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La tecnologia è come una suola sorretta dalla stessa terra che nasconde (Lorenza Saettone)

La tecnologia è come una suola sorretta dalla stessa terra che nasconde (Lorenza Saettone)

06 Febbraio 2021 Interviste filosofiche
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L’unica arma che abbiamo è la consapevolezza di noi stessi. Jung sosteneva la necessità di rendere conscio il nostro inconscio. In caso contrario continueremmo sempre a chiamare “destino” ciò che semplicemente è la nostra volontà rimossa. Pertanto, l’auto-consapevolezza e la trasparenza ci salvano in primis dalla superstizione, dalla credenza che esista un fato, dalla manipolazione degli eventi che il nostro stesso stesso Es mette in atto. Insomma da un lato ci salverebbero dal condizionamento interno, dall’altro da quello esterno dei media. Si sa che la creatività rende meno influenti i subliminali.

 "Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III.)." 

Sei filosofo, sociologo, psicologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Lorenza Saettone, Docente di Filosofia e Storia presso Liceo Classico Chiabrera

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Mi chiamo Lorenza Saettone e sono una Filosofa, specializzata in Epistemologia e Cognitivismo all’Università di Genova. Nelle mie tesi di laurea, triennale e magistrale, ho stretto il focus sul web. Ho trattato la formazione dell’identità onlife e mi sono domandata se i new media abbiano o meno introdotto nuovi concetti filosofici e nuove strutture sociali. Mi sono occupata anche di Big Data Science. Ho concluso che le sue novità epistemologiche sono al più di natura quantitativa, ma non qualitativa. 

Dopo la laurea ho frequentato il master EPICT in coding e robotica per le discipline scolastiche, grazie al quale sono entrata in contatto con l’Associazione EPICT e con Scuola di Robotica di Genova. Ultimamente oltre a scrivere contenuti per Agenda Digitale, di cui gestisco personalmente la rubrica di Videogame Culture, collaboro con Geert Lovink e l’Istituto di Network Cultures olandese, attraverso il quale ho pubblicato un saggio sul Web 2.0 e il Coronavirus. Con l'Associazione Epict e con Scuola di Robotica mi dedico, inoltre, a progetti dal respiro Europeo e Mondiale. 

Sembra anacronistica la presenza di una filosofa all’interno di una società tecnocratica come quella attuale, una società che cerca più  risposte che domande, eppure, questa, è solo un’apparente idiosincrasia. Come dice Luciano Floridi, i Big Data non sono automaticamente Smart Data, anzi. Sono le domande, quelle buone, a trasformare i byte raccolti dai server in informazioni. Insomma, le domande e i filosofi non sono mai stati più rilevanti. 

Tra l’altro si è visto che il “laissez faire” applicato alla tecnologia ha condotto a un uso inconsapevole e distruttivo della techne, che ha prodotto più ingiustizie che benefici. Prometeo rubò l’arte tecnica agli Dei perché l’uomo la impiegasse prevedendo i suoi eventuali effetti nocivi e non è un caso che l’etimologia di Prometeo sia proprio “colui che riflette prima”: prima che sia troppo tardi.

Di nuovo i filosofi intervengono a riflettere sulle tecnologie, sugli usi e sugli abusi. La tecnologia deve essere libera, certo, ma come la colomba kantiana, per volare, ha bisogno dell’attrito dell’aria, senza il quale precipiterebbe immantinente, anche la libertà necessita dei freni della responsabilità per essere realmente libera. 

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone? 

La tecnologia non è immediatamente un’innovazione.

Quest’ultima riguarda più propriamente la mentalità delle persone coinvolte nell’uso e non l’oggetto in sé. Gutenberg, ad esempio, inventò la stampa, ma fu Lutero a trasformarla in quello strumento che innescò la rivoluzione culturale in Germania. Ogni invenzione perché possa entrare nelle maglie sociali necessita di discorsi adeguati che le preparino l’alloggio, il castone. Pertanto, quando si ha a che fare con le tecnologie, con la scienza applicata, non si può credere che siano oggetti neutri, oggettivi. La tecnologia è sempre una questione concettuale e come ogni concetto, e ogni relativa parola, non è mai solo pura forma. Ogni linguaggio naturale veicola bias, storie, questioni di potere, intenzioni, leggi, convenzioni, soggetti e rapporti tra essi. 

Inoltre, la tecnologia, come i lemmi, allude sempre ad altro ed è questo “altro” che i filosofi devono indagare. Si tratta di un lavoro da poeta ermetista, da analista junghiano, se vogliamo. Il frame a cui allude la tecnologia, con i discorsi di cui è stata imbevuta perché possa essere pensata e utilizzata dagli individui, è come una libera associazione capace di svelare parzialmente l'inconscio.

La tecnologia è come una suola sorretta dalla stessa terra che nasconde. I discorsi che danno un significato, un uso agli strumenti, che li sorreggono, sono al tempo stesso celati da quelle tecnologie. Il motivo di questo nascondimento dipende dal fatto che gli strumenti vorrebbero apparire “oggettivi” e non aggregati socialmente costruiti. Se è vero che il potere utilizza il linguaggio al fine di creare precisi meccanismi di dominio, gerarchie, anche la tecnologia è uno strumento di esclusione. 

Per chiarire la natura del digital divide e delle ingiustizie che attuano i dispositivi digitali e internet, il filosofo non deve mai cedere a banalizzazioni. La spiegazione sistemica, la legge universale capace di spiegare tutto è una tentazione a cui conviene non abbandonarsi. Bisogna piuttosto procedere per congetture e confutazioni, come nel metodo della scienza e nell’evoluzione. Ogni ipotesi va sempre esaminata alla luce dei dati, sospettando di ogni facile dualismo, come quello tra il Bene e il Male, il Vero e il Falso. La risposta non mai è neppure nel mezzo, non è il companatico tra i due lembi della baguette. La risposta alla divisione è invece l’atteggiamento critico di chi continua a indagare, pur nella consapevolezza di non arrivare mai a un dunque, proprio perché quel dunque è la continua ricerca. 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale? 

In realtà non c’è un vero cambiamento. La tecnologia digitale è la foglia nuova, certo, ma di un albero secolare. 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando? 

Non credo nello storicismo, non penso esista una legge di sviluppo nella storia con cui spiegare coerentemente  tutto il passato e soprattutto con cui effettuare vaticini, previsioni attendibili sul futuro. Invece, per il qui ed ora è possibile portare a galla quei “mali” che sono sotto gli occhi di tutti e su cui, dunque,  è facile concordare. La risposta ai problemi deve avvenire dentro a un dibattito aperto e democratico, che non escluda nessun soggetto ab principio. E’ indispensabile educare alla trasformazione digitale e alla filosofia tutte le nuove generazioni, perché da chiunque possa giungere un’indagine consapevole intorno ai quesiti più urgenti. In particolare bisogna creare un fondamento di libertà come fu la Magna Charta Libertatum nel 1215. Serve avere chiari i nostri diritti sui dati e sulla mente (habeas data e habeas mentem) come sostiene Pasquale Stanzione; serve che i ricercatori si assumano le responsabilità delle loro ricerche; serve che si costruisca una consapevolezza digitale offrendo alternative alle Big Tech; serve inquadrare il digital divide e fare in modo che il web non sia un filo spinato wireless di cui rimangono solo le spine. 

Il “perché” interroga tutti quanti indifferentemente, il problema parla un’unica lingua, ma invece reclama risposte diverse, congetture, ipotesi molteplici da vagliare sempre alla luce dei fatti. Purtroppo rimane la tendenza a occidentalizzare le soluzioni. La sfida, oggi, è allargare il suffragio, democratizzare la ricerca del dover-essere-tecnologico, includendo le prospettive provenienti da tutto il mondo. Il punto è che questo non deve essere visto come una “quota culturale”, ma un vantaggio che si potrebbe trarre dal pluralismo. In caso contrario continueremmo a vedere la differenza culturale paternalisticamente, come qualcosa al più da “tollerare” e non un’autentica ricchezza da cui avere autentico beneficio. 

In questo momento, il nativo da comprendere non è più il gruppo culturalmente “altro” dal nostro, ma l’Intelligenza Artificiale. Sono i comportamenti della macchina, i suoi biases che devono essere interpretati. Pertanto, in questo contesto, gli antropologi sono tutti gli esseri umani, nessuno escluso e, anzi, tutti responsabili. Come insegna l’antropologia bisogna sempre mediare tra il punto di vista etico ed emico, cioè il perché della macchina (la spiegazione del nativo) e quello del ricercatore, storicamente e geograficamente situato.  Bisogna pertanto giungere a un compromesso tra i vari discorsi atti a giustificare il progresso, impedendo che possa rappresentare uno svantaggio per qualche d’uno. 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia? 

Credo che i dualismi siano sempre da evitare, la soluzione è sempre sfumata, come se fosse dietro a un velo di nebbia e noi fossimo viandanti romantici.

Non c’è una divisione netta tra Bene e Male, Vero e Falso, non c’è un muretto a secco, di quelli capaci di dividere la proprietà privata dalla fame. 

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa? 

Penso che i Big Data abbiano chiarito ai sociologi che non esistono categorie; è sempre  il singolo individuo che agisce e che sceglie, condizionato per ogni decisione futura dalla sua stessa inclinazione. Producendo una grandissima quantità di tracce digitali, la statistica, e quindi le scienze sociali, riescono a dettagliare i contorni dell’azione risalendo sempre a quella individuale. 

I fatti sociali collettivi apparivano ontologicamente primi e quindi autonomi perché il sociologo poteva analizzare solo azioni già concretatesi in monumenti, quando, insomma, la singola idea era diventata già un’istituzione decisa da una maggioranza. Un sentiero, prima di diventare strada, è sempre aperto da un’iniziativa autonoma; gli esseri umani a seguire cominciano a sfruttare quello stesso varco senza aprirne uno nuovo, per utilità, ed ecco che nell’incolto comincia ad aprirsi una consuetudine, una strada più netta, che condiziona i nostri passi. Prima del digitale il sociologo poteva analizzare solo tale via di comunicazione diventata fatto collettivo, adesso, invece, è possibile risalire a ogni individuo che agisce, dal momento che si può quantificare anche il mouse che si muove nell’interfaccia. Nella Big Data Science si chiama personalizzazione. 

Più dati abbiamo, più si riesce a comprendere che alla base delle società esistono solo singole azioni significative e non macro-gruppi. Questi ultimi sono solo concetti ausiliari, riassunti grossolani, funzionali fino a che la sociologia poteva disporre solamente di small data. 

Inoltre siccome le tracce quantificano anche le scelte compiute senza la consapevolezza di essere visti, possono cogliere più accuratamente il “retroscena” di Goffman. 

Insomma, la Big Data Science rappresenta un notevole passo avanti per la sociologia e per la storia. Presto si disporrà di una così grande quantità di fonti che la storiografia sarà svolta direttamente da un algoritmo statistico. 

Il problema è che però si rischia di “scambiare la mappa per il mondo”. Le tracce digitali ci restituiscono solo una tra le strutture del mondo, una delle modalità con cui può essere descritta la realtà. Non comprendere questo sarebbe come scambiare una rete ferroviaria per l’intera città; come se i binari potessero chiarire tutti i comportamenti degli individui. Infine non bisogna tralasciare il fatto che i dati non possono fare a meno dell’essere umano, non si tratta di uno sguardo neutrale sui comportamenti. Innanzitutto le piattaforme online sono “visite guidate”, condizionano i nostri movimenti, non viene davvero colta la prima azione significativa: quella che apre il sentiero. Inoltre sono sempre le domande, cioè la teoria del filosofo\ricercatore a rendere i dati informativi: le tracce non sono sufficienti, bisogna fare in modo che attraverso il punto di vista umano guardino da qualche parte. Del resto molto di quello che accumulano i server di rumore, cioè inquinamento acustico. I dati non bastano, e il noumeno è sempre incognita X. 

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa? 

Non scordiamoci che il padrone è sempre servo del servo, nel tempo finisce per dipendere totalmente dai lavori della servitù, non essendo più in grado di eseguire alcunché in autonomia.

Analogamente chi gestisce gli algoritmi non è il padrone. E’ padrone solo chi possiede il proprio intelletto, il proprio atteggiamento critico. Pertanto, solo la consapevolezza di noi stessi, dei nostri gusti, della nostra identità, di quello che ci accade intorno ci manterrà liberi nonostante la necessità dell’algoritmo, nonostante il determinismo. 

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici? 

Molte persone hanno provato amore vero anche solo attraverso un carteggio, pertanto non penso che il sentimento debba per forza nutrirsi del medium dell’aria e della presenza. Tuttavia, generalmente, l'online è additato come la causa della disumanizzazione dei rapporti, mentre l’assenza di legami di solidarietà precede il web. Si confonde il sintomo con la malattia. 

La Dad in certi casi ha fallito non perché sia essenzialmente fallimentare, anzi, è stata il campanello di allarme che dovrebbe farci analizzare i mali più profondi della scuola: il non investimento nelle infrastrutture e nella formazione, la disuguaglianza tra i ragazzi che non hanno pari opportunità e pari accesso al mondo dell’informazione e la freddezza dei rapporti educativi. 

L’online non si pone come un’alternativa all’empatia e quest’ultima non è un sinonimo di presenza fisica. Soprattutto nella scuola si sta confondendo la didattica in presenza (mask-to-mask) con la didattica affettiva; la vicinanza fisica con la vicinanza umana. La verità e che la maggior parte degli insegnanti ha dimenticato l’obiettivo primario del sistema-scuola e cioè comprendere i disagi dei ragazzi e fare in modo che ritrovino la stenìa necessaria con cui superare la crisi, entrando nell’adultità come soggetti consapevoli e arricchiti dalla scuola. Invece l’unica preoccupazione è il voto, il test non copiato e il programma portato a termine. La didattica a distanza svela dunque l’ipocrisia per cui esserci non è affatto esser-ci. 

In ogni caso, oggi, si sta assistendo a una tendenza a rendere sempre più “audio-visivi” i social, così da includere in misura maggiore ciò che è tono e linguaggio del corpo, forse per evitare incomprensioni, o solamente per rendere ininfluente l’alfabetizzazione, trasformandoci in soggetti che delegano la scrittura ai server della Silicon Valley. Questo può essere un problema notevole: senza più competenze linguistiche diventeremmo soggetti descritti ma incapace di leggere i discorsi che vengono fatti su di noi. Così, seguendo Foucault, se il discorso è sempre un meccanismo di potere, e di esclusione, diventeremmo categorie linguistiche inconsapevoli e impossibilitate a rinegoziare quelle descrizioni.  

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo? 

L’unica arma che abbiamo è la consapevolezza di noi stessi. Jung sosteneva la necessità di rendere conscio il nostro inconscio. In caso contrario continueremmo sempre a chiamare “destino” ciò che semplicemente è la nostra volontà rimossa. Pertanto, l’auto-consapevolezza e la trasparenza ci salvano in primis dalla superstizione, dalla credenza che esista un fato, dalla manipolazione degli eventi che il nostro stesso stesso Es mette in atto. Insomma da un lato ci salverebbero dal condizionamento interno, dall’altro da quello esterno dei media. Si sa che la creatività rende meno influenti i subliminali. 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

SoloTablet è un ottimo spazio! Vi consiglio di restare su questo binario, proseguendo “on the road”. La strada di questa BIT generation chiede di approfondire i temi del digitale, dell’ecologia, dell’inclusione e farlo attraverso gli occhi delle eccellenze italiane che cotidie si dedicano alla critica dei media online e delle tecnologie digitali è estremamente importante, anche perché si offrono ai giovani alternative agli influencer di Instagram e si dà modo all’Intellettuale stesso di tornare “utile”, di tornare l’innesco per il lume della ragione. Ringrazio, inoltre, per avermi chiamata, permettendomi di offrire questo mio contributo.

 

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