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Libertà e prigionia da coronavirus

Libertà e prigionia da coronavirus

20 Aprile 2020 Redazione SoloTablet
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Senza rendercene conto, per costrizione ma anche con la nostra complicità e collaborazione, ci siamo trovati prigionieri, privati di alcune delle nostre libertà. Una scelta obbligatoria per salvarsi dal contagio ma che sta diventando fastidiosa per la mancanza di certezze e per il modo con cui si è trattati. Da cittadini chiamati a obbedire, destinatari quotidiani di inviti allo stare in casa e a rimbrotti paternalistici perchè non ci si sta. Ma soprattutto tenuti prevalentemente disinformati, anche grazie alla nostra misinformazione, alla quale ci eravamo da tempo assuefatti.

Segnaliamo sul tema una intervista alla filosofa Roberta De Monticelli pubblicata su HuffPost.

Il primo pensiero è quello della pelle: “Mi ha infastidito il tono paternalistico della voce pubblica italiana. Ha trattato le persone come un popolo di bambini viziati e anomici, vittime di pulsioni infantili, incapaci di comprendere la gravità della situazione e di agire di conseguenza. Il messaggio che sentiamo ripetere insistentemente è: ‘State a tutti casa’. Nessuno lo accompagna, però, con una dose di informazioni adeguata, né con un quadro chiaro della situazione. Qualcosa che spieghi alle persone perché devono fare quello che gli si ordina. Ognuno dice la sua. I comitati di esperti, i capi dei partiti, i vertici delle istituzioni, sia nazionali, sia locali. Il risultato è una babele di messaggi che costringe a obbedire alla cieca. Senza avere una limpida e reale conoscenza di ciò che sta succedendo”. 

La filosofa Roberta De Monticelli vive a Parigi – “in una casa che si affaccia sui giardini della Cité Universitaire”–  e paragona immediatamente la situazione italiana a quella francese: “Il presidente Macron, l’altra sera, ha fatto un discorso di alto profilo retorico. A differenza che da noi, ha chiesto scusa per gli errori commessi all’inizio. Ha dato conto della situazione, dei ritardi che ancora ci sono, e di cosa si sta facendo per risolverli. Ha tracciato un orizzonte temporale, allo scadere del quale le cose partiranno secondo un piano stabilito. In ragione di ciò, ha chiesto ai francesi di fidarsi della République. Ha trattato le persone che lo ascoltavano da cittadini adulti e responsabili. Chiedendo la loro collaborazione, spiegandogli perché era necessaria. La sensazione a pelle – ecco che ritorna questa prima fonte di sapere –  è che, pur in una situazione d’emergenza, la Francia sia riuscita a dare un ordine al caos. L’Italia no”. 

Era più facile per Macron, visti i grandi poteri che ha?

Il problema è che, in Italia, oltre a un conflitto tra stato centrale e regioni, c’è stato un proliferare di task force, comitati, gruppi di tecnici. Abbiamo assistito al dilagare della competenza e dell’incompetenza. E questo non ha nulla a che fare con l’architettura istituzionale.  

Non era necessario delegare ai medici il problema della sanità pubblica?

I medici sono necessari, ma non bastano. In nome della salute pubblica non si può sospendere l’intero spettro dei bisogni umani e sociali. Non in maniera indefinita, quantomeno. Manca l’indicazione di una prospettiva oltre l’emergenza. Un discorso che dia un senso collettivo agli enormi sacrifici che tutti stanno facendo. L’orizzonte dei fini verso cui tendere è completamente buio, al momento. 

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Non è sempre stato così, in Italia?

Già Leopardi parlava della mancanza di fede pubblica di cui è afflitto il nostro Paese. Le istituzioni italiane non si fidano del popolo italiano. Il popolo italiano non si fida delle istituzioni. È questo il circolo vizioso che c’è sempre stato. La novità è che gli italiani hanno dato prova di un senso civico sorprendente ed enorme, pur di fronte alla confusione, all’incertezza, all’impreparazione, agli scontri quotidiani tra il governo e le regioni.   

Durerà?

Per vivere, abbiamo bisogno di regole, ma di regole che siano basate sul sapere, che siano in grado di dare una motivazione ai doveri. Noi, invece, siamo stati fatti prigionieri senza avere contezza di ciò che sta accadendo. Ci han detto di stare a casa, e siamo stati a casa. Era necessario: d’accordo. Ma loro, nel frattempo, stanno organizzando l’avvenire? Hanno capito cosa succederà dopo? Come e quando si uscirà? Così è difficile supporre che la fiducia nelle istituzioni duri a lungo.  

La pandemia ci ha insegnato qualcosa?

I filosofi, gli studiosi, gli scrittori, gli intellettuali, non si accorgono mai davvero delle cose che accadono, mentre accadono. Non so dirle cosa sta cambiando nel nostro modo di organizzare la vita. L’impressione è che siamo di fronte a un’apocalisse, nel senso originario del termine: una rivelazione, il cui contenuto è difficilissimo da decifrare in maniera completa.

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