Parlando di Coronavirus e dei suoi effetti /

Isolamento e quarantena hanno portato alla luce e amplificato disagi psichici già esistenti.

Isolamento e quarantena hanno portato alla luce e amplificato disagi psichici già esistenti.

01 Giugno 2020 Interviste Coronavirus
Interviste  Coronavirus
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In più occasioni ho pensato che “non tornerà tutto come prima, sarà meglio di prima”. In verità poi ho ridefinito questa affermazione dicendo che “potrebbe tornare tutto come prima”.

Ebbene sì perché per poter portare delle migliorie nella vita bisogna volerlo. Bisogna avere coraggio di reagire e non subire il tutto passivamente.

“Nessuno di salva da solo”, è così! La parola d’ordine è fare insieme e sforzarci di remare tutti nella stessa direzione.
Siamo tutti sulla stessa barca ma non siamo tutti in prima classe.

Si parla molto delle conseguenze della pandemia in termini di crisi economica e malessere materiale, non abbastanza degli effetti psichici da essa generati. Se ne parla poco perché si ha paura, si è impreparati a farlo, si attivano meccanismi di rimozione e si cerca di non avere paura di avere paura. Già prima della pandemia la nostra epoca tecnologica è stata raccontata come caratterizzata da passioni tristi (Spinoza, Miguel Benasayag), dalla difficoltà di vivere, da sofferenze esistenziali diventate psichiche e patologiche, da tanta solitudine generatrice di angosce e paranoie.

Tutto questo può oggi essere raccontato semplicemente dando visibilità agli innumerevoli eventi, fatti di cronaca, comportamenti e gesti che ben descrivono la realtà attuale. Fatti che trovano espressione in suicidi, gesti di insofferenza e ribellione, proteste (ambulanti, ristoratori, esercenti, eccc.), ricerca di capri espiatori, femminicidi (mai cessati) e violenze domestiche, abuso di alcool e droghe, ecc. SoloTablet.it ha deciso di raccontare tutto questo allestendo uno spazio dialogico e aperto nel quale mettere in relazione tra loro psicologi, psicanalisti, psichiatri, sociologi, filosofi e psicoterapeuti coinvolgendoli attraverso un’intervista.

In questa intervista Carlo Mazzucchelli, fondatore di SOLOTABLET.IT e autore di 20 libri pubblicati nella collana Technnovisions, ha intervistato Antonia Del Vecchio - Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale e Disability Manager.


 

Buongiorno, per prima cosa direi di cominciare con un breve presentazione di cosa fa, degli ambiti nei quali è specializzato/a e nei quali opera professionalmente, dei progetti a cui sta lavorando, degli interessi culturali e eventuali scuole/teorie/pratiche psicologiche di appartenenza (Cognitiva, Funzionale, ecc.). Gradita una riflessione sulla tecnologia e quanto essa sia oggi determinante nella costruzione del sé, nelle relazioni con gli altri (linguaggio e comunicazione) e con la realtà.

Da oltre 10 anni lavoro nell’ambito delle Risorse Umane supportando le aziende relativamente a tutto il processo di inserimento, inclusione e integrazione socio-lavorativa delle persone con problemi di salute e con disabilità certificata all'interno delle imprese seguo progetti legati al benessere organizzativo aziendale, inteso come promozione e prevenzione della salute sia fisica che psicologica.

La mia riflessione in merito al tema della tecnologia sarà pertanto circoscritta all’ambito lavorativo. Per fare ciò non posso prescindere da una nota sugli Accomodamenti Ragionevoli che secondo la definizione della ONU s’intendono, possibili soluzioni che non prevedono solo l’adeguamento delle postazioni, degli strumenti e dei luoghi di lavoro ma soprattutto dell’adozione di politiche e strumenti di gestione delle risorse umane che facilitano il rapporto vita lavoro.

E tra le possibili soluzioni ragionevoli che noi psicologi e disability Manager che abbiamo sempre incentivato c’è lo Smart working, che sebbene non sia nato per specifiche esigenze legate alle disabilità, calza invece molto bene proprio per questioni legate all’autonomia e alla flessibilità.

Solo a causa di questa emergenza però questo strumento è stato adottato da molte aziende che impreparate hanno dovuto implementare velocemente per la sicurezza di tutti i dipendenti.
Ma oggi più che mai mi preme dire che se da un lato l’avvalersi di questo strumento equivale ad avere molti vantaggi, dall’altro lato può portare a dei rischi se non adeguatamente utilizzato.

La mia valutazione parte dal tema dell’Accessibilità: Accessibilità significa la capacità di un dispositivo, di un servizio o di una risorsa d'essere fruibile con facilità da una qualsiasi tipologia di utente.

Non tutte le piattaforme per esempio funzionano regolarmente su Smartphone o viceversa per varie motivazioni.

Tutti devono avere uguali possibilità di partecipare alle questioni aziendali però questo non è scontato, soprattutto se il datore dell’azienda non era abituato a lavorare con smartworking. Queste limitazioni oggettive dello strumento adottato possono aver fatto aumentare il vissuto di inadeguatezza insito in ogni persona disabile ma anche in una persona con una patologia non certificata, come nel caso di alcune patologie croniche.
Ma non basta essere tecnologici per garantirsi un buon utilizzo delle SW, c’è un tema altrettanto importante da considerare. Si tratta delle ripercussioni psicologiche che rischiano di abbassare il livello di apprendimento e quindi la capacità produttiva.
L’utilizzo inappropriato di questo istituto insomma comporta notevoli ripercussioni.

E’ facile cedere all’isolamento, alla conflittualità con il tempo al burn out.

Il burn out (considerata malattia professionale) e cioè l’esaurimento da stress lavorativo che può far peggiorare le condizioni di coloro che soffrono di malattie croniche. Quindi è necessario bilanciarne l’uso e non abusarne con il rischio di discriminare involontariamente soprattutto il personale disabile.

 

Davanti alle edicole o ai pochi bar aperti il dialogo tra i pochi avventori verte sui tempi bui che la crisi economica e sociale precipiterà su tutti noi in autunno. Un segnale forte che racconta come numerose persone stiano vivendo la crisi della pandemia, i suoi effetti, le aspettative future, le sue costrizioni e perturbazioni. Il segnale è sintomatico di ciò che avviene dentro il chiuso di molte case, spesso limitate per spazio e vivibilità, in termini di psicosi, angosce, ansie, incertezze, depressioni, insonnie, difficoltà sessuali, rabbia, fobie e preoccupazioni materiali per il futuro lavorativo, familiare e individuale. Lei cosa ne pensa? Crede anche lei che la crisi prioritaria da affrontare sia, già fin d’ora, quella psichica? Crede che la quarantena e l’isolamento siano serviti a fornire soluzioni positive a disagi psichici precedenti o li abbiano alimentati e peggiorati? Quali sono le malattie psichiche più preoccupanti, anche pensando al futuro sociale e politico dell’Italia?

Ad oggi sono migliaia i morti quindi migliaia di famiglie sprofondate in un vuoto che nella maggior parte dei casi, soprattutto all’inizio della pandemia, non hanno potuto nemmeno salutare per l’ultima volta il loro caro prima della dipartita. Un’ulteriore difficoltà è stata rappresentata dal fatto che, in assenza di un rito individuale o sociale che sancisce l’evento, per molti è stato ancora più difficile iniziare la fase dell’elaborazione e tutto è rimasto come in sospeso, in un’atmosfera di incredulità e incertezza. Le persone coinvolte saranno colpite da patologie del lutto associabili ai sintomi tipici del disturbo post traumatico da stress, tra i quali troviamo: Disturbi Affettivi e Depressione Maggiore, Disturbi da Attacchi di Panico e Fobia Sociale, Disturbi Dissociativi nella popolazione psichiatrica, Disturbo di Personalità Borderline, Abuso e dipendenza da sostanze come strategie di gestione dei ricordi.

Io penso però, che l’ isolamento e la quarantena oltre ad aver fatto emergere fragilità psichiche abbia amplificato e portato alla luce molti disagi psichici già esistenti. La nostra società ci ha sempre messo a dura prova e il fatto che ci si considerava “immuni” dall’essere coinvolti da un disagio psichico era anomalo prima di questa pandemia.

 

 

Corpo e mente non sono entità separate ma coesistenti all’interno dello stesso organismo complesso che noi siamo. Il coronavirus colpisce il corpo ma con esso anche la psiche, quella individuale e quella collettiva. La crisi della pandemia è emersa all’interno di una crisi più ampia e globale che ha determinato precarietà della vita e cronica precarietà del lavoro, insicurezza personale, disuguaglianze, crisi finanziarie, povertà e incertezza per il futuro. La frustrazione e il disagio psichico vengono da lontano, la crisi attuale potrebbe esserne il detonatore. Secondo lei cosa può derivare dal disagio crescente e dalla percezione di un passato perduto che non tornerà più? In che modo la pandemia sta determinando l’immaginario individuale e collettivo? Quanto inciderò sulla costruzione del Sé?

La Pandemia ha determinato un importante crisi economica mettendo in ginocchio molte aziende, grandi, piccoli imprenditori che in queste settimane stanno rivedendo i propri bilanci per decidere cosa fare del proprio futuro e di conseguenza del futuro dei propri dipendenti e delle loro famiglie.

Io mi occupo principalmente della gestione delle patologie croniche (tumori, malattie respiratorie, muscoloscheletriche, diabete etc) e  per un malato cronico il lavoro rappresenta:

  • IDENTITA’ PERSONALE
  • SENSO DI NORMALITA’
  • APPARTENENZA AD UNA COMUNITA’
  • AUTOSTIMA’ E REMUNERAZIONE

Quando si vive il rischio della perdita del lavoro questi aspetti vacillano determinando conseguenze rilevanti sul benessere dell’individuo ma che impattano soprattutto sulle patologie croniche invalidanti peggiorandone il decorso.

In una situazione simile si vivono reazioni affini a quelle vissute a fronte della perdita di un caro e ci si confronta con quello che è una vera e propria elaborazione di un lutto.

Ma la Pandemia ha stravolto anche questo processo di elaborazione.

Infatti il problema è indipendente dalla capacità di non essere stati in grado di svolgere adeguatamente il proprio lavoro  e l’incertezza della fine dell’emergenza non favorisce nemmeno il processo di accettazione e consapevolezza che in taluni casi porta la persona a rivedere la propria vita e riflettere su cosa si può fare di nuovo e di diverso per cambiare la situazione e renderla più proficua per sè.

Allora si generano nell’individuo pensieri negativi, mancanza di fiducia nel futuro che portano ad ansia e depressione. 

Certamente, questa è una situazione che sta coinvolgendo molte persone e questo può rappresentare un aspetto consolatorio.

Rimane però l’incredulità  e lo shok.

A posteriori quindi assisteremo ad una DISGREGAZIONE DEL SE’ con conseguente insorgenza di disturbi dissociativi che spesso, si manifestano nel periodo successivo a un evento stressante. Secondo il DSM V: In alcuni casi la sofferenza psicologica si manifesta attraverso sintomi  riconducibili a vissuti di ansia  o di  paura ma in altri casi in manifestazioni di sintomi anedonici e disforici, sintomi di rabbia e aggressività esternalizzate, oppure sintomi dissociativi.

 

Uno degli effetti del disagio psichico crescente può essere l’emergere di passioni/sentimenti furiosi come cattiveria, rabbia e ira. Il disagio che cova potrebbe far crescere e dilatare la rabbia facendola esplodere improvvisamente nel momento in cui la crisi economica si acutizzerà. Nella storia la rabbia e l’ira (descritte da Remo Bodei) hanno sempre giocato un ruolo sociale e politico importante, spesso non sono controllabili e degenerano in cambiamenti indesiderabili. Si alimentano di vittimismo, rancore, odio, voglia di vendetta e ricerca di capri espiatori, e poco importa quanto essi siano reali o immaginari. Tutto ciò si evidenzia oggi nella brutalità del linguaggio che caratterizza molti ambienti tecnologici digitali. La rabbia che emerge da questo linguaggio non è la rabbia civile che si esprime nella ricerca di maggiore giustizia e minori disuguaglianze. E’ una rabbia frutto della paura, pronta per essere usata dal primo politico, populista o manipolatore di turno. Secondo lei può la rabbia essere uno sbocco possibile della crisi pandemica in atto? Può considerarsi un effetto del disagio pischico, delle condizioni di vita materiale o di entrambe?

La rabbia anch’essa è una possibile manifestazione del disturbo post traumatico da stress e senza dubbio il cosìdetto Politico di turno non può che cavalcare l’onda di questa rabbia per andare dritto nella pancia dei cittadini e far leva sui driver motivazionali quali la crisi e la povertà.

Spinoza «diceva che chi detiene il potere ha bisogno che le persone siano affette da tristezza” e quale migliore occasione di questa?!

La rabbia è anche una reazione tipica nel processo dell’elaborazione del lutto:

come ci indicava Kübler Ross nella sua teoria delle 5 fasi: la rabbia oltre ad essere costituita da ritiro sociale, sensazione di solitudine è caratterizzata anche dal bisogno di rivolgere la sofferenza oltre che internamente(accusando sé stesso di non aver fatto abbastanza etc.)  anche esternamente (colpevolizzando l’altro di essere stata causa di questa immane sofferenza). 

Ora però è necessario come indicava Bowlby nella sua teoria dell’elaborazione del lutto, passare  dalla fase di disorganizzazione e di disperazione alla fase di riorganizzazione, per poter tornare alla vita.

Tendenzialmente l’essere umano ha la capacità di superare il lutto. 

Ma il lutto può diventare patologico quando manca il processo di accettazione della sua ineluttabilità.

 

Da questa crisi si può uscire bene ma, come ha scritto Houllebecq, anche senza alcun cambiamento. Il dopo pandemia rischia cioè di essere tutto come prima, anzi peggio. Una situazione che a sua volta potrebbe alimentare la rabbia e l’ira appena menzionati. Come ogni crisi anche la pandemia del coronavirus può essere un’opportunità. In ogni caso inciderà in profondità su quello che siamo e per anni su quello che saremo. In termini personali, culturali, psichici, economici e politici. Il mondo che ne uscirà potrà essere peggiore ma anche migliore: autoritario o più democratico, egoista o più solidale, autarchico o aperto, isolazionista o comunitario. Lo scenario che prevarrà dipenderà da: diagnosi e scelte che faremo, strade che percorreremo, impegno che metteremo. In lentezza, con prudenza, con determinatezza. Uno sbocco possibile prevede una maggiore solidarietà, locale e globale, tra persone vicine e lontane, tra popoli, tra stati, con l’obiettivo di scambiare informazioni e conoscenze e cooperare. Lei cosa ne pensa? Possono solidarietà, collaborazione e maggiore umanità essere gli sbocchi possibili della crisi in atto? Cosa succederebbe se non lo fossero?

In più occasioni ho detto che “non tornerà tutto come prima, sarà meglio di prima”. In verità poi ho ridefinito questa affermazione dicendo che “potrebbe tornare tutto come prima”.

Ebbene sì perché per poter portare delle migliorie nella vita bisogna volerlo. Bisogna avere coraggio di reagire e non subire il tutto passivamente.

“Nessuno di salva da solo”è così! La parola d’ordine è fare insieme e sforzarci di remare tutti nella stessa direzione. Siamo tutti sulla stessa barca ma non siamo tutti in prima classe.

Dobbiamo rimboccarci le maniche, dobbiamo ricostruire e anche se non siamo tutti in prima classe abbiamo visto (qualora non lo avessimo mai considerato) che la morte non guarda il tuo conto in banca e anche solo per questo dovremmo pensare ad una nuova realtà. Dove oltre a quello che ha citato (la cooperazione, lo scambio di informazioni e di conoscenze) sia prima di tutto INCLUSIVA. Perché solo includendo le diversità che potremmo contemplare e godere di tutte le competenze necessarie per riprenderci velocemente.

 

Infine, per completare l’intervista, le chiedo di raccontare qualcosa delle sue attività lavorative/professionali e quanto esse siano cambiate come effetto della pandemia.

Inevitabilmente anche il mio lavoro ha subito cambiamenti nell’operatività, oggi privilegiamo per i Meeting, le aule di formazione e i workshop, le modalità virtuali. Ma i cambiamenti hanno coinvolto anche i contenuti: le aziende oggi sono molto più disponibili ed inclini a costruire con noi progetti orientati alla “cura” del dipendente.

Progetti che servono loro anche per migliorare la loro immagine aziendale.

Vuole aggiungere qualcos’altro? Ci sono tematiche non toccate nell’intervista che secondo lei andavano approfondite?

Per concludere: la psicologia dell’emergenza ci dice che l’emergenza psichica non si risolve con la fine di un evento catastrofico, tra le difficoltà imminenti c’è la difficoltà a riprogettare e riprogettarsi in un nuovo contesto.

Tra le strategie di coping più diffuse in risposta ad un evento traumatico c’è il distogliere l’attenzione dal problema. Niente di più sbagliato! Non neghiamo il cambiamento.

Purtroppo non tutte le strategie di adattamento però sono valide per tutti.

Bisognerebbe farsi aiutare da un esperto in caso di emergenze è funzionale fare un “debriefing psicologico” che serve proprio per eliminare o alleviare le conseguenze emotive spesso generate da esperienze traumatiche, serve insomma per alleggerire lo stress del trauma.

Cerchiamo di razionalizzare il problema perché solo noi possiamo essere promotori della ricostruzione!

 

 

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