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LA RICERCA DEL LAVORO AI TEMPI DEL COVID. UNA RIFLESSIONE IN-PRESENZA.

LA RICERCA DEL LAVORO AI TEMPI DEL COVID. UNA RIFLESSIONE IN-PRESENZA.

05 Aprile 2021 Bruno Marzemin
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Riusciamo a lanciare navicelle spaziali oltre i confini del sistema solare, a vedere l’atomo e buchi neri interstellari ma ci scopriamo deboli e senza difese davanti ad uno dei più grandi misteri della biologia: i virus.

L'articolo è di Bruno Marzemin, Psicologo - psicoterapeuta, in presenza e online; Formatore aziendale senior e online; Orientatore professionale. Pubblicato nella versione originale sul BLOG dell'autore.


 

L'anno del contagio da coronavirus

È passato oramai un anno da quando è iniziata la pandemia da Coronavirus.

Fummo costretti a passare diverse settimane chiusi in casa, con restrizioni e regole di spostamenti degne di uno stato in assetto di guerra. Ricomparve il coprifuoco: robe dell’altro secolo, robe da guerra mondiale. Ricordi dimenticati nei bambini nati negli anni trenta, e poi divenuti padri, madri, nonni nel nuovo secolo. Le nuove generazioni si ritrovarono catapultate in una mentalità degna del Medioevo rispetto a quella di una civiltà che sta programmando di avviare la vita su Marte. Quella stessa civiltà che ci portò sulla Luna nel 1969 si sta rivelando debole, fragile e piena di contrasti. 

Riusciamo a lanciare navicelle spaziali oltre i confini del sistema solare, a vedere l’atomo e buchi neri interstellari ma ci scopriamo deboli e senza difese davanti ad uno dei più grandi misteri della biologia: i virus. 

Mesi di eremitaggio che durano ancora

Pensammo che quei mesi di eremitaggio forzato potessero dirsi conclusi con l’arrivo della bella stagione. C’era ancora qualcuno che invece chiamava al pericolo, che non era ancora finita: non potevo crederci. Non gli potevamo credere. Ma così fu: la “seconda ondata” di questo microscopico… come definirlo? “coso” arrivò, come da previsione. Altro lockdown, altre serrate, altro coprifuoco. Ad oggi eccoci ancora qua. A distanza di dodici mesi dall’inizio di un’epoca degna dei migliori scrittori di fantascienza, ci troviamo a chiederci quando, davvero, questo periodo finirà.

Da marzo dell’anno scorso ho tenuto più di seicento ore di formazione a distanza in qualità di docente in corsi di formazione finanziata. E le richieste di ingaggio non stanno terminando, ad oggi.

Sono corsi che trattano l’orientamento professionale e la ricerca del lavoro. Sto venendo a contatto con tante persone di tutta Italia, di tutte le età, portatrici di esperienze così lontane le une dalle altre, ma così drammatiche nelle loro similitudini che le accumunano. Vedo nei giovani tanta voglia di fare, ma non sanno come cominciare, come poter iniziare a costruire il loro domani. Negli adulti vedo l’incredulità di aver perso delle certezze, dei ruoli sociali. Ascolto le loro paure: sono timori reali, giustificati, dovuti a pensieri circa aspetti concreti, quali il mantenere una famiglia, l’educare i figli, le ristrettezze economiche dovute alla perdita del lavoro.

Reinventarsi un lavoro al tempo del contagio

Non è facile reinventarsi un lavoro in tempi “normali”, figuriamoci in tempi di profonda crisi come questa. La speranza che tutto sarebbe passato in fretta, presente nella primavera del 2020, ha lasciato campo aperto alla realtà fredda dei dati e delle previsioni per il futuro; se un anno fa dentro di noi immaginavamo di “trattenere il fiato”, come si fa quando si entra in acqua per fare una nuotata, questa spiegazione psicologica non basta più ora. Le persone devono trovare altre motivazioni per resistere ed andare avanti e non soccombere.

La scelta di scrivere quest’articolo nasce seguendo la stessa motivazione che mi portò a creare questo blog tanti anni fa: poter dare un supporto operativo verso tutte quelle persone che incontro in aula e si trovano ad affrontare momenti di incertezza e difficoltà legati proprio al cercare un impiego, un lavoro, un’occupazione, propri di questi tempi.

Non prometto miracoli (magari potessi farli!), nemmeno false illusioni e tanto meno consigli. Suggerimenti, forse. Ma a monte di tutto esiste un concetto ancora migliore, a parer mio, che mi è stato insegnato quando frequentavo la scuola di specializzazione in Psicoterapia: la presenza.

La presenza

La presenza di un’altra persona accanto a chi è in difficoltà. La presenza, anche silenziosa, muta, discreta, di un altro nostro simile, donna o uomo che sia. 

Chi cerca un lavoro cerca un’identità, alla fin fine.

Essere senza impiego non significa solo non avere una fonte di reddito, ma anche non sentire la nostra presenza nel mondo. Un lavoro, per quanto ripetitivo, monotono, irritante che sia, identifica noi tra gli altri. Non siamo più solo Bruno, Giovanna, Carla, Giorgia, ma operaio, addetta alle pulizie, fattorino, impiegata. 

Il giovane che conclude le scuole superiori cambia identità: muta il suo ruolo da studente a tirocinante, o lavoratore presso la ditta XYZ. L’incertezza del ragazzo di quarta superiore è data fondamentalmente da queste domande: chi sarò io dopo la maturità? Resterò ancora studente o diventerò impiegato, fattorino oppure… chi lo sa? Domande le cui risposte arriveranno col tempo. Io mi sento privilegiato da questo punto di vista: ho sempre avuto sin da piccolo un’aspirazione, un sogno, una vocazione, e ho combattuto per questo. Volevo fare lo scienziato, ero curioso, non ero mai sazio di conoscere. Aspiravo ad un’enciclopedia tutta mia da tenere in salotto o in camera, ma i miei non potevano permettercela: hanno fatto di tutto però perché mia sorella ed il sottoscritto studiassero, seguissero le proprie aspirazioni (per la cronaca: mia sorella, più vecchia di me, è ingegnere).

La presenza dell'altro

Ma torniamo alla presenza dell’altro. Senza lavoro ci ritroviamo spaesati, confusi, terrorizzati in alcuni casi. Soli. D’accordo: possiamo avere fisicamente vicino la moglie o il marito, i genitori, i suoceri, i figli. In questi tempi la loro vicinanza può arrivare al mal sopportazione reciproca, causa l’isolamento coatto. Non tutti hanno la fortuna di vivere in chalet di montagna o residence fronte mare o lungolago: gran parte di noi vive in appartamentini piccoli, con i comfort essenziali, nulla di più e poco di meno. L’isolamento forzato con altri membri ci spinge a cercare uno spazio tutto nostro, isolandoci mentalmente. 

Il lavoro è anche evasione, cambiare aria per otto, dieci ore al giorno. Amiamo il nostro partner, ma una vita equilibrata non è sinonimo di vita simbiotica. Andare a lavorare significa avere dei nostri spazi, e poter tornare a casa significa ritrovare i nostri affetti, l’altra faccia della sicurezza, quella intima. Stanchi ma con un ruolo: “…ho avuto una giornataccia, guarda… Prima l’autobus che si rompe a due chilometri dall’ufficio. Poi il capo che gli salta in mente di finire tutte le pratiche in giornata perché è in arrivo una nuova commessa da lunedì… Sono sfatto. Ceno, vado in doccia e poi mi fiondo sul divano”. Si, ci sono i figli che esigono la nostra attenzione: dentro di te sei distrutto, ma sei qualcuno.

Senza un lavoro sei distrutto la sera. Ma non ti senti nessuno. 

I suoceri, la compagna, gli amici: sai che ci sono. Ma non ci sei te. Loro hanno qualcosa da darti, ma tu? Chi sei in quel momento?

L'importanza della presenza

Ecco l’importanza della presenza, il rendersi conto che in quei momenti non si è soli davvero. Tuo figlio ti ama (o ti odia, a seconda del periodo dell’età) a prescindere dal ruolo che hai nella società. Per chi non ha figli (come me!) ci sono sempre delle persone che ti amano per quello che sei, a prescindere da ciò che fai. Solo che nei momenti di difficoltà non te ne rendi conto. Normale sia così. È anormale la situazione: non è sano non lavorare. Non sei tu il diverso, la diversa, ma il contesto. Non diamo nemmeno la colpa alla politica o allo straniero di turno: troppo semplice identificare in essi il motivo di una situazione complessa. Lasciamo perdere le ire verso di loro. Energia sprecata, credetemi.

Come scrivevo poco fa, l’importanza della presenza di un altro, di un’altra persona, mi divenne chiara dopo tanti anni: un dilemma, portato durante una seduta di supervisione (per i non addetti ai lavori la supervisione è un momento dove noi psicologi, terapeuti, portiamo un caso in un gruppo di colleghi, e lo si discute. In questo modo l’operato nostro viene visto da altri, staccandoci dai nostri personali punti di vista, permettendoci così di affrontare meglio il dilemma che in quel momento ci sta a cuore. C’è una metafora che descrive in modo esemplare questo concetto: la nostra Terra apparve nel suo splendore solo quando i primi astronauti misero piede sulla Luna. Un piccolo gioiello blu nello sterminato oceano dell’oscurità. Lo stesso accade a noi quando siamo abituati a vivere e a guardare gli spazi ed i luoghi a noi vicini: non ci rendiamo conto effettivamente di quanta bellezza ci sia se non nel momento che osserviamo il tutto da un punto di vista esterno).

Il dilemma di allora era questo: ero davanti ad una persona (evito con tutto me stesso di adoperare il termine “paziente”. Nella stessa tesi di specializzazione non adoperai mai quel termine) dove mi sentivo impotente, incapace di poter offrire lui uno straccio di soluzione dalle problematiche che mi portava in seduta. Mi sentivo inerme. 

Fu allora che uno dei Professori mi disse che spesso la soluzione era assai semplice: bastava la presenza. Anche silente, senza troppe parole (recita un detto: «…un bel tacer non fu mai scritto»). È difficile però stare così quando accogli in te le esperienze dell’altro. Traumi, sofferenze, dolori…

Eppure il solo fatto di essere lì, in quel momento, anche solo per pochi minuti, in silenzio, anche senza un contatto diretto da sguardo a sguardo, fa la differenza. Credetemi.

Coronavirus e ricerca del lavoro

 

La ricerca del lavoro ai tempi del Covid: torniamo all’inizio dello scritto. 

Come si fa? Come posso risollevarmi e tornare ad avere un ruolo, una professione, un’identità? Che strategie adoperare, che tattiche operative scegliere? Come muovermi? Come devo fare il curriculum, chi devo contattare? E ancora: chi sono, cosa ho fatto, cosa vorrei fare, quanto durerà questa situazione, riuscirò a pagare l’affitto o sarò costretto a chiudere l’attività. Val la pena fare quel corso oppure è meglio risparmiare ed attendere tempi migliori? Ho sentito che c’è una ditta che assume, che sia il caso di propormi, anche se non ho mai fatto lavori come quelli? Come se non bastasse ho anche i figli a casa, e abbiamo solo un computer, che deve essere usato dal più grande, il più piccolo segue la didattica a distanza col telefonino mio: come faccio a trovar lavoro? Mia moglie? Lei sa dov’è? Io no.

Sono qua da mia madre perché non avevo altri posti dove stare, con un maschio adolescente che è arrabbiato da mattina alla sera perché non può uscire, e ha minacciato anche di lasciare la scuola. Troppo facile da dire, dottore: lei un lavoro ce l’ha; il frigo suo immagino sia pieno, le sue dispense anche; io no. Sa cosa vuol dire aprire una credenza, dove di solito si tenevano biscotti, conserve, sughi, e vedere la parete di fondo? Si è mai trovato a cenare con una scatoletta Simmental e un pacchetto di cracker? Lo provi e poi ne riparleremo.

Sono alcune affermazioni che mi sento dire durante questi corsi di orientamento professionale e di ricerca lavorativa. Potrei continuare per ore nel riportarle. Ovviamente non sono frasi vere: le ho elaborate, ma i concetti di fondo sono quelli.

Le esperienze condivise

 

Ci tengo però a dire che alcune di queste sono “auto-affermazioni”, cioè capitate davvero al diretto interessato: il frigo vuoto l’ho visto in più occasioni; le cene a base di carne in scatola le ho iniziate a vedere da bimbo e si sono ripetute anni dopo, nonostante una laurea alle spalle.

Tengo anche a sottolineare come una “partita iva” come me viva continuamente nell’incertezza lavorativa: questo aspetto significa che non si deve mai dare nulla di scontato riguardo agli ingaggi che si riceve, adoperarsi nel miglior modo possibile, informandosi ed aggiornandosi continuamente, imparare dai propri errori, domandare ai colleghi (e alle classi stesse) dove ancora si può migliorare, cosa è piaciuto e quali temi affrontare e proporre ai futuri committenti. 

Il ruolo, l’identità, cui ho parlato nei paragrafi precedenti, sono aspetti che affronto quotidianamente, e che non do mai nulla per scontato. È difficile, ma questo mi permette di capire le difficoltà altrui. In quel momento c’è vicinanza, c’è appunto presenza.

Empatia? La presenza, secondo voi, riguarda l’empatia?

Termine usato ed a-busato, soprattutto da tanti comunicatori. Vorrei però ricordare che l’empatia si realizza solo quando sappiamo ascoltare in noi le emozioni ed i sentimenti relativi ad un determinato aspetto o situazione. Se perdo il lavoro che mi piace come ci si sente? Immaginate di sentirvi dire da un vostro amico, un conoscente, il partner quest’affermazione: «…ho perso il lavoro. La stessa azienda dove ho sacrificato gli anni migliori della mia vita…» Avete mai vissuto in prima persona una cosa del genere? O l’avete sentita dire da altri? O letta sui libri?

Empatia, capacità di ascolto, vicinanza 

 

Rifletteteci un istante, non occorre che rispondiate a me, commentando o mettendo like. Questo blog non è nato per attirare “mi piace” o mode simili.

L’empatia, la vicinanza, si realizzerà quando voi per primi sarete in ascolto con le corde vibranti delle emozioni che scaturiscono ascoltando quelle parole.

Mi appresto a concludere questo articolo. Cosa vuol dire, allora, fare ricerca del lavoro in questi tempi dove di certezze ve ne sono poche e non manca giorno dove sentiamo parlare di zone rosse, gialle, arancioni, domani si apre ma dopodomani si chiude?

Magari lo sapessi.

Magari potessi distribuire a te, lettrice/lettore che sei arrivato fin qua, la soluzione ai tuoi patemi.

Magari offrendoti semplicemente un contatto od un contratto, dove la differenza sta in un’unica consonante.

Magari, davvero.

Le situazioni cambiano, cambiano sempre. Ma non esiste un’unica soluzione, in quanto tu sei la soluzione, tu sai adoperarti al meglio, tu conosci la realtà e la potenza dei tuoi affetti.

Il tempo dedicato in presenza, anche se online

Posso però solo offrirti quello che hai già realizzato: sono stato un pochino assieme a te. La presenza, appunto. E voglio lasciarti con una frase che non è mia, che lessi tempo fa su uno dei tanti libri dove mi sono formato, ma del quale ho dimenticato il titolo: «…il miglior medico è colui che meglio di chiunque altro sa infondere negli altri la speranza».

Non sono un medico, ma questa frase la ripeto spesso ogni giorno quando sto assieme altre persone come me. Noi siamo in primis persone, siamo presenza. Anche tu puoi ripeterla, farla tua, guai se ciò non accadesse!

La Tua presenza è importante.

E con essa la speranza.

 

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