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Può un futuro essere disegnato solo dalla tecnoscienza?

Può un futuro essere disegnato solo dalla tecnoscienza?

11 Marzo 2021 Interviste filosofiche
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Gli scenari futuri sono condizionati dalla reazione che gli ecosistemi produrranno in conseguenza delle nostre azioni massive sugli equilibri naturali: oggi scontiamo un grave deficit immaginativo o, meglio, la mancanza di un orizzonte. Si ha come la sensazione di essere impigliati in un eterno presente, un gorgo in grado di macinare sia il passato che il futuro. Questo però non dipende solo dalla tecnica, ma soprattutto dal deficit di immaginazione politica: l’etica e la politica appaiono girare a vuoto, non avere progetti o prospettive. Ma può un futuro essere disegnato solo dalla tecnoscienza?

"Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III. Schopenhauer come educatore, tr. it. di M. Montinari, in F. Nietzsche, Opere, vol. III, tomo I, Adelphi, pag. 457)."


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Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori.

Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Marco Domina, Bibliotecario (Biblioteca comunale di Rescaldina, in provincia di Milano), esperto in filosofia, blogger, lettore, consulente bibliografico e didattico


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Mi sono laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau"; ho poi svolto attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 2005 ho contribuito alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Ho poi partecipato, per una decina di anni, ad un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda.

Dirigo la Biblioteca comunale di Rescaldina, in provincia di Milano.

L’interesse per la tecnologia ha una duplice matrice, una che potrei definire quasi luddista, quando nei tardi anni ‘80 mi trovai a dover modificare le mie modalità lavorative e di scrittura con l’avvento dei pc, l’altra più legata ad un’antica passione per le scienze naturali, la cartografia e una sorta di impulso alla “catalogazione del mondo”. Riluttanza e attrazione allo stesso tempo. 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone? 

Il mio punto di vista critico non parte certo da una visione tecnofoba: trovo anzi piuttosto bizzarro che ci sia chi possa pensare che la tecnica è il diavolo - a meno che non pensi contemporaneamente che il diavolo sia proprio l’essere umano.

Se qualcosa come un’essenza umana esiste, non può non essere tecnica, mi pare persino superfluo doverlo ricordare. Il problema riguarda piuttosto l’impatto che la capacità e la potenza tecnica hanno avuto sull’esistenza umana specialmente nell’ultimo secolo: se cioè per millenni le tecniche sembrano accompagnare le culture umane nel loro manifestarsi in forme moltitudinarie, come protesi controllabili, la sensazione crescente è che la tecnica sia ora diventata una sorta di soggetto autonomo (non è un caso che alcuni filosofi del ‘900 abbiano insistito su questo aspetto, da Heidegger a Severino): una potenza estranea che, certo, moltiplica illimitatamente la nostra capacità di modificare gli ambienti naturali (e sempre più noi stessi), ma che nello stesso tempo ci governa come se si trattasse di un deus ex machina.

La possibilità di retroagire sulla nostra stessa costituzione biologica, modificando ciò che un tempo ci appariva come immodificabile e dato una volta per tutte, non può non generare un certo sconcerto. Come hanno giustamente rilevato sia Hans Jonas che Antonio Damasio abbiamo il problema urgente di pensare un’etica all’altezza dell’era tecnologica: ma come è possibile se i ritmi dei cambiamenti materiali, tecnologici e spirituali hanno ritmi divaricati e del tutto asincroni? 

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale? 

Non credo sia possibile definire “neutrale” la tecnologia in nessun caso: essa è sempre il portato di una mentalità, di una ideologia e, soprattutto, di una gerarchia culturale: ai Greci importava molto poco sviluppare le loro tecniche, per ragioni etiche, politiche e di organizzazione sociale (se hai degli schiavi che lavorano per te, non hai molto interesse a meccanizzare la produzione). Detto questo, il problema attuale è che se l’intreccio tra capitale, ricerca scientifica e tecnologia è inevitabile, occorre però porre con maggior chiarezza il problema della finalità: qual è lo scopo delle continue trasformazioni tecnologiche? Il profitto, il benessere collettivo, il benessere individuale, l’ampliamento del tempo libero? Quali sono i soggetti che decidono dove andare? Quale parte hanno lo stato e la politica?

Basti pensare al tempo che può essere liberato con l’automazione (un tempo sterminato): ma come lo si riempie? Ammesso poi che questo tempo liberato non diventi semplicemente un tempo del consumo, in cui si finisce - come credo succeda per lo più oggi - per eliminare il confine tra tempo di lavoro e tempo libero.

Ma probabilmente, come veniva detto nella prima parte della domanda, la questione più cruciale riguarda qui l’impatto che le tecniche e i suoi dispositivi hanno sulla percezione  - non solo del mondo ma anche di noi stessi.

Quanti dei miei gesti sono decisi e voluti da me, e quanto sono superagiti? E come la realtà - ma non solo, direi soprattutto le menti e i corpi aumentati grazie alle protesi tecniche - incideranno sul nostro rapporto col mondo e con la società? 

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando? 

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Prima di Badiou era Spinoza a ritenere cruciale quel che i corpi e le menti possono. Ora quel che può un corpo e quel che può l’intelletto - proprio grazie alla tecnica - non ha quasi più paragoni con l’epoca di Spinoza, anche se il filosofo olandese aveva ben chiara la posta in gioco: la meccanizzazione del mondo. Con un pericolo: quello di un eccesso immaginativo molto tipico, perché oltre che potere e desiderare l’essere umano immagina.

Quale scenario immaginare oggi, pensandoci agli albori di un’epoca in cui la potenza di calcolo - l’IA - e la retroazione sulle nostri basi biologiche possono costituire la nascita di forme inedite di vita? Tecnoincubi o tecnoliberazioni? Direi che sono possibili entrambi gli scenari, proprio perché - di nuovo - la possibilità e il divenire sono iscritti nella nostra natura molto più della permanenza e della fissità naturale. D’altro canto è vero anche che le utopie sono sparite dall’orizzonte per lasciar posto alle distopie e agli scenari più foschi.

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia? 

Sposo senz’altro quest’ultima prospettiva: si tratta di coltivare nuove forme diffuse di coscienza, consapevolezza, conoscenza. Ben più di un pensiero apocalittico o di un ottimismo acritico e un po’ ebete, serve che gli umani tornino a guardare dentro di sé e a ripensare il proprio rapporto con il mondo, gli oggetti, la natura (anche se per ecologisti radicali come Morton siamo ormai in un mondo post-naturale, o in un post-mondo fatto di iperoggetti e potenze estranee). Ma la crescita di consapevolezza è problematica proprio in relazione alla crescita dell’automazione: più cresce un mondo meccanico più deleghiamo alle macchine e più cresce il rischio di essere superagiti e controllati. Non sarà Matrix, ma è certo che le grandi Stacks - i grandi giacimenti di dati - sono già ben oltre il Big Brother di Orwell - del resto è un mondo comodo, perché fare fatica? Il pensiero - e su tutti il pensiero critico e filosofico - è faticoso, mentre le macchine ci liberano da quel senso di pesantezza. Ma ci liberano davvero? Non è che stiamo marciando verso un mondo saturo ed opaco?

Tuttavia è proprio il pensiero storico che fonda la modernità - tutto è storico, tutto è diveniente e modificabile - ci porta a credere che non è tutto scritto, che siamo storicamente determinati, anche se sarebbe più auspicabile dire storicamente autodeterminati. Ma solo il pensiero - per seguire una suggestione di Simone Weil - può evitare di essere soffocati dalla collettività, dalla massa, che per definizione non pensano: solo il singolo pensa, e solo il singolo può esercitare il dubbio e la critica. E convincere altri - la dimensione del “noi” - a prendere altre strade. 

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa? 

Credo che su questo abbia ragione Morton quando parla di Iperoggetti - qualcosa di viscoso, invisibile, dal quale siamo ingoiati e di cui non abbiamo alcun controllo. Ma non credo sia poi molto diverso dal linguaggio: noi siamo già da sempre posseduti dal linguaggio, siamo fatti di linguaggio, e senza di esso non esistiamo, non pensiamo, non agiamo. È chiaro che qui si tratta di un’ulteriore accelerazione di potenza, non solo linguistica ma anche di calcolo e di accumulo dei dati - le reti neurali sono un fenomeno interessante quanto inquietante, a tal proposito.

Ma anche in questo caso si tratta di consapevolezza: saremo del tutto assorbiti dalle macchine (così come un tempo eravamo sepolti nel mondo fisico-naturale), o la coscienza rimarrà l’elemento irriducibile e incomprimibile?

La scelta, come sempre, starà a noi. Ma, daccapo, di quale “noi” stiamo parlando di fronte a 8 miliardi di individui e a una quantità incalcolabile di supporti digitali, dati e relazioni digitali? 

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa? 

Le Stacks o signori del silicio o come li si voglia denominare sono indubbiamente la casta più potente del pianeta. Credo che non sia mai accaduta prima nella storia un’opera così sistematica e capillare di autoconsegna e di autoaddomesticamento come quella che ci ha dotato di protesi, identità digitali, avatar e quant’altro. In tempi rapidissimi è avvenuta un’operazione che rende trasparenti gli umani (quasi nudi ed esposti in una inaudita ed esasperata pornografia digitale) e quantomai opachi gli algoritmi che li governano. Se la libertà è trasparenza, in questo caso occorre dire che forse andrà ribaltato il piano: tornare ad essere opachi e discreti, soprattutto nei confronti del potere economico e tecnologico, sarà il vero atto di libertà dell’immediato futuro. Non si tratta solo di “privacy”, ma di decidere come utilizzare - o ancora più “non” utilizzare - la propria intelligenza e facoltà di linguaggio, quel che Marx definiva general intellect, che diventa sempre meno general e sempre più proprietà di agenti esterni.

La questione è poi legata al tempo di lavoro: le grandi multinazionali digitali - le Stacks californiane in primis -  hanno messo al lavoro giorno e notte i loro clienti-consumatori, proprio sfruttando le loro menti: oggi lo sfruttamento e l’alienazione non passano più dall’uso dei corpi e della forza lavoro, ma soprattutto dall’espropriazione delle facoltà mentali. Ma la cosa più incredibile è che tutto questo, come ho già detto sopra, sia avvenuto tramite una cessione volontaria, perfino entusiastica: fai della mia mente e della mia interiorità ciò che vuoi!

Occorrerà ristabilire forme di resistenza a questa nuova servitù volontaria.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici? 

Non demonizzerei i social, che sarebbe la cosa più immediata vista la loro invasività, ma anche la più inutile. È banale dire che siamo in un’epoca in cui la facoltà di linguaggio è sollecitata e moltiplicata a dismisura: non si è mai così tanto letto, parlato, scritto, immaginato, condiviso come in quest’epoca. Ovvio che c’è molto rumore di fondo e molta saturazione, ma sono molto d’accordo con Harari, che sostiene che una delle cose essenziali della socializzazione umana, fin dai tempi più antichi della nostra storia, è proprio la chiacchiera - la chiacchiera fine a se stessa, che in realtà non è altro che un amplificatore della socializzazione.

Ecco: i social sono la chiacchiera digitale, il rumore di fondo del quotidiano, dunque nulla di nuovo, e tra l’altro piuttosto in linea con la dimensione originaria della bolla tribale: difficilmente si chiacchiera con più di un centinaio di contatti. Il problema è semmai quello della concentrazione: i dispositivi digitali amplificano a dismisura le informazioni, ma creano saturazione e difficoltà di discernimento e - come giustamente veniva sottolineato nella domanda - incapacità di appartarsi a pensare in solitudine. La domanda da farsi è: dove sono, oggi, i luoghi del pensiero solitario, del dialogo tra sé e sé, del silenzio, della meditazione, indispensabili per la condivisione e la decisione democratica? È dunque essenziale ritrovare un equilibrio tra esposizione ed interiorità: d’altra parte che cosa espongo, condivido, comunico all’altro di nuovo, se la mia testa è un guscio vuoto o una spugna che si limita ad assorbire il rumore di fondo?

Il diritto alla disconnessione dai dispositivi va rivendicato, raccomandato, praticato. 

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo? 

Riprendendo l’ultimo punto della risposta precedente credo sia necessario agire su due livelli: quello che ho definito “diritto alla disconnessione” - deviare, come il klinàmen epicureo, dalla necessità dell’algoritmo, riprendersi il proprio spazio, fare vuoto attorno a sé (a tal proposito, proprio l’ontologia di Lucrezio ci dice che non ci può essere natura senza vuoto, e ci suggerisce che desaturare lo spirito, alleggerirlo, è una necessità esistenziale). L’altro aspetto è quello della conoscenza: ma la tendenza è, al contrario, a lasciare di nuovo che siano gli strumenti, le tecnologie e, soprattutto, le infrastrutture invisibili del mondo digitale e comunicativo a decidere per noi. Torniamo sempre allo stesso punto. Diamo l’assenso, clicchiamo sì a qualunque richiesta ci venga fatta, privacy o non privacy: non è forso più comodo lasciar fare alle macchine?

Anche questo dovrebbe essere un grande progresso in termini di liberazione del tempo - mentre in realtà ci ritroviamo appesantiti da pressioni e sollecitazioni che vengono da ogni parte. Come si diceva sopra, lo spazio e il tempo sono saturi, e non c’è più spazio per pensare autonomamente: la macchina - sia sociale che tecnologica - pensa per noi. Questo è il rischio maggiore che vedo all'orizzonte. 

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Un paio di brevi testi di Schiavone - Storia e destino (Einaudi) e il recente Progresso (il Mulino) - sono senz’altro illuminanti sui temi del transumanesimo e del rapporto tra natura e cultura, in particolare per quanto concerne l’azione tecnologica sulle basi biologiche. Altri testi importanti sono quelli dello storico israeliano Yuval Noah Harari (Sapiens e Homo deus); M.  O’Connell in Essere una macchina (Adelphi 2018), compie un viaggio alle frontiere dei più bizzarri orizzonti ipertecnologici americani; G. Pacchioni ne L’ultimo sapiens (il Mulino 2019) compie una rassegna delle future tecnologie, con un sorprendente gioco di rimandi alle anticipazioni di Primo Levi nei suoi racconti “fantascientifici”; Superintelligenza: tendenze, pericoli, strategie, Bollati B. 2018, di Nick Bostrom è un testo geniale e piuttosto impegnativo su intelligenza artificiale e reti neurali. Ma credo che nell’immaginario che riguarda il rapporto uomo-macchina la letteratura sia sempre più avanti della riflessione filosofica o etica. 

 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo! 

La tecnoconsapevolezza e il nuovo umanesimo di cui si parla nel vostro manifesto di intenti non possono che trovarmi in sintonia.

Quel che mi sento di raccomandare - e già forse si nota da alcuni consigli bibliografici qui sopra - è di coltivare un continuo dialogo tra saperi diversi, scienze naturali e scienze umane e sociali, senza alcuno steccato. La filosofia, più di tutte le altre discipline, non può permettersi di arroccarsi, deve anzi coltivare questi raccordi, questo dialogo fitto tra i diversi campi del sapere, proprio per evitare uno dei rischi peggiori, ovvero la frantumazione dell’essere umano, la sua parcellizzazione.

 

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