro il proscenio, ma che certo non ha alcun reale potere sul dramma che vi si svolge sopra.

La tecnologia, così come ogni altro fenomeno estrinseco all’interiorità, può illudere circa il proprio potere sulla realtà “materiale” – potere che può apparire talmente sconfinato da risultare virtualmente “assoluto” –, ma non può nulla su ciò che abita l’uomo nel profondo e che naturalmente lo orienta alla ricerca della verità. In questa direzione, ribalterei l’asserzione posta nella domanda: credo che sia la tecnologia ad annaspare circa le risposte ultime da dare all’uomo, non le religioni storiche.

Anzi ritengo che il problema sia proprio nel modo in cui viene sempre più spesso presentato nel dibattito contemporaneo il problema stesso: viene dato per scontato che le religioni storiche non diano risposte esaustive circa le domande ultime e che “l’uomo tecnologico”, più furbo e più scaltro di quello del passato, non possa accontentarsi di esse e abbia bisogno di risposte più “serie” in linea con la “serietà” dei propri mezzi attuali.

Credo che sia vero l’opposto: l’uomo contemporaneo è angosciato perché domanda risposte a un orizzonte che semplicemente non può darne, perché, per quanto potente, rimane e rimarrà sempre un orizzonte immanente, e dunque legato a tutte le logiche sottese al concetto stesso di immanenza. Il problema non sono le religioni storiche (o meglio non è questo il problema delle religioni storiche); il problema è accantonare quelle domande che le religioni storiche invece affrontavano apertamente, oppure rivolgerle a un interlocutore per natura muto, come l’apparato tecnologico. 

[7] Se la tecnologia promette di realizzare il regno di Dio sulla Terra e sembra trovare ogni giorno nuovi proseliti e fedeli, significa che si stanno realizzando le promesse del Regno di Dio sulla Terra? Al contrario, se la tecnologia fosse un dono prometeico? Qual è il rapporto fra tecnologia e provvidenza? 

Rifacendomi alla risposta precedente, anche guardando in prospettiva la tecnologia, per quanti proseliti e fedeli potrà annoverare fra le sue schiere, sarà sempre confinata all’ “al di qua” dell’immanenza e non avrà mai, in quanto strumento umano, la capacità di trascendersi e di trascendere l’uomo. In tale direzione, credo che la tecnologia e il regno di Dio si trovino su piani assolutamente differenti.

Il discorso sulla provvidenza invece dischiude un orizzonte diverso. Tutto ciò che diventa strumento di salvezza per l’uomo ha un valore provvidenziale e, nella misura in cui la tecnologia concorre al raggiungimento di tale scopo trascendente, merita di essere inserita in un discorso che riguarda la provvidenza nella sua più ampia accezione. 

 

[8] Grazie alla tecnologia gli esseri umani vedono la loro vita terrena facilitata, esentata dalle fatiche, semplificata, automatizzata, velocizzata, liberata ma anche potenziata (salute, economia, relazioni, ecc.). Una vita terrena percepita più felice sembra però allontanare dall'intimità e dalla profondità religiosa e spirituale, portando a privilegiare la superficialità e l'esteriorità. In che modo la tecnologia e/o una interazione diversa con essa potrebbero facilitare una vita più intima, più profonda, più spirituale e religiosa?  Può la tecnologia essere veicolo di nuove forme di fede e strumento di spiritualità per trascendere l'esistente e prepararsi mondo che verrà? 

Una diversa interazione con i dispositivi tecnologici farebbe certamente assumere connotati diversi alla vita dell’uomo contemporaneo.

Prima di tutto, credo che per giungere a una vita più intima, più profonda, più spirituale e religiosa, sia necessario riappropriarsi del tempo necessario affinché certe esperienze possano manifestarsi nella loro pienezza. In questa direzione, ritengo che non si tratti tanto di trattare diversamente i dispositivi tecnologici, ma di essere in grado nei momenti opportuni proprio di rinunciare al loro utilizzo.

Per quanto riguarda invece il concetto della tecnologia come veicolo di nuove forme di fede e spiritualità, non credo che essa, vista la sua natura di “strumento”, possa aprire a un orizzonte trascendente ulteriore rispetto a quello comunemente inteso dalla tradizione. Credo che possa mascherarlo, camuffarlo e connotarlo diversamente, questo sì. Ma la sua natura le impedisce di diventare essa stessa portatrice di un “messaggio nuovo”.  

[9] Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale? 

Mi trova assolutamente d’accordo.

La tecnologia non è più neutrale e, aggiungerei, in realtà non lo è mai stata. Credo solo che in passato, agli albori della nostra era, si faticava di più a intravedere le conseguenze a cui il macro-processo di sviluppo tecnoscientifico avrebbe portato, e quindi ad interpretarne il reale valore (si era forse più presi dall’entusiasmo del progresso).

È chiaro che la tecnologia, che in ultima analisi niente può sull’aspetto propriamente filosofico-esistenziale-spirituale della vita (no nel senso che non influisca – sarebbe folle affermare questo –, ma nel senso che in definitiva non muta gli elementi di fondo dell’esperienza esistenziale umana, ma al massimo ne ritratteggia i confini – morte, dolore, senso, coscienza, arbitrio, fede, amore sono solo alcuni degli elementi esemplari inalienabili dell’esperienza umana), agisce sensibilmente su tutto ciò che riguarda il sociale e, di conseguenza, si riflette sull’esistenziale-spirituale-filosofico. Cerco di chiarire: il punto nodale è che la tecnologia è ormai strumento della globalizzazione commerciale, che vorrebbe “appiattire” il contenuto emergente di ogni cultura particolare, in virtù di una “non-cultura” generale omologante ove solo un elemento permane immutato: il rapporto venditore-consumatore.

È chiaro che, su questa linea, tutto ciò che la tecnologia incontra sul proprio cammino come ostacolo a questo processo (uno fra tutti: il senso critico) viene inevitabilmente per così dire “fagocitato” da essa. Ed è così che mutano i concetti e le categorie con cui interpretare il “sistema mondo”. Anche se in realtà si tratta di una mistificazione – di cui tutti siamo al contempo vittime e complici – in virtù della quale si vorrebbe che le cose stessero in un modo, il modo dell’appiattimento appunto (e in parte questa operazione riesce se ci arrestiamo al suo lato più superficiale), anche se in verità stanno in un altro; tale mistificazione infatti non riesce certo ad eliminare tutta la profondità del reale che palpita incessantemente (e non potrebbe essere altrimenti) appena sotto la superficie dell’acqua – ed è pronta ad affiorare qui e lì non appena ne abbia occasione. 

[10] Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei quali indicazioni e quale riflessioni dovrebbe fare la Chiesa per sviluppare un Magistero capace di dare risposte di senso anche per il futuro? 

Il paradosso credo consista in questo: più si vuole guardare avanti e più è necessario tornare indietro, alle origini. Più si vuole conquistare il cielo e più diventa necessario far leva sulla profondità delle proprie radici.

Non credo che la Chiesa  (né la filosofia) debba snaturarsi per cercare termini di compromesso con il tempo che abitiamo; quanto piuttosto ritengo indispensabile che si ritorni seriamente a meditare sulla profondità del messaggio cristiano (anche nei suoi termini più filosofici), in cui già sono contenute (così come nella sapere filosofico antico) tutte le risposte per affrontare il futuro. 

 

[11] Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia? 

Innanzitutto parto dalla constatazione che entrambe le visioni hanno dalla loro validi elementi da cui partire per affermare quanto affermano; pertanto ritengo che possano essere argomentate in modo efficace entrambe le tesi, senza rischiare di apparire ridicoli. Nonostante ciò, e nonostante la mia impostazione filosofica mi porti a propendere più per il versante pessimistico, ritengo tuttavia che “schierarsi” in modo perentorio da una parte o dall’altra della barricata non favorisca un sano dibattito critico in merito alle questioni più stringenti, e rischi di far scadere il confronto in bagarre tra tifoserie avversarie.

Se però mi sforzo di guardare al futuro, non vedo né facili soluzioni all’orizzonte, né allettanti utopie da abbracciare; bensì, come lei suggerisce, un auspicio di una rinnovata consapevolezza e di un ritrovato acume critico. 

[12] Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali, il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Se la fede è principalmente la relazione con una persona (Dio), come cambia nell'interazione con Dio e con gli uomini in questa realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici? 

I social network rappresentano l’emblema della trasformazione in atto e la Turkle ne individua con nitore i maggiori punti nevralgici. Il nodo cruciale, per quanto riguarda il fenomeno dei social, ritengo consista (come un po’ tutto lo scenario in cui ci muoviamo) nel ribaltamento tra mezzi e fini.

Il social dovrebbe essere sempre lo strumento, in questo caso informativo/comunicativo, che conduce al fine, nel caso specifico relazionale/empatico.Il problema è che l’utilizzo indiscriminato dei social aumenta la capacità informativa dell’essere umano, ma non necessariamente quella comunicativa e relazionale, con il risultato che sempre più spesso la prima soppianti la seconda, e che pertanto si arrivi a confondere lo scambio di informazioni o contenuti con una relazione comunicativa efficace, che invece è sempre una tridimensionalità complessa e non riducibile alla bidimensionalità di uno schermo. In seno a questa confusione, si apre il baratro ben tratteggiato dalla studiosa statunitense.

Per quanto riguarda la fede, è chiaro che i social e la tecnologia, alterando il concetto di relazione, riescano in qualche modo ad alterare anche l’aspetto per così dire esteriore della fede, ovvero ciò che pertiene alla manifestazione della fede; ma non credo che riescano (come detto anche in precedenza) a intaccare il nucleo del discorso di fede, che nella sua sostanza resta immutato nonostante i tempi che viviamo (anche se è chiaro che, come tante altre “profondità” a cui si accennava in precedenza, venga spesso relegato sotto la superficie dell’acqua). 

 

[13] Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Ammetto che, per quanto riguarda i saggi sulle problematiche contemporanee legate allo sviluppo tecnologico, non mi sento in grado di dare consigli rilevanti, e rischierei di risultare banale. Tuttavia, credo che sia quantomeno interessante approfondire tutto un filone cinematografico e letterario, in un certo qual senso rivelatorio in fatto di acume speculativo riguardante il fenomeno “tecnologico”. Il filone a cui mi riferisco va da BladeRunner a Matrix, da 2001: Odissea nello Spazio a Interstellar, passando per titoli come Ex-Machina, Il Mondo di Jonas, Ghost in the shell ed Her, e anche per le visionarie opere letterarie di Philip Dick, oppure per quelle cyberpunk di William Gibson.

Per quanto riguarda le attività future, un tema interessante credo potrebbe essere quello del fenomeno “mistico” nell’orizzonte contemporaneo: sarebbe stimolante vedere come le varie scuole mistiche, occidentali e orientali, si rapportano con i significativi cambiamenti che attraversano e contraddistinguono il nostro tempo.

Ritengo che il miglior modo per far conoscere l’iniziativa sia quello di parlarne il più possibile, sia attraverso i social, sia magari attraverso incontri dal vivo in cui si potrebbero dibattere gli stessi temi in un confronto proficuo.  

 

[14] Cosa pensa delprogetto SoloTablet e delle sue iniziative finalizzate  una riflessione condivisa sulla Tecnologia? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo e arricchirlo con nuove iniziative! 

Penso che il progetto SoloTablet sia una di quelle boccate di ossigeno in un mondo che sempre più annaspa sotto al pelo dell’acqua alla ricerca di un po’ d’aria.

Promuovere lo sviluppo del senso critico, in un’era in cui la globalizzazione implementata dall’apparato tecnologico rema nella direzione opposta, verso un pericolosissimo conformismo di pensiero, credo sia un segnale profondamente coraggioso e senza dubbio incoraggiante. L’unico suggerimento è quello dato nella risposta precedente: sarebbe bello incontrarsi dal vivo per condividere la bellezza di un colloquio proficuo tra diversi mondi e opinioni.

 

* Le immagini sono scatti forografici di Carlo Mazzucchelli (Trekking in Buthan 2011) 

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