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A spasso per il bosco

A spasso per il bosco

10 Maggio 2021 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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In un’epoca caratterizzata dalla deforestazione selvaggia può risultare difficile immaginare la Terra completamente ricoperta da boschi e foreste. Gli uni e le altre hanno visto l’origine della nostra evoluzione umana, a essi è ancorato il nostro immaginario, da essi è nata la nostra cultura. Boschi e foreste sono dentro di noi, ne sentiamo il richiamo, ne soffriamo la lontananza e sogniamo sempre di poterci ritornare. Anche spostandoci per chilometri, in fuga dalle megalopoli dove negli ultimi decenni ci siamo volontariamente o forzatamente rinchiusi.

La fuga è tanto più sentita quanto maggiore è stata la sofferenza della prigionia ai tempi del contagio (Babele Coronavirus). Una prigionia che ha obbligato molti a guardarsi dentro, nei labirinti segreti della propria mente e nelle tenebre oscure del proprio cuore, a scoprire il buio e gli orchi che spesso convivono dentro le quattro pareti di una stanza, a sognare percorsi alternativi di vita e nuovi sentieri (di vita) da percorrere. Alla ricerca del senso della vita e di sé stessi, ma soprattutto di nuovi percorsi esistenziali su cui indirizzare la propria vita. 

Il bosco (almeno duemila metri quadri coperti da conifere e latifoglie) e/o la foresta (almeno mezzo ettaro con vegetazione più variegata) sono diventati mete perfette per il dopo pandemia. Ma per mettersi in cammino verso di esse bisogna saper dimenticare la strada di casa per incamminarsi su sentieri sconosciuti (andar per boschi), aspirare a perdersi, non avere timore di sentirsi smarriti (lupi e orsi ormai sono quasi estinti, tranne che in Kamhatka) e impegnarsi nella ricerca dei segnali che sul cammino possono suggerire le tante vie percorribili verso la salvezza (la meta, l’identità, la pace interiore, la felicità, ecc.). 

Io fortunato che un bosco tutto mio ce l’ho, so quanto sia essenziale riuscire a dialogare con esso, trovando espressioni, linguaggi e messaggi utili a instaurare una relazione dialogica, assertiva ed empatica con tutto ciò che in esso vive, cresce e muore. E’ in questa relazione che si percepiscono il movimento lento del tempo (muschi, licheni, formicai), il passaggio ricorsivo delle stagioni (faggi, lecci, betulle, crocus e bucaneve) e gli effetti delle variazioni climatiche che, a causa dell’innalzamento della temperatura, stanno rendendo la vita dura agli abitanti, sia vegetali sia animali, di tutti i boschi e di tutte le foreste della Terra. 

A pandemia in fase regressiva (???) e a primavera inoltrata il bosco rappresenta la meta perfetta per chi vuole tornare a respirare, non solo in senso metaforico, lontano dai defibrillatori. Con le giornate che si allungano e l’aria che si fa frizzante, i nostri sensi, in particolare dopo un anno e più di quasi clausura, si sono riattivati ed energizzati spingendoci a uscire. Lo si vede a Milano, nei parchi cittadini o lungo il naviglio della Martesana che dal centro porta fino al fiume Adda. Luoghi affollati da migliaia di persone, in tuta, in bici, a piedi, di corsa, con i muscoli bene in vista o sulle panchine a prendere il sole protetti dall’ombra di piante che hanno anch’esse ripreso a respirare a pieni polmoni. Un respirare insieme che fa bene. Il respiro è linfa vitale e rigenerativa, dona forza e favorisce il contatto con il mondo circostante, con gli altri (ancora con la mascherina) e con sé stessi. 

Sia che siamo stati vittime del contagio, sia che ce la siamo scampata, tutti sappiamo che senza respiro non c’è vita. Si nasce alla vita inspirando ed espirando, ci si presenta al mondo come entità separate scindendo il proprio respiro da quello della madre, si lascia questa vita esalando l’ultimo respiro, oggi si ritorna alla vita separandosi dalle bombole di ossigeno o standone lontano. Reimmergersi nell’aria, il vero ambiente che abitiamo (senza di essa non saremmo sulla terra), dovrebbe farci ricordare che tutto l’ossigeno che respiriamo e riempie l’atmosfera terrestre, è prodotto dalle piante, dai boschi, dalle foreste. Dopo giornate passate a praticare Yoga e sperimentare pratiche di respirazione orientali oggi possiamo ritornare là dove il respiro è stato reso possibile, sotto le fronde di un albero, dentro un bosco cittadino, anche verticale, persi dentro i cento, mille, milioni di alberi dei boschi delle valli bresciane o della friulana Val Saisera, tutti contenti di sperimentare il silenzio che li caratterizza. Un silenzio forse non diverso da quello che nei primi mesi della pandemia aveva silenziato le città facendo (ri)scoprire i rumori dei tanti insetti e uccelli che le abitano. 

Recuperato il ritmo normale e rassicurante del proprio respiro, impegnati in camminate impegnative o semplici passeggiate, dentro paesaggi boschivi e foreste selvagge ci liberiamo dal peso della nostra esistenza, possiamo lasciare scorrere la fantasia, la stessa che è stata all’origine dei numerosi miti e delle innumerevoli storie, leggende e fiabe che vedono nel bosco la loro ambientazione e scenografia.  Circondati da folletti, cappuccetti rossi, gnomi, elfi, lupi e orchi, possiamo finalmente liberare la nostra immaginazione e lasciarci trasportare, in lentezza, in quegli altrove che sempre vorremmo oltrepassare, un’esperienza che nella vita reale non è quasi mai realizzabile. 

L’andare oltre non porta fuori dalla vita e neppure dal bosco ma fa meglio comprendere la complessità e la frattalità della realtà, il fatto che i sentieri non suggeriscono percorsi lineari ma labirintici, spiraliformi, caotici, rizomatici, disordinati. Immettersi su di essi è esercitare muscoli e corpo, mente e spirito, è praticare una danza terapeutica, sciamanica, roteante come quella dei “Dervisci Tourners che girano sulle spine dorsali o al suono di cavigliere del Katakali”. 

Con l’estate in avvicinamento, senza la certezza di potersi mettere in viaggio, il bosco italiano non è mai lontano da casa. Solo noi abbiamo Alpi e Appennini.  Diventa meta perfetta per tutte le metamorfosi a cui aspiriamo dopo mesi passati nel timore del contagio, nelle restrizioni della pandemia, nelle ristrettezze che ne sono derivate. Metamorfosi come quelle che investono il bosco ogni anno, della ciclicità millenaria delle sue stagioni che coinvolge ogni elemento che lo costituisce, piante, formicai, alveari, insetti e animali, sorgenti d’acqua, ruscelli, torrenti, e fiumi. Metamorfosi come quelle che in estate avvengono ogni giorno dentro ogni bosco, dall’alba al tramonto, con il sole o con la pioggia, in termini di mutamenti continui, di profumi, di colori, di ombre, di temperature, di luce, di rumori e di molto altro. Metamorfosi che coinvolgono boscaioli e occasionali visitatori trasformandoli dentro, dinamicamente ed energeticamente, nello spirito e nella mente, favorendo una armonica e terapeutica fusione con la natura che allontana lo stress, l’ansia da prestazione e da connessione, la paura della malattia, la sofferenza psichica e facendo emergere nuovi pensieri che inducono serenità, tranquillità e felicità. 

Passiamo numerose ore al giorno abitando piattaforme interconnesse, siamo immersi in contesti digitali innervati da connessioni virtuali che hanno globalizzato il mondo rendendolo più piccolo e alla portata di tutti. Pensiamo di vivere esperienze uniche perché rese possibili dalla tecnologia. Sconnessi da Internet, disattivato il GPS dello smartphone, a spasso per il bosco potremmo scoprire che complessità, reticolarità, interazione, condivisione, collaborazione sono anche caratteristiche dei sistemi ecologici, oltre che umani. In un bosco tutto si tiene, in una interdipendenza intelligente, generosa e utilitaristica insieme, fondata sulla necessità di proteggere l’habitat nel quale ogni elemento è inserito. La connessione parte dall’apparato radicale delle piante che con la loro diffusione e innervazione sotterranea alimentano non soltanto sé stesse ma sono anche all’origine delle molte reazioni chimiche che favoriscono la vita di altri componenti essenziali di ogni bosco, i licheni, i muschi, i funghi, i batteri, i lombrichi, i vermi, le talpe, ecc. 

In un periodo nel quale la libertà è diventata un grido di battaglia per tutti coloro che sulle chiusure, il coprifuoco, il confinamento e i bisogni reali di migliaia di persone stanno costruendo le loro fortune politiche, il bosco potrebbe diventare metafora perfetta per il ritorno alla libertà. Bosco e mare condividono il nostro immaginario di libertà. Liberi ci si può sentire in mare aperto, dentro spazi sconfinati e senza confini, con lo sguardo perso dentro orizzonti in costante movimento e immersi dentro un habitat che sembra fondere il blu del cielo con quello dell’acqua. Ma liberi si è e ci si sente anche dentro un bosco. Gli ostacoli che lo caratterizzano, la mancanza di orizzonti, la sua profondità e oscurità possono far pensare a una prigione, in realtà è nel bosco che si percepiscono la propria libertà interiore, l’energia vitale della natura che permette alla terra di respirare e le tante possibilità offerte di incamminarsi su sentieri diversi attraverso i quali ritrovare sé stessi e il significato dello stare al mondo. Nel bosco si ritorna alle origini dell’evoluzione umana, lontano dai territori addomesticati nei quali ormai viviamo da tempo, lontano anche dalle piattaforme digitali nelle quali giochiamo a sentirsi vivi in forma di simulacri e profili digitali. Si può provare a immaginarsi proiettati in un passato lontano nel quale per essere liberi bisognava avere coraggio perché ogni esperienza o viaggio lo richiedeva. E’ il coraggio che oggi ci manca per difendere le nostre libertà messe a dura prova dai modelli politici ed economici dominanti, per ribellarsi ritrovando forme di impegno finalizzate a politiche ambientali, sostenibili, solidali e a difesa dei diritti, ma soprattutto per strategizzare e costruire il futuro.

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