Parlando di Coronavirus e dei suoi effetti /

Le Politiche Sociali devono sforzarsi di interpretare il disagio psicologico in senso bio-psico-sociale

Le Politiche Sociali devono sforzarsi di interpretare il disagio psicologico in senso bio-psico-sociale

16 Giugno 2020 Interviste Coronavirus
Interviste  Coronavirus
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Se la comunicazione è contraddittoria e, in questo senso, schizofrenica; se in campo sanitario la parola di un medico vale quanto quella di uno youtuber, tenderanno a scomparire quelli che Kaes chiamava “garanti metapsichici”, quei riferimenti chiari, coerenti e culturalmente connotati, che aiutano a sentirsi vivi, accolti e appartenente al tessuto sociale: così, nella solipsistica ricerca di un garante, la propria foto del profilo Facebook diventerà l’autoevidenza consolatoria della propria esistenza.

Si parla molto delle conseguenze della pandemia in termini di crisi economica e malessere materiale, non abbastanza degli effetti psichici da essa generati. Se ne parla poco perché si ha paura, si è impreparati a farlo, si attivano meccanismi di rimozione e si cerca di non avere paura di avere paura. Già prima della pandemia la nostra epoca tecnologica è stata raccontata come caratterizzata da passioni tristi (Spinoza, Miguel Benasayag), dalla difficoltà di vivere, da sofferenze esistenziali diventate psichiche e patologiche, da tanta solitudine generatrice di angosce e paranoie.

Tutto questo può oggi essere raccontato semplicemente dando visibilità agli innumerevoli eventi, fatti di cronaca, comportamenti e gesti che ben descrivono la realtà attuale. Fatti che trovano espressione in suicidi, gesti di insofferenza e ribellione, proteste (ambulanti, ristoratori, esercenti, eccc.), ricerca di capri espiatori, femminicidi (mai cessati) e violenze domestiche, abuso di alcool e droghe, ecc. SoloTablet.it ha deciso di raccontare tutto questo allestendo uno spazio dialogico e aperto nel quale mettere in relazione tra loro psicologi, psicanalisti, psichiatri, sociologi, filosofi e psicoterapeuti coinvolgendoli attraverso un’intervista.

In questa intervista Carlo Mazzucchelli, fondatore di SOLOTABLET.IT e autore di 20 libri pubblicati nella collana Technnovisions, ha intervistato Ivan Colnaghi, (Psicologo, lavora prevalentemente con cittadini e cittadine richiedenti asilo e rifugiate).

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Buongiorno, per prima cosa direi di cominciare con un breve presentazione di cosa fa, degli ambiti nei quali è specializzato/a e nei quali opera professionalmente, dei progetti a cui sta lavorando, degli interessi culturali e eventuali scuole/teorie/pratiche psicologiche di appartenenza (Cognitiva, Funzionale, ecc.). Gradita una riflessione sulla tecnologia e quanto essa sia oggi determinante nella costruzione del sé, nelle relazioni con gli altri (linguaggio e comunicazione) e con la realtà.

Lavoro prevalentemente con cittadini e cittadine richiedenti asilo o rifugiate. Mi occupo anche della promozione del benessere di minori segnalati dai Servizi Sociali.

Mi piace scrivere sui temi della transculturalità insieme ad altre persone.

Faccio parte di uno sportello di ascolto e incontro volontario che si chiama Epoché.

Sono appassionato di religioni, pur non ritenendomi religioso, in particolare di cristianesimo e islam.

Mi prendo cura delle piante e dei cani.

Sono cittadino di più mondi.

Sono nato maschio, ma a volte mi sento donna.

Abbiamo a che fare tutti i giorni con la tecnologia, in due direzioni prevalenti:

    • La prima direzione, specialmente sui social media, insiste sulla costruzione di un’immagine di Sé incentrata su un corpo vuoto. L’estimità e l’espressività si esuriscono spesso in virtuosismi grafici, con il rischio di conformare in un dispositivo digitale etero-determinato la propria particolarità, ciò che rende unica ogni persona; il legame si svuota in una chat o in una nota vocale; in generale, la complessità e l’articolazione del proprio mondo interiore vengono banalizzate. Si ha l’impressione che non ci sia poi così tanto da dire e che non valga la pena sforzarsi troppo, basta poco per “costruire” un artefatto che garantisca la mia esistenza e la mia declinazione nel mondo
    • La seconda direzione, invece, insiste su una circolazione disorganizzata dell’informazione. L’esplosione delle cosiddette “fake news” testimoniano la mancanza di autorevolezza delle fonti, nel senso che tutte appaiono credibili allo stesso modo. E’ necessario, più che mai, intendere questo come un sintomo della perdita di fiducia nei confronti dei referenti istituzionali e ufficiali da parte dei cittadini e delle cittadine; viceversa, si correrà il rischio di considerare demagogicamente quest’ultime come appartenenti a un popolo “stupido”, che ha bisogno di un Uomo forte come guida, ma che non farà altro che allontanare e alienare ulteriormente i dispositivi istituzionali e ufficiali dai bisogni, dalle difficoltà e dai desideri delle persone.

Per provare a chiudere il cerchio, se la comunicazione è contraddittoria e, in questo senso, schizofrenica; se in campo sanitario la parola di un medico vale quanto quella di uno youtuber, tenderanno a scomparire quelli che Kaes chiamava “garanti metapsichici”, quei riferimenti chiari, coerenti e culturalmente connotati, che aiutano a sentirsi vivi, accolti e appartenente al tessuto sociale: così, nella solipsistica ricerca di un garante, la propria foto del profilo Facebook diventerà l’autoevidenza consolatoria della propria esistenza.

 

 

Davanti alle edicole o ai pochi bar aperti il dialogo tra i pochi avventori verte sui tempi bui che la crisi economica e sociale precipiterà su tutti noi in autunno. Un segnale forte che racconta come numerose persone stiano vivendo la crisi della pandemia, i suoi effetti, le aspettative future, le sue costrizioni e perturbazioni. Il segnale è sintomatico di ciò che avviene dentro il chiuso di molte case, spesso limitate per spazio e vivibilità, in termini di psicosi, angosce, ansie, incertezze, depressioni, insonnie, difficoltà sessuali, rabbia, fobie e preoccupazioni materiali per il futuro lavorativo, familiare e individuale. Lei cosa ne pensa? Crede anche lei che la crisi prioritaria da affrontare sia, già fin d’ora, quella psichica?  Crede che la quarantena e l’isolamento siano serviti a fornire soluzioni positive a disagi psichici precedenti o li abbiano alimentati e peggiorati? Quali sono le malattie psichiche più preoccupanti, anche pensando al futuro sociale e politico dell’Italia?

La dissoluzione del legame sociale negli ultimi anni ha generato sostanzialmente PANICO ed è incredibile come i cambiamenti sociali abbiano prodotto cambiamenti sostanziali nel modo di declinare il malessere (negli anni ’60 era raro diagnosticare un Disturbo da Attacchi di Panico, mentre fra poco ci domanderemo se debba essere considerato o meno una configurazione clinica).

Penso che la notizia della pandemia alimenterà questo tipo di sintomatologia in senso più nevrotico che psicotico: come masticheremo i concetti di distanziamento sociale, di contaminazione e di contagio?

Con molta probabilità li masticheremo in senso neo-liberista, per il quale armi, merci e denaro saranno liberi di circolare senza nessuna limitazione, mentre le persone no.

Come professionista della cura nel terzo Settore, tuttavia, mi piace concentrarmi sul carattere reattivo del disagio psicologico, cioè reattivo alle condizioni sociali e materiali in cui quella mente e quel corpo si trovano.

Quella mente e quel corpo vivono un contesto generativo, in questi termini?

Lo spazio che attraversa li rispecchia? Accetta la loro diversità?

Penso che le Politiche Sociali debbano sforzarsi più che mai, ora, di interpretare il disagio psicologico in senso bio-psico-sociale, per evitare di istituire dispositivi regressivi, etichettanti e custodialistici.

Bisogna lavorare molto e saper comunicare in modo bidirezionale con le persone destinatarie dei nostri sforzi: questa soluzione funziona effettivamente? Perché?

Per rispondere all’ultima domanda, penso che la malattia mentale più pericolosa in questo periodo sia il fascismo.

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